Il cuore e la voce. Due simboli opposti dello stesso conflitto.

IL CUORE E LA VOCE: DUE SIMBOLI OPPOSTI DELLO STESSO CONFLITTO

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Forse era dalla guerra nel Vietnam che non si vedevano manifestazioni di massa tanto diffuse in diverse città mondiali e tanto persistenti nel sostenere una causa umanitaria e politica. Così come la carovana del mare della Global Sumud Flotilla ha pochi precedenti nella storia del Mediterraneo, soprattutto perché ha avuto un impatto decisivo sulla mobilitazione della coscienza collettiva.
A fronte tuttavia di un totale rovesciamento dei termini della realtà: si è parlato di “diritto internazionale valido fino a un certo punto”, di “acque internazionali violate da parte della flotilla”, si sono tacciati gli attivisti umanitari di essere dei criminali terroristi, non si è condannato Israele per averli arrestati illegalmente ma lo si è ringraziato per averli risparmiati. Soprattutto è stato concepito un piano di pace di matrice colonialista, basato sull’esclusione del popolo oppresso, sullo sfruttamento delle sue terre, sulla limitazione della sua libertà e in particolare sulla speculazione da parte di altre superpotenze. Con il risultato che quello che è successo nella striscia di Gaza, in termini di devastazione, massacro, sterminio, affamamento molto probabilmente non verrà mai perseguito.
Questo il quadro di un conflitto in cui l’organizzazione terroristica di Hamas ha stretto un accordo con il governo genocidario di Israele, sotto il controllo e la gestione dell’impero americano. Nessuna autodeterminazione riconosciuta ai palestinesi, nessun riferimento alle sorti della Cisgiordania, nessuna indipendenza dall’egemonia degli Stati Uniti.
Ma quello che forse resterà più impresso è il valore simbolico che ha assunto Gaza nel mondo. Tanto che i due anni di distruzione totale del territorio, di sterminio sistematico della popolazione, di massacro disumano dei bambini – le cui cifre non si attesterebbero nelle decine di migliaia di vittime ma nelle centinaia di migliaia – hanno totalmente surclassato i tre anni e mezzo di invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che ha prodotto una situazione assai più cruciale nel cuore dell’Europa, seppure il numero delle vittime rispetto al Medioriente risulti molto più ridotto.
Gaza dunque è diventata così rappresentativa dell’orrore genocidario contemporaneo che la si può considerare un vero e proprio simbolo da mettere in scena in varie forme.
L’operazione realizzata dalla regista tunisina Kawthar ibn Haniyya nel film La voce di Hind Rajab (2025) è consistita nell’inserire la voce originale di una bambina palestinese di cinque anni – rimasta intrappolata con i cadaveri dei genitori, di tre fratelli e di una cugina in un’auto a Gaza colpita dal fuoco di un carro armato – all’interno di un film di fiction ambientato nel braccio palestinese della Mezzaluna rossa a Ramallah, in Cisgiordania.
La messinscena di quelle tre ore cruciali in cui gli operatori cercano in tutti i modi di capire dove si trovi la bambina, di inviare i mezzi per soccorrerla, di fronteggiare i blocchi imposti da Israele e soprattutto di sostenerla psicologicamente e di non perdere la comunicazione con lei si misura dunque con la voce reale della bambina, registrata dalla centrale, che chiede a più riprese di essere salvata, che i soccorritori vadano da lei e non capisce perché non arrivano, dice che ha paura, che sull’auto sono tutti morti, che sente sparare ancora, che sta arrivando il buio.
Questo cortocircuito tra l’impotenza della centrale operativa e la disperazione della bambina è fortissimo: la rabbia degli operatori che non riescono a intervenire e il terrore della piccola che si sente abbandonata senza capirne il motivo polarizzano la tensione su due estremi inconciliabili che rappresentano la dimensione più oscura dell’orrore. Hind Rajab diventa il simbolo di tutti i bambini che si trovano in una situazione immensamente più grande di loro, da cui nessuno è in grado di tirarli fuori. Perché quell’ambulanza che si trova a soli otto minuti da lei e finalmente riesce a partire superando i blocchi lungo il percorso verrà mitragliata a pochi metri dalla meta e i due paramedici a bordo troveranno la stessa morte che colpirà la bambina.
Dunque la regista tunisina ha avuto l’intuizione di rappresentare attraverso la voce di Hind non solo l’atrocità della guerra, l’imposizione dei blocchi, l’aggressione ai soccorsi, ma soprattutto il dramma umano degli operatori che non riescono a consolare una bambina che ha tutto il diritto di essere salvata, che non riescono a spiegarle perché non vanno a prenderla, che non possono tirarla fuori da quell’orrore perché anche i soccorritori vi soccombono.
Tutt’altro approccio alla tematica ha avuto la regista palestinese-americana Chretien Dabis nel suo film Tutto quel che resta di te (2025), in cui si racconta la storia di tre generazioni di palestinesi attraverso tre linee temporali: si inizia nel 1988 con la prima Intifada durante la quale Noor, un adolescente palestinese, viene colpito da un proiettile sparato dagli israeliani, poi si va indietro al 1948 a Jaffa dove il nonno di Noor viene arrestato perché non vuole abbandonare la propria terra dopo che gli inglesi hanno lasciato la regione, ancora si va avanti al 1978 in un campo di rifugiati della Cisgiordania dove il padre di Noor viene umiliato da un soldato israeliano davanti al figlio, che ne rimane traumatizzato.
Contrariamente al film della regista tunisina, che sfidando gli stessi canoni narrativi gira un’opera anticinematografica, il film della regista palestinese sviluppa per salti temporali una vera e propria saga familiare, attraversata da alcuni momenti cruciali dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi e dalle rivolte del popolo oppresso che ne sono scaturite. Fino ad arrivare ai tempi più recenti attraverso un confronto diretto tra la madre ormai anziana di Noor e un giovane israeliano che ha beneficiato della donazione del cuore del ragazzo mandato in coma dal fuoco israeliano.
La donna racconta, nel lungo flashback rappresentato dal film, la storia della sua famiglia per far capire al ragazzo salvato chi era suo figlio. Dolorose sono state le scelte di portarlo in Israele per cercare di salvarlo e poi di acconsentire all’espianto degli organi sapendo che potevano essere donati a degli israeliani. E anche il cuore di un palestinese che batte nel petto di un israeliano è un altro simbolo. Perché rivela la paura che il cuore di una vittima possa diventare il cuore di un potenziale persecutore. Ma per la regista è anche il pretesto per far dialogare due punti di vista diversi.
Infatti nel dialogo finale emerge una chiave di lettura importante nel rapporto tra ebrei e palestinesi. I primi sono portatori di un danno irreparabile e inarrivabile. I secondi sono i destinatari su cui è ricaduto questo danno attraverso il tempo. Per esistere gli israeliani hanno dovuto sacrificare i palestinesi e il dolore di cui erano portatori è stato trasmesso a chi hanno trovato sulla terra assegnata.
Non è una lettura che assolve e giustifica, ma fa comprendere che un danno ricevuto e mai risolto lo si trasmette fatalmente a terzi, in una sorta di contagio che nemmeno la storia riesce a mondare.
La voce di Hind e il cuore di Noor sono dunque due metafore per esprimere due aspetti diversi e contrari di una irresolutezza ancestrale: la voce si spegne sotto il cieco accanimento di un’occupazione forzata e il cuore continua a battere nella mutua compassione che quel dolore trasferito da un popolo a un altro possa definitivamente estinguersi.
Piacerebbe pensarla così anche nella realtà, ma non bastano la cessazione delle ostilità, la liberazione di ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi, l’arrivo degli aiuti umanitari alla popolazione stremata di Gaza, la ricostruzione economica del territorio e la garanzia dell’autonomia palestinese. Ci sono aspetti molto più complessi e profondi che dovranno essere affrontati, sul piano umano, civile, legale, etico, sanitario. Forse il primo tra tutti è quello di recuperare l’equilibrio mentale, la fiducia nel presente e la speranza nel futuro dei bambini traumatizzati dall’orrore dello sterminio. Ovvero i sopravvissuti che non sono stati “sommersi” come tutti quelli che hanno trovato la morte, ma sono ben lontani dall’essere “salvati” solo perché sulle loro teste, per ora, non piovono più bombe.




La parola e l’immagine. Lo sterminio ai giorni nostri

LA PAROLA E L’IMMAGINE. LO STERMINIO AI GIORNI NOSTRI

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Esiste una parola che è stata universalmente assunta per simboleggiare il massimo dell’orrore che l’umanità abbia potuto raggiungere: Auschwitz. Il nome non del primo lager nazista liberato dall’armata rossa (ne erano stati liberati altri prima di quello) ma del campo di sterminio più complesso e strutturato, nonché con il più elevato tasso di mortalità (sono stati stimati solo in quel lager circa un milione e mezzo di morti).
La stessa data della sua liberazione, 27 gennaio 1945 (seppure preceda di più di tre mesi la capitolazione della Germania nazista), è stata assunta come simbolo per designare il Giorno della Memoria, ricorrenza internazionale che commemora tutte le vittime dell’Olocausto. Data fatidica perché solo allora, quando le truppe sovietiche entrarono nel campo di Auschwitz, le immagini scattate su quello che vi restava in termini di strutture e di prigionieri sopravvissuti – Himmler con l’avanzata dell’armata rossa diede ordine di cessare le esecuzioni nelle camere a gas e di demolirle insieme ai forni crematori, ma i nazisti lo fecero solo per la sezione di Birkenau – si diffusero in tutto il mondo.
Naturalmente molte persone sapevano, oltre agli addetti ai lavori, dell’orrore che si consumava là dentro, come in tanti altri campi disseminati per l’Europa, ma la gran parte del mondo ignorava il complesso apparato industriale che aveva condotto allo sterminio di massa. Talché quelle immagini in bianco e nero di corpi scheletrici che a stento ancora sopravvivevano, di cadaveri nudi gettati a mucchi nelle fosse comuni, di cumuli di capelli, scarpe, indumenti ammassati nei capannoni, di luoghi di gasazione e incenerimento per la soluzione finale furono devastanti perché inimmaginabili. Per non dire di ciò che non era più visibile: non i “salvati” ma i “sommersi”, per dirla con Primo Levi, la cui sorte atroce restava qualcosa di inarrivabile.
Dunque “Auschwitz”, nella sua sostanziale inattingibilità divenne l’emblema di un fenomeno che non si capiva come fosse potuto accadere e che non poteva in alcun modo ripetersi. Termini come genocidio, pulizia etnica, deportazione furono per sempre associati all’Olocausto, seppure in altre parti del mondo si fossero verificate queste operazioni; ma il fatto che lo sterminio di sei milioni di ebrei si fosse compiuto nel cuore dell’evoluto occidente europeo, e non in altri paesi incolti o arretrati del terzo mondo, rappresentava un culmine unico, esclusivo, non equiparabile ad altro.
Così il dibattito odierno su quello che sta accadendo nella striscia di Gaza, ovvero se si tratti di crimini di guerra contemplati dal diritto bellico (omicidi, torture, stupri, deportazioni, armi chimiche) oppure di un vero e proprio genocidio (distruzione intenzionale di un gruppo etnico, razziale o religioso) scaturisce proprio dall’eredità dell’Olocausto. Avvenimento irrisarcibile, per il quale la formazione dello stato di Israele è stato un irrisorio indennizzo, ha reso per sempre il popolo ebraico in credito con la Storia. Sono allora diversi i fattori che costituiscono una sorta di “legittimazione” del comportamento di Israele nei confronti dei palestinesi, non solo nella striscia di Gaza controllata da Hamas, ma anche nei territori della Cisgiordania occupati dall’esercito israeliano.
Innanzi tutto un senso di colpa provato anche a livello di inconscio collettivo (non solo del popolo tedesco ma dell’intera l’Europa) nei confronti degli ebrei perseguitati e sterminati durante la seconda guerra mondiale, per cui ogni forma di antagonismo o disapprovazione nei loro confronti viene subito tacciata di antisemitismo. In secondo luogo la fatalità che i palestinesi siano le vittime delle vittime, dunque “sacrificabili” per la causa di Israele, in base alla quale è giusto annientare l’organizzazione terroristica di Hamas a costo di qualsiasi prezzo: quello di uccidere indiscriminatamente la popolazione palestinese, quello di volerla deportare verso altre nazioni che le sono ostili, quello di ridurla in condizioni catastrofiche impedendo l’accesso agli aiuti umanitari. In ultimo l’alleanza di Israele con il mondo occidentale che lo difende e lo tutela anziché sanzionarlo, senza opporsi a una controffensiva smisurata e disumana che ormai ha travalicato ogni legittima reazione all’attacco terroristico del 7 ottobre 2023.
Queste le “ragioni” storiche, politiche, psicologiche per cui Israele oggi è un paese “più uguale degli altri”, per dirla alla Orwell, dato che in passato è stato un popolo meno uguale degli altri. Peccato però che accanto ai concetti, alle definizioni, ai distinguo tra crimine di guerra e genocidio, tra deportazione e pulizia etnica (termini che per altro hanno affinità lessicali tra loro) ci sono le immagini. Immagini che nella loro innegabile evidenza mostrano realtà assolutamente sovrapponibili. I corpi scheletrici dei bambini moribondi di Gaza sono identici ai corpi scheletrici dei prigionieri di Auschwitz. La condanna all’affamamento fino alla morte praticata a Gaza è similare a quella imposta agli internati nei campi di sterminio. Se mai ci fosse una differenza, come aggravante dello stato attuale delle cose, è che a Gaza c’è una grande componente di bambini – uccisi, mutilati, affamati – che nei lager non c’era (dato che morivano subito o venivano soppressi).
Esiste tuttavia un’immagine, sopra le altre, o meglio un filmato, che appare l’emblema apicale di questo orrore contemporaneo. Durante i bombardamenti a Gaza sono stati distrutti molti ospedali, con il risultato che anche gli apparecchi per tenere in vita le persone non hanno potuto più funzionare. Così i pazienti in terapia intensiva non hanno avuto scampo. Ma non lo hanno avuto nemmeno i neonati nelle incubatrici. Nel parapiglia generale avevano raccolto su un tavolo nudo i corpicini di neonati prematuri di appena uno o due chili di peso, che si contorcevano come animaletti senza il sostentamento necessario alla sopravvivenza. Quella manciata di esserini di pochi giorni, lasciati morire come bestioline insignificanti, ha dato la misura dell’abisso in cui si era precipitati. Anche se questi non avevano la voce per urlare la loro fame.
Perché è proprio la rabbia, la paura, lo smarrimento, l’incredulità dei bambini a sconfessare ogni argomentazione definitoria, contenitiva, giustificante di questa catastrofe. Così innegabile e lampante da non poterla nascondere ai loro occhi. Difficile immaginare una narrazione, anche metaforica, che possa ingannare l’infanzia per distoglierla da questo orrore.
Non c’è simulazione di gioco possibile, come ne La vita è bella di Roberto Benigni (1997), che possa impegnare i bambini di Gaza in altre attività. Non c’è ombra di innocenza credibile, come ne Il bambino col pigiama a righe di Mark Herman (2008), che possa illuderli di potersi aiutare a vicenda. In questo orrore del XXI secolo i bambini sono i consapevoli attori di qualcosa che è più grande di loro ma a cui non si possono sottrarre e noi siamo i colpevoli spettatori di un’atrocità che permea le nostre vite ma a cui non vogliamo porre fine.
Anche la definizione di una possibile soluzione si allontana dalla realtà quanto la definizione del problema. Cavillare se si tratti di un’ecatombe o di uno sterminio è equivalente a discettare su due popoli e due stati. Perché non ci potranno mai essere due stati se ce n’è uno solo – potente, protetto, militarizzato – che vuole eliminare e deportare ciò che resta di un popolo che non ha mai potuto costituirsi in stato e non avrà mai le basi per farlo. “Due popoli due stati” è uno slogan ormai andato in loop come “si tratta di crimini di guerra e non di genocidio”. Sono solo parole vuote che servono a pacificare le nostre coscienze mentre il vero loop di immagini quotidiane – atroce leitmotiv del nostro presente – ci ricorda costantemente che noi non veniamo dopo quell’orrore, ma vi siamo iscritti. Al punto che preferiamo nasconderci dietro alibi storici, piuttosto che ammettere di essere complici dei carnefici.

 




Ma perché la verità?

Ma perché la verità?

La colpa deve essere stata di tutta questa montagna di menzogne. Per forza. Altrimenti non si spiega. In un mondo infestato da narrazioni assurde, fallaci, inverosimili, di tutti contro tutti, di colpe sempre più grandi, di capri espiatori esponenziali, di notizie false e contronotizie ancora più false, di spropositi e smentite, di credenze contraffatte e di inganni all’algoritmo non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso. D’altra parte dopo che si è creduto a tutto alla fine non si crede più a nulla. A eccezion fatta di una sola cosa: la verità, la pura, assoluta verità.
Per essere creduti, quando tutti mentono, occorre certificare che ciò che si dice sia accaduto veramente. Così la storia vera diventa un marchio di fabbrica, un attestato doveroso, la condizione imprescindibile per narrare qualsiasi cosa. Se è accaduto davvero, per quanto incredibile sia, non si può mettere in discussione.
Raccontare la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità ha legittimato però non solo di restituire storie accadute a terzi o in altri tempi da questi, ma anche di riferire storie accadute a sé stessi, ai propri congiunti, nel tempo delle proprie vite.
Così si è andato a scoperchiare quel vaso di Pandora che conteneva tutti gli orrori scaturiti dalla crisi della famiglia borghese. Madri tiranne, padri perversi, mogli agitate, mariti indolenti, figlie neglette, figli traviati, amanti confusi, bambini saccenti. In un tortuoso groviglio di dolore, morte, abbandono, perdita, lutto, malattia, disperazione. Storie di fatti reali, esperienze comuni, azioni condivise, vissuti personali. Come fossero le uniche cose al mondo meritevoli di narrazione: immediate, letterali, dirette.
Non più romanzi né racconti, dunque, ma biografie, autobiografie, memoriali, resoconti, faction, nonfiction, diari. Perlopiù canti funebri che si levano intorno alle rovine del paesaggio, alle miserie della vita, alla deriva dei rapporti, alla vertiginosa prevedibilità degli eventi più scontati. Con l’unica consolazione che alla fine la letteratura possa rivelarsi una medicina per lenire gli strazi del vivere e alimentare irrimediabilmente lo scrivere di sé, per sé, a sé.
Ma perché? Perché parlare delle proprie faccende presumendo che possano interessare agli altri? Perché credere che il personale possa essere universale? Perché narrare il concreto senza tradurlo in simbolico? Perché drammatizzare la sofferenza come unica dimensione reale? Perché esemplificare in dinamiche sentimentali complessi avvenimenti storici? Ma soprattutto perché fare il torto più grande alla letteratura ritenendola una medicina? Quale vero autore scriveva per curarsi? Quale scrittore usava la narrativa per dare sfogo ai propri accidenti e poi trovare in essa una riparazione? Piuttosto ci sono autori che si sono suicidati dopo aver scritto capolavori e giammai vi hanno trovato un conforto o una cura.
Insomma la scrittura del fatto privato (proprio o altrui) è pretenziosa, irrilevante; quella sullo sfondo di un fatto collettivo (sociale o storico) spesso è riduttiva, banalizzante; quella poi con l’obiettivo di lenire un danno (con funzione terapeutica) non è proprio letteratura. È sfogo, confessione, diario, testimonianza, pratica autoriferita, ovvero nulla di più antiletterario.
Perché la letteratura è rappresentazione del mondo, non copia; è metafora, allegoria, simbolo, non documentazione; è levità, distacco, ironia, non drammaticità; è intuizione, sintesi, digressione, non autoanalisi.
Non se ne può più di personaggi reali e private sofferenze, di fatti concreti e ordinarie vicende, di strazi banali e intime esperienze, ma sopra ogni cosa non se ne può più di donne che scrivono di madri e di figlie, di vittime e di eroine, di dolore e sacrificio, di abnegazione e martirio.
Quando vedremo autrici distaccate che scrivono di donne cattive? O autrici ironiche che scrivono di donne ingegnose? Perché i personaggi femminili non possono avere le stesse peculiarità di quelli maschili? Perché non possono essere assassine, ambiziose, argute, malvagie alla loro stessa stregua? Perché non possono essere frutto di fantasia, di varianti bizzarre o di esperimenti audaci?
Ci vorrebbero autrici che scrivessero di donne che non le rispecchiano, di donne consapevoli di un destino che non hanno subito ma che si sono scelte, oppure che gli è capitato e hanno saputo giocarselo secondo le proprie abilità, di donne lucide, ironiche, terribili (come quelle che seguono a breve), uniche responsabili dei propri misfatti.
Quando ci libereremo dalla dannazione delle menzogne, dalla disgrazia delle storie vere, dall’ossessione del privato e del personale, dalla smania dell’indennizzo e della riparazione, allora forse si potrà riscoprire l’autenticità dell’invenzione, il gusto del gioco letterario, la felicità dell’ingegno creativo, l’estro della sperimentazione, per narrare davvero qualcosa che tenga conto di chi legge assai più di chi scrive.




Propaganda bellica. La terza Erinni

Propaganda bellica. La terza Erinni

La propaganda, finora, io l’avevo letta solo sui libri di scuola. Sì, quella che si studia nei manuali di storia quando parlano di guerre, ad esempio, di come si manipolavano le informazioni per esercitare pressioni su stati d’animo e opinioni. Facendo ricorso alla paura, all’autorità, al senso di appartenenza, screditando avversari e colpevolizzando innocenti, ostentando banalità, vaghezze, operando semplificazioni, sfruttando stereotipi e slogan, additando sempre un capro espiatorio.
Non che esistesse solo la propaganda bellica, s’intende, se vogliamo risalire proprio indietro la troviamo già nella Bibbia, poi nell’Eneide, ancora nel Medioevo durante le Crociate, per non dire durante la Controriforma per contrastare il Protestantesimo.
Pare che anche la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America sia un capolavoro di propaganda nazionale, ma altrettanto Karl Marx nel Capitale non c’è andato leggero in termini di declinazioni propagandistiche del proprio pensiero.
Insomma c’è stata una propaganda religiosa, culturale, filosofica, politica, economica, persino letteraria, essendo un fenomeno squisitamente comunicativo. Certo l’apoteosi l’ha raggiunta durante i totalitarismi e i loro catastrofici conflitti… i cui spasimi pensavo si fossero estinti con l’ultima guerra mondiale.
E invece no. Avevo sottovalutato l’evoluzione tecnologica della comunicazione massmediale. E soprattutto la ridondanza cosmica delle piattaforme connettive. Tanto da manifestarsi un fenomeno inedito nella storia umana: non una, ma più propagande degne della terza guerra mondiale… senza però la terza guerra mondiale!
Non che le propagande si riescano a tollerare meglio se associate alla fine del mondo, ma risultano davvero insopportabili, per non dire farsesche, se questa fine la danno per acquisita quando ancora non c’è. E già una guerra nel cuore dell’Europa a XXI secolo bell’avviato è qualcosa di indicibile, se poi si esercitano violenze propagandistiche da conflitto atomico globale è ancora più inaccettabile.
Putin minaccia che la risposta della Russia a eventuali contrattacchi alla sua “operazione speciale” porterà a conseguenze che non si sono mai viste nella Storia. Biden dichiara che strozzerà l’accesso della Russia alla tecnologia, stroncherà il suo apparato industriale e spezzerà la sua capacità di competere. Zelensky afferma che la terza guerra mondiale è già in atto e se non fanno la no fly zone sull’Ucraina e non la sommergono di armi non ci sarà scampo per nessuno.
Minacce sentenziose, dichiarazioni spropositate, anatemi marchiani, parole più violente delle stesse armi di sterminio che nella loro ipertrofica prosopopea appaiono persino stucchevoli. Direi che se proprio hanno un valore è che nell’ostentare un apparato da belligeranza termonucleare alla fine la esorcizzano.
Pensavo che con il rilancio delle teorie del complotto avessimo toccato il fondo. Le scie chimiche degli aerei che liberano sostanze misteriose per inquinare il pianeta, la frode lunare di uno sbarco messo in scena per millantare primati planetari, l’attacco alle Torri Gemelle organizzato dalla Cia per invadere l’Afghanistan sono ormai antichi deliri soppiantati da una nuova generazione di complotti molto più folkloristici.
Con la pandemia ormai si sono aperti scenari vertiginosi: virus scappati dai laboratori, tecnologie distruttive per gli anticorpi, guerre pandemiche per il dominio del mondo, vaccini manipolati per alterare il genoma. Deliri floridi ai quali neanche la guerra attuale si è saputa sottrarre: da Biden che ha spinto Zelenski a farsi attaccare per rinforzare la presenza della Nato in Europa, a Putin che nel suo grande disegno pan russo ha deciso di spingersi fino a occupare Lisbona.
Certo anche il negazionismo non è stato da meno. Non dico quello storico, come la negazione dell’Olocausto o di altri genocidi, dall’ucraino, all’armeno, fino all’assiro. Ma quelli più attuali come la negazione del cambiamento climatico o peggio della pandemia da Covid 19, con tutto lo sfinimento paranoico, ossessivo, pretestuoso, strumentale dei No Mask, No Vax, No Pass: paladini visionari di libertà irriducibili concepite per individui monadici, avulsi da qualsiasi dimensione collettiva.
Ma la punta di diamante delle narrazioni mistificanti l’ha raggiunta solo la guerra tra propagande (più che la propaganda di guerra), l’escalation di maledizioni incrociate, il gioco di anatemi al rialzo… fuori scala e fuori senno. Quella è davvero la terza Erinni.
Non Aletto, l’indicibile, colei che non riposa e non dà requie, che castiga i peccati morali come la collera, l’accidia, la superbia. Non Tisifone, guardiana dei cancelli del Tartaro, che castiga i delitti di assassinio come il parricidio, il fratricidio, il matricidio. Ma Megera, la strega, preposta all’invidia e alla gelosia, che induce a commettere delitti come l’infedeltà coniugale.
Quella non è fustigatrice come le altre due, ma istigatrice, non punisce ma incita, non mortifica ma spinge alla perdizione. Se poi arriva a ruota dopo complotti e negazioni suggella definitivamente la catastrofe.




Vaccini assassini

Vaccini assassini

Una mansarda arredata a incastro. Un letto matrimoniale collocato sotto le travi, scaffali incastonati nel sottoscala, mobiletti bassi spinti negli angoli, un televisore a terra con cuscini davanti, due lucernari appaiati sovrastanti una panca. Una giovane coppia è raccolta in silenzio nel monolocale. Lui fa zapping seduto a gambe incrociate di fronte al televisore, lei sfoglia annoiata delle riviste distesa sulla panca.

– Hai finito di smanettare con quel telecomando? Non ti dai mai pace!
– Perché non trovo più nulla da vedere, le serie ormai me le sono sparate tutte.
– E allora usciamo, pure io mi sono stancata di rigirarmi sempre gli stessi giornaletti!
– E dove vuoi andare? Ancora a camminare nel parco? Io mi sono stufato.
– No, mi piacerebbe andare a un cinema, a un concerto, persino a una mostra, to’!
– Non possiamo, lo sai benissimo, quei bastardi non ci fanno entrare!
– E tutto questo per colpa tua.
– Per colpa mia?
– Certo, io il vaccino me lo volevo fare, sei tu che non me lo hai permesso!
– No cocca, io te lo avrei fatto pure fare, ma non volevo ritrovarmi vedovo appena sposato.
– Il solito esagerato! Invece così rischiamo di morire per il virus appena usciamo.
– Sempre che il virus esista. E poi almeno è naturale. Invece nei vaccini ci mettono un sacco di schifezze.
– Ma figurati, saranno finti, tanto per farci credere che servano a qualcosa.
– Stai scherzando? Sai come li fanno i vaccini? Dentro quello per il vaiolo c’è veleno di vipera, sangue, interiora, escrementi di pipistrelli, rospi e cuccioli lattanti.
– Me che schifo! Io sapevo che il virus del morbillo era stato trovato dentro l’intestino dei bambini autistici, al punto che i vaccini possono causare l’autismo…
– Tra l’altro. Ma ciò che è peggio è che adesso ci infilano pure feti abortiti, metalli pesanti e soprattutto microchip! Così possono controllare tutti i nostri comportamenti, ovunque ci ficchiamo!
– Ma tanto se non ci vacciniamo non possiamo andare da nessuna parte.
– Ma almeno non ti cambiano il Dna! Perché c’è pure questo rischio! Che ti curi per una malattia e poi te ne vengono delle altre.
– E no eh? Il mio Dna non voglio che me lo tocchi nessuno! E soprattutto non voglio che mi venga una trombosi! Che a quanto pare capita soprattutto alle donne!
– Ti ho detto che non volevo rimanere vedovo. I vaccini uccidono più del virus.
– Ma io non voglio nemmeno diventare pazza! Dobbiamo fare qualcosa.
– E cosa?
– Uscire, protestare, combattere! – schizza in piedi la giovane, sbattendo la testa contro l’abbaino.
– Tu mi sembri già pazza. Non serve a nulla ribellarsi. Questi ci hanno già fregato. Imponendoci il carcere duro a casa nostra.
– Ma non sai nulla tu! Sei solo strafatto di serie trash. Mentre fuori c’è un mondo che si batte per la libertà, per poter circolare come tutti gli altri anche se non vaccinati, per abolire il green pass o meglio per darlo a tutti!
– Ma sei fuori di testa? Il green pass è un altro strumento di controllo! Serve a schedare dove vai, cosa fai, che gusti hai! Io non mi sogno proprio di prenderlo, rischiando pure di essere manipolato, se non addirittura eterodiretto!
– Etero che?
– No, lascia perdere.
– Invece non lascio perdere il fatto che mi si impedisca di fare quello che mi pare solo perché si crede che sono contagiosa. Tanto hanno dimostrato che i contagi li trasmettono molto più i vaccinati che non quelli come noi.
– Appunto, lasciali contagiare tutti tra di loro, così si estinguono o si fanno gli anticorpi e poi noi, puliti, sani, integri, potremo finalmente uscire.
– Ma non mi va di marcire qua dentro!
– Vatti a fare una corsa sui prati, allora.
– No, ho bisogno di stare in compagnia, andare nei locali, divertirmi un po’! Non sono mica un orso come te!
– Male, perché in queste circostanze è utilissimo.
– E non sono nemmeno una persona imbelle! Me le voglio conquistare le cose! E ora è tempo di lottare per rivendicare i propri diritti! Qui c’è di mezzo qualcosa più grande di noi che ci vuole togliere la libertà… ogni via di fuga!
– Vabbè, quando ne hai trovata una mi fai un fischio?
– Sei il solito cinico. Ti caghi sotto solo perché hai paura di morire col vaccino, o peggio ancora di essere pilotato o trasmutato, ma non fai nulla per cambiare le cose! Mentre ora è tempo di prendere in mano la situazione! – scatta di nuovo in piedi la giovane, abbassando questa volta la testa.
– Ma se ci buttassimo un po’ a letto tutte e due, invece? La rivoluzione la possiamo fare pure più tardi.
Lei lo osserva dall’alto in basso un po’ interdetta. Poi getta lo sguardo sul letto, lo alza verso il lucernario e sospira.
– Perché mi poni sempre queste scelte difficili?
– Tra il mio corpo e il cielo?
– Tra le tue paranoie e il buon senso. Era meglio che ci vaccinavamo.
– Così saremo morti nel giro di due anni, come lo saranno tutti i vaccinati.
– Ma almeno in questi due anni avremmo vissuto da sballo.
– Vedrai come ci sballeremo nei prossimi anni, sopravvissuti all’epidemia da vaccinazione. Vieni piccola mia – il giovane allarga le braccia.
Lei per sfinimento si lascia cadere sulle ginocchia davanti a lui. Poi gli si
abbandona.
– Se però i vaccini debellano il virus ti ammazzo io.