Ballata pop ai tempi della crisi

image_pdfimage_print

BALLATA POP AI TEMPI DELLA CRISI

La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura.
È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Albert Einstein

Beh, ora basta, stiamo davvero esagerando.

Si dice “quando la realtà supera la fantasia”.

Solo che qui non è una questione di stupore, ma solo di decenza.

Nemmeno Mario Puzo sarebbe riuscito a inventarsi personaggi simili.

Perché Vito Corleone è entrato nel narcotraffico suo malgrado.

Mica ci voleva stare lui, l’hanno tirato per il collo.

Gli bastava il contrabbando degli alcolici, il gioco d’azzardo illegale,

al più il racket dei sindacati, non aveva voglia di altri impicci.

Teneva molto più alla famiglia che all’interesse dei suoi affari.

E quando occorreva, semmai, usava l’intimidazione.

Che so, per farsi firmare un documento da un impresario

gli puntava la pistola alla tempia e gli diceva che su quel contratto

ci sarebbe stata la sua firma o il suo cervello.

Oppure per persuadere un produttore a far lavorare il suo figlioccio

gli infilava nel letto mentre dormiva

la testa mozzata del suo purosangue preferito.

Insomma c’era eleganza, c’era stile,

nessuna volgarità e nemmeno tracotanza.

Il figlio Michael poi di tutte queste faccende non ne voleva proprio sapere.

Gli hanno dovuto spaccare la faccia perché si convincesse

che gli attentatori del padre andavano ammazzati.

E lo ha fatto, da bravo figlio, ma lo ha pagato caro, con l’esilio.

E quando è tornato si è fatta la sua tosta carriera senza sconti,

fino a stancarsi anche lui e a ritirarsi dalla scena.

Non gli andava di lucrare a oltranza, anzi puntava alla legalità,

mica lo sapeva che anche l’internazionale immobiliare era corrotta fino al collo.

Si è trovato nei casini suo malgrado e a pareggiare i conti ci ha pensato il nipote.

In Vito c’era spirito di diplomazia, in Michael addirittura ricerca di onorabilità,

comunque entrambi impiegavano intelligenza nei loro affari criminali.

Invece se ora si adattassero le ultime intercettazioni in forma di sceneggiatura

nemmeno Coppola accetterebbe di dirigerla, perché troppo irrealistica.

Eppure non è altro che cronaca.

Per me la Terra di Mezzo era un continente dell’universo immaginario di Tolkien,

abitato da creature fantastiche che ne facevano di tutti i colori.

Vai a sapere che a casa mia poteva essere un intermondo di anime nere

che mettevano in contatto i criminali con i potenti.

Ma mica una cosa raffinata,

gente pronta a tagliare la gola e a vendersi come puttane,

sapendo bene che si lucra molto più sui negri che sui tossici.

Neanche sprovveduti alle prime armi,

ma campioni in ritorsione, frode, riciclaggio, usura.

Insomma al posto degli hobbit macellai,

al posti degli elfi terroristi,

al posto dei maghi truffatori.

Un branco di animali che non hanno nulla a che vedere con i loro insigni ispiratori.

Non parlo dell’onore, tanto meno della diplomazia o del culto della casta,

ma di semplice intelligenza, senso della misura e dignità della persona.

Qui invece una corte di buzzurri, mentecatti, lestofanti

ha spostato capitali come fossero mazzi di carte, palline da roulette,

un sofisticato latrocinio attuato da biechi bottegai,

un immenso malaffare gestito da carogne.

E quando la criminalità è così dequalificata

capisci che ormai è troppo tardi per tutto.

Sempre che ci sia ancora qualcosa da fare.

Perché qui pare che non ce ne sia più per nessuno.

Siamo ridotti a fantasmi, annichiliti dalla paralisi,

pezzi inerti di carne umana,

senza più spirito, né carattere, né tantomeno pensiero.

E perché? Perché c’è la crisi.

Peggio di una piovra che ti attanaglia,

di un tifone che ti sconquassa,

di un conflitto che ti massacra.

Già, perché in guerra cadono le bombe,

mancano i viveri, chiudono le frontiere,

ma poi a un certo punto finisce.

La crisi no.

Anzi si dilata, si espande,

permea tutto quello che ha intorno,

contagia menti, indoli, umori,

come un bubbone che sfiata la sua carica pestilenziale

e ammorba ogni cosa rendendola inerte, inutile, idiota.

C’è la crisi ed è la fine di tutto.

Per molti è così,

almeno per quelli che si sono dati fuoco o si sono gettati nel vuoto,

per quelli che hanno smesso di mangiare in cima a una gru,

per quelli che non sono più riusciti a sfamare i propri figli,

per quelli che hanno perso tutto, anche il senso delle cose.

Ma per molti altri è stata la fine lo stesso,

per contagio, per riflesso,

anche se continuavano a mangiare, a lavorare, a vivere con dignità.

C’è la crisi e si sono spente le coscienze,

si è eclissata la volontà,

è tramontato il pensiero.

Certo, si lotta, si protesta, ci si ribella,

ma per assicurarsi la sopravvivenza,

non per nobilitare l’animo o alimentare un’idea.

Nessuno ha il coraggio di andare più controcorrente,

di sconfessare i luoghi comuni,

di spezzare il domino di lamentele, querimonie, geremiadi,

di risollevare la testa da uno scempio

che ha distrutto il corpo di molti,

ma anche inebetito la mente di tanti altri.

C’è la crisi e si ha paura di essere diversi,

c’è la crisi e ci si ripiega su se stessi,

c’è la crisi e si vive da afflitti.

Un lutto delle idee, una notte senza fine, una deriva dell’anima.

Questa è la crisi,

al netto del pil, dello spread, del dow jones, della troika, del rating e del default.

Se poi a questo ci sommiamo pure la corruzione e la criminalità

allora abbiamo fatto bingo.

E a quanto pare noi siamo dei campioni.

Non per altro abbiamo fatto scuola in tutto il mondo.

Bel paese, non vi pare?

Infatti scappano via tutti, a cercar fortuna all’estero.

Piuttosto che rimanere a marcire con le pezze al culo o un colpo in testa.

Tanto ovunque è sempre meglio di qui.

Ma per me no.

Io amo questo fottutissimo paese.

Mi piace così com’è, in tutta la sua insensatezza.

A cominciare dalla sua fisionomia.

Un’appendice storta di terra protesa in mezzo al mare,

solcata da crinali contorti e soggetta a scosse sismiche e a frane rovinose.

Quasi un errore della natura.

Su cui per secoli si sono accaniti in tanti a farla pezzi,

come non fosse possibile immaginarla un blocco unico.

Non ne aveva nemmeno l’appeal.

Figuriamoci l’aspirazione.

E pure è il paese più fico del mondo.

C’è tutto: mare, monti, isole,

per non parlare dell’arte

che su questo schizzo di terra ci sta per i due terzi della sua totalità.

Sì, vabbé, c’è la crisi, ma quella non è una nostra esclusiva.

Sì, vabbé, c’è cosa nostra, ma quella l’abbiamo anche esportata.

Sì, vabbé, ci siamo noi, ma quello è un marchio di fabbrica e non ci si può fare nulla.

E poi non è che in altri paesi non siano mancati i problemi.

La Grecia ha la guerriglia urbana,

la Spagna il terrorismo basco,

la Francia le rivolte delle banlieue,

la Germania detta legge ma ha avuto il muro,

negli Stati Uniti comanda un nero ma massacrano i neri,

la Cina è un impero economico che però non concede il suffragio universale,

la Russia poi fa ancora le guerre di territorio e si riprende ciò che regala.

Per cui lasciatemi stare questo maledettissimo paese,

ci ho vissuto e ci voglio crepare.

Vi si parla una tra le lingue più belle del mondo,

anche se fuori di qui nessuno la conosce.

C’è un clima strepitoso, una cucina sopraffina,

una cultura somma e una natura da sballo.

Potrebbe bastare?

Certo, abbiamo il Vaticano,

con una mentalità non proprio all’avanguardia,

ma sapete che vi dico?

A me piace persino quel buontempone di Francesco,

che con i suoi pollici alzati e i pugni chiusi mette d’accordo proprio tutti.

Appare come un innovatore quando non lo è,

sembra avere un gran carisma quando non ce l’ha,

ma i suoi saluti quotidiani e le telefonate sbarazzine

lo rendono simpatico persino agli eretici e agli agnostici.

Insomma un papa à la page.

Ma sopra ogni cosa io ho lei.

Che è un vero trauma per l’eccesso della bellezza.

Tutta seni e golfi, coppe e valli,

indolente e capricciosa, svogliata e superba.

Non deve dimostrare niente a nessuno, basta a se stessa,

non la si può contenere, ci si può solo perdere.

E proprio tra le sue rovine io trovo la mia pace.

In quell’eternità mi riconcilio con il mondo.

Può andare tutto a puttane ma lì c’è la salvezza.

E potrei anche morire là

se non sapessi che tutto intorno si levano altri secoli di storia

stratificati in una teoria di cupole e campanili,

obelischi e mausolei, basiliche e palazzi.

Per cui come mi muovo sono in trappola.

Preda felice dell’eterna città.

Troppo amante dell’estetica per patire la notte dell’etica.

Lo so, è un discorso da anime belle ma anche da spiriti elevati,

almeno al di sopra di quel fango che ci sta ricoprendo tutti.

Non dico quello vero,

delle tangenti e delle pistole, dei ricatti e delle estorsioni.

Dico quello esistenziale,

che ti erode dentro, ti succhia l’anima, ti brucia il cervello.

Quella è la vera calamità,

che si nutre di paura, di ignoranza, di mediocrità.

Non è la mafia, né la crisi, né la fame,

quelli sono alibi della nostra coscienza.

È invece l’incapacità di scrivere poesie e parlare di alberi

quando intorno è tutto un disastro.

Perché Brecht sosteneva che discorrere d’alberi era quasi un delitto

quando su troppe stragi regnava il silenzio.

Adorno poi si chiedeva se per i superstiti del genocidio

fosse ancora possibile vivere

tra gli incubi atroci di sentirsi da sempre già morti.

Primo Levi in un certo senso ha risposto,

scrivendo tra le pagine più intense sull’Olocausto

e poi gettandosi definitivamente nel vuoto.

Altri hanno sostenuto che della Shoah

ne potrebbero parlare solo quelli che l’hanno vissuta

perché nessun altro sarebbe capace di immaginare una tale barbarie.

Altri ancora hanno ritenuto che nemmeno i “salvati” potrebbero dire alcunché

perché solo i “sommersi” hanno conosciuto fino in fondo l’orrore.

Dunque, dopo Auschwitz, non solo nessuno potrebbe parlarne

perché gli unici che ne sarebbero in grado non possono più farlo,

ma non si potrebbe più scrivere una sola poesia.

E invece si è continuato a scriverne,

così come si è continuato a parlare dei lager

anche da parte di chi non c’era mai stato.

E alberi e poesie non hanno tolto nulla alla memoria dello sterminio.

Allora perché non fare altrettanto in tempi

in cui ad essere sterminate sono la coscienza, la volontà, le idee?

Perché pensare a salvarsi se non si crede più a nulla?

Che importa sopravvivere in un mondo in cui non ci si riconosce più?

Meglio immaginare un altro mondo possibile

piuttosto che contentarsi di quello che c’è.

Ma per farlo non serve lamentarsi o deprimersi,

non basta incazzarsi o protestare,

occorre immaginare, inventare, intuire.

Mai come nei momenti di strazio è indispensabile la fantasia,

la capacità di osservare con altro sguardo le miserie del mondo,

l’abilità di trasfigurare la mera realtà in simbolo, metafora, allegoria.

Servono i poeti per salvare il mondo, non i banchieri.

Servono i sognatori per sollevarsi dalla crisi non i demagoghi.

Invece si continua a ordire manovre, minare i diritti,

millantare miracoli e ostentare giustizia.

Consolandosi che tanto al mondo c’è di peggio.

Perché in Medio Oriente si fanno stragi di bambini,

in Africa si massacrano i ribelli,

in America si annega nel razzismo

e in Cina si soffoca la libertà.

Cosa vuoi che siano al confronto

i nostri scandali da olgettine

o i nostri complotti da paranoici?

Sì, è vero, facciamo schifo, ma forse fuori fa più schifo di qui.

E così, assuefatti ai nostri orrori, continuiamo a perseverare.

In fondo, diciamolo pure, la crisi fa comodo a tutti.

È un alibi, una copertura, un collante, persino una compagnia.

Difficile ammetterlo, ma in realtà ci siamo affezionati alla crisi,

ne siamo diventati quasi complici.

Chi saprebbe più rinunciarvi?

Sono anni che non si parla d’altro e non si trova il modo di uscirne.

Comincio a credere che ormai sia una condizione esistenziale connaturata.

E come in una malattia con cui si impara a convivere

non ci si fa nemmeno più caso.

Così non solo non ce ne liberiamo,

ma non ne facciamo nemmeno tesoro.

Hai voglia a dire che la crisi è una benedizione per tutti perché porta al progresso.

Lo poteva dire giusto quel cervellone di Einstein

che vedeva nel tracollo di un sistema il ponte per una rinascita.

Lo diceva persino Benedetto Croce

che di difficoltà si può fare sgabello.

Ma noi purtroppo siamo un popolo di eroi, santi, poeti e navigatori,

non di filosofi e scienziati.

Forse questo fa la differenza.

Allora continuiamo pure a sdegnarci, a recriminare, a disperarci, a protestare.

A fare dibattiti sugli scontenti e sondaggi sulle incazzature.

A tradurre in fumetti le intercettazioni e a interpretare in scenette gli intrallazzi.

Tanto è tutto un gran teatro del mondo

e rappresentarlo è anche una forma di esorcismo.

Peccato che qui c’è la tragedia, ma non la catarsi.

Troppa diffidenza, troppa incredulità per fare del pathos una purificazione.

Dunque restiamo così,

tutti inerti e incattiviti, scettici e incazzati.

Ma a questa deriva francamente io ne preferisco un’altra.

Mentre il Titanic colava a picco c’era chi urlava impazzito,

chi si buttava dal ponte, chi si raccoglieva in preghiera

e chi continuava a suonare il violino.

Io mi affaccio dalla finestra

e contemplo il profilo dell’abside di una chiesa romanica accanto al Monte dei Cocci

e poco più in là le sagome dei campanili che svettano dai giardini dell’Aventino.

Sotto, tra gli argini frondosi, osservo scorrere le placide acque del fiume

che lanciano tremuli bagliori sotto i raggi infuocati del sole.

Ed è la luce, proprio la luce,

la cosa più bella.

Share This