Rapsodia in abisso

Meduse«Le reti di Dedalus», Primo piano. Anticipazioni, maggio 2014.

  RAPSODIA IN ABISSO

Pubblichiamo l’incipit del nuovo romanzo della scrittrice romana, in via di uscita presso le edizioni Empirìa. Un libro strutturalmente complesso costruito sull’intreccio dei percorsi esistenziali di quattro artisti, ognuno condizionato da un propria, specifica ossessione. La narrazione si apre con un sogno-incubo di una pianista che sprofonda in un gorgo di meduse.

http://www.retididedalus.it/Archivi/2014/maggio/PRIMO_PIANO/5_anticipazioni.htm


di Alessandra Fagioli

In una città labirintica e tentacolare quattro personaggi, somiglianti a temi musicali con proprie riprese e variazioni, si intuiscono, si inseguono, si combinano tra loro secondo la scansione di un componimento rapsodico in cui lo stile di scrittura diventa l’anima stessa del racconto. Sono quattro artisti tutti condizionati da una propria ossessione.
Secondo percorsi paralleli e incrociati, dopo aver intrapreso opere da singoli o in coppia, si ritrovano a confrontarsi in un’impresa impossibile: realizzare una grande performance attraverso i diversi linguaggi, nell’intento di sublimare le proprie forme ossessive. Ma nessuno sospetta che la sintesi delle arti possa rivelarsi un contagio delle menti in grado di scatenare gli effetti più imponderabili.
Una riflessione sulla creatività ispirata dal turbamento, sull’opera d’arte come sfida o riscatto, sulle derive della menzogna e le trappole dell’invenzione, sui subdoli incanti di sogni e visioni, in un continuo gioco al rialzo a colpi di delirio e di ingegno.

***

Era completamente nuda. Appesa per i polsi con una corda al braccio di una gru, oscillava nel vuoto sospinta da un lento movimento rotatorio che la trasportava come un peso morto sopra un terreno dissestato da buche e smottamenti nell’aria pungente del mattino. L’altezza da cui pendeva era più che sufficiente per immaginare di potersi sfracellare al suolo una volta mollato il gancio che la teneva assicurata all’estremità della gru, ma non era quello che la preoccupava, in fondo non aveva senso sospenderla per aria solo per farla schiantare a terra, potevano buttarla da qualsiasi altezza risparmiandole quella ridicola passerella aerea. Perché era proprio quella la cosa più umiliante, qualsiasi fine avesse potuto fare, l’essere sospesa tutta nuda sopra una sorta di cantiere abbandonato da dove nessuno l’avrebbe potuta osservare la metteva ancora più in imbarazzo, come se esibirla in assenza di pubblico fosse un maggior sfregio alla sua stessa nudità, nemmeno ridotta a oggetto di dileggio, ma solo a una beffa inutile ancora più insultante.
Piuttosto era proprio quel movimento costante della gru in una sorta di lenta panoramica su una distesa spopolata ad allarmarla davvero. Forse la stavano portando da qualche parte, in un punto preciso dove si sarebbe fermata, ma per quanto si sforzasse di sporgersi con la testa per sbirciare sotto di sé non riusciva a vedere nulla, se non un terreno pieno di detriti e calcinacci come se stesse sorvolando un’area di lavori in corso. Ogni tanto cercava di dimenarsi da quella posizione di tortura, con i polsi infiammati dalla stretta della corda, le braccia sfibrate dal peso del corpo, le gambe ciondolanti come appendici inanimate, con l’unico risultato di aggravare la situazione sentendosi ancora più ridicola.
A un tratto però sentì arrestarsi di colpo il braccio della gru e la fune iniziare a scorrere lentamente verso il basso. La stavano calando con estrema delicatezza in direzione del suolo, impedendole ogni impatto rovinoso, come se avesse appena concluso una gita ad alta quota per godere del colpo d’occhio di tutta la vallata. Ma premendo il mento sopra il petto per cercare di intravedere tra i seni inturgiditi dove stesse atterrando, scorse a perpendicolo sotto di sé una grande cisterna ricolma di un liquido indefinito.
Comprese all’istante che il suo viaggio si sarebbe concluso là dentro. Ma più che dal panico fu assalita dall’incertezza di non sapere cosa conteneva il serbatoio sul quale stava scendendo a piombo. Il suo primo pensiero fu il cemento armato. I detriti, le pietre, il terreno dissestato, la gru facevano pensare a un cantiere dove erano state demolite alcune case per costruirne delle altre. La cosa più logica era che fosse destinata a essere immersa nel cemento ancora liquido per poi rimanere pietrificata appena si fosse solidificato. Murata viva dentro una sostanza che sarebbe diventata la sua tomba. Attraversata da un’improvvisa scossa cominciò prima a dimenarsi, poi a urlare. Scalciò nel vuoto, si torse su se stessa, buttò indietro la testa e implorò pietà verso un cielo sordo attraversato da nuvole diafane.
Intanto la corda continuava inesorabile ad allungarsi verso il basso accorciando sempre più la distanza che la separava dalla cisterna. In un guizzo disperato, gettando ancora una volta lo sguardo verso terra, si accorse però che il liquido del serbatoio non era biancastro ma di un colore opaco, tra il verde bottiglia e il grigio topo, impossibile da attribuire al cemento armato ma magari a qualche acido potente in grado di sciogliere all’istante ogni materia. Una tale prospettiva fu sufficiente a strozzarle la voce in gola e a contrarle i muscoli in una sorta di paralisi fulminea. L’idea di essere cementificata era senz’altro più allettante rispetto a quella di essere liquefatta. Almeno l’immersione sarebbe stata indolore e alla fine avrebbe patito solo un po’ per diventare un fossile. Ma nell’altro caso lo strazio sarebbe stato atroce e invece di mantenersi integra dentro la pietra sarebbe svanita nello stesso liquido, nemmeno polvere da disperdere o da conservare, ma un tutt’uno indistinto di viscido orrore.
Eppure, nei brevi sprazzi di lucidità, non riusciva ancora a capacitarsi perché era nuda. Che l’avessero immersa nel cemento liquido o in un acido corrosivo il fatto di essere vestita o meno non avrebbe comportato alcuna differenza. I vestiti non l’avrebbero certo protetta dalla solidificazione del cemento, né tanto meno dal dissolvimento nell’acido. E allora perché era nuda come un verme? Perché appenderla come un’anatra spennata senza offrirla a un pubblico ludibrio, né sottoporla a qualche tortura in cui avrebbe avuto senso essere nuda? Quell’ottuso mistero l’agitava ancor più di qualsiasi sorte la stesse aspettando, le provocava un rigurgito di indignazione, un conato di disappunto, una sorta di rifiuto logico a quell’assurda situazione. Ma i pochi metri che ormai le mancavano per raggiungere il liquido della cisterna non le permisero di indugiare in tanti ragionamenti. Le sarebbe bastato avere coscienza, almeno un attimo prima della fine, di come sarebbe dovuta morire, visto che il perché non riusciva proprio a immaginarlo.
Ma proprio nell’ultimo tratto avvertì che la sua discesa stava rallentando sempre di più, fino a diventare quasi impercettibile, e per un attimo sperò che si potesse arrestare del tutto come una grazia insperata giunta all’ultimo istante. Si irrigidì quasi a voler congelare con l’immobilità del suo corpo anche il movimento della discesa, eppure a ogni secondo avvertiva qualche millimetro perso, a ogni minuto una manciata di centimetri, era peggio di una tortura cinese, avrebbe preferito essere mollata di colpo e farsi un bel tuffo in qualsiasi sostanza ci fosse là sotto, al diavolo il cemento o l’acido o qualsiasi dannato elemento, fosse stato pure un combustibile infiammabile che ne avrebbe fatto una torcia umana, la facessero finita una volta per tutte se comunque doveva crepare!
Poi però fu assalita da un terribile dubbio, sommò nudità e lentezza e immaginò che avessero comunque un legame, una sorta di spietata alleanza che poteva andare molto aldilà di una fine imminente. Quasi d’istinto gettò un ultimo sguardo sotto di lei e solo allora si accorse che il contenuto del serbatoio oltre che opaco era anche un po’ denso, quasi gelatinoso, a tratti persino molle, con sfumature azzurrine e violacee, che potevano trascolorare a seconda di impercettibili movimenti, come piccole scosse che smuovevano la superficie facendola quasi pulsare. D’istinto portò le ginocchia al petto più per ribrezzo che per orrore, non poteva essere un acido, ma nemmeno olio, né benzina, né catrame, era completamente inodore, ma allora cos’era?
Tutta rattrappita in posizione fetale fu prima presa dallo schifo, poi dal disgusto, poi dallo stupore, infine dall’incredulità quando iniziò a distinguere dei tentacoli filamentosi muoversi sotto cappelle pulsanti, un groviglio di appendici contorte soffocate da corpi rotondi, piccoli e grandi, lisci e rugosi, appiccicati a ventosa l’uno all’altro come a formare una trama vischiosa, dal disegno osceno, quasi sinistro. E solo un attimo prima di toccare con la punta del piede quella superficie melmosa si rese conto di stare sprofondando in un immenso concentrato di meduse.
Al primo contatto sentì una scossa che dal piede salì fino al ginocchio, seguita da un’altra che le indolenzì tutto il polpaccio, poi un bruciore al tallone e alla caviglia che si erano appena immersi nella sostanza, ancora una scarica sull’altro piede come se avesse toccato la corrente, seguita da un altro bruciore sotto la pianta e intorno alle dita quasi le avesse immerse nel fuoco. Ma per quanto cercasse di ritrarsi non riuscì più a trattenere le gambe che le cedettero di colpo dentro quell’ammasso di celenterati, diventando ricettori di scariche elettriche che le si propagarono in tutto il corpo. Urlando come un’isterica iniziò a scalciare in tutte le direzioni torcendosi con il busto e divincolando la testa, ma più si agitava più offriva superficie di pelle nuda alle reazioni urticanti delle meduse, che già sacrificate in poco spazio reagivano a quell’intrusione spurgando liquidi infetti che al solo contatto ustionavano come brace. Appena arrivò a immergersi il pube credette di svenire, eppure rimase vigile quel tanto da sentire una fitta interna che le provocò spasmi convulsi fin dentro le viscere. Ma la discesa proseguiva inesorabile e come avvolta in una guaina infiammata sentì aderire le bocche delle meduse sui fianchi, lungo la schiena, intorno all’addome, finché i tentacoli non le raggiunsero i seni avviluppandosi famelici intorno ai capezzoli. Ormai quasi in deliquio non aveva più la forza di urlare, né di agitarsi dentro quella mollezza letale, aveva gli arti paralizzati e ormai tumescenti per i gonfiori che ovunque erano esplosi come reazione agli spurghi urticanti. Con un estremo sussulto cercò di tener su la testa quando l’assedio delle meduse si spinse sotto le ascelle, lungo le spalle, intorno al collo fino a lambirle il mento e le orecchie, avviluppandola in un abbraccio infernale più incandescente di un rogo. Quando anche la testa non riuscì più a stare a galla sprofondando in quell’abisso d’orrore, fu colta da altri spasmi febbrili che le fecero spalancare d’istinto la bocca in un grido muto, senza più fiato, offrendo rifugio a una corpulenta medusa che le scivolò in gola per spurgare placida il suo viscido unguento.
Solo allora schizzò di colpo seduta tra le lenzuola umide di sudore, sputando catarro, annaspando nel buio, alla ricerca di una presa per risalire a galla, di una via di fuga per sottrarsi al ribrezzo, finché riuscì ad accendere una lampada scoprendosi allucinata nel letto, discinta come un’ossessa, bagnata dei suoi stessi umori, atterrita dalla propria immaginazione. Poi, come risvegliata da un richiamo profondo, ghermì dal comodino dei fogli che teneva sempre a portata di mano e si mise a buttar giù frammenti cruciali, passaggi nevralgici, sensazioni remote, tutto quello che le veniva in mente in libera associazione, per non perdere nemmeno una traccia del caos che l’aveva travolta. Scriveva con la sinistra e il polso girato verso l’alto per non sbafare l’inchiostro passandoci sopra col palmo, ma dalla foga non riusciva a stare dentro i margini del pentagramma, sforava sempre di un’ottava sopra o di un’ottava sotto la chiave di violino e altrettanto faceva con la chiave di basso quando passava al pentagramma successivo, ma non invadeva mai lo spazio tra le due chiavi, attenendosi scrupolosamente a una composizione in parole anziché in note, sebbene con qualche guizzo più acuto oppure più grave che non rispettava una perfetta armonia, ma assecondava piuttosto un’improvvisazione onirica schizzata sugli unici fogli che aveva a disposizione.
Quando all’improvviso squillò il telefono trasalì come fosse stata sorpresa in flagrante, poi si voltò di scatto e afferrò la cornetta indispettita che qualcuno la stesse seccando.
– Che cazzo ci stai a fare a casa, Costanza, stiamo aspettando solo te!
– Ma perché… che ore sono?
– Cristo santo, sono le dieci passate, sono ormai tutti sul palco, non senti che stanno accordando già gli strumenti?
– Scusa Aurelio, ma non mi ero accorta dell’ora… è stata una notte un po’ turbolenta…
– Me ne frego delle tue notti, puoi fare quello che vuoi, ubriacarti, drogarti, andare a battere, ma non puoi mancare alle prove generali!
– Ma non dicevo in quel senso… la turbolenza è nel mio sonno…
– Senti, puoi avere tutti gli incubi che vuoi, sprofondare nelle tue allucinazioni, ma non mi puoi bloccare un’intera orchestra perché non ti svegli in tempo!
– Va bene, calmati, ora arrivo subito… non sarà mica la fine del mondo!
– Beh sai, potrebbe esserlo quando si hanno due concerti per pianoforte e orchestra da eseguire in prima nazionale tra un paio di giorni e manca proprio la pianista…
– D’accordo, mi spiccio… ma, credimi, stavolta l’ho sognata proprio grossa…
– Non me ne importa un fico secco delle tue paranoie, non devono avere nulla a che fare col lavoro, intesi?
– Non avranno nulla a che fare col lavoro, ma hanno a che fare con me.
– Allora dissocia la tua persona dal lavoro, i tuoi sogni dalla musica, lascia quegli assurdi incubi a casa e porta subito qui le tue chiappe sul seggiolino di questo dannato pianoforte!
– Difficile dissociare… più facile trovare delle consonanze…
– Le uniche consonanze che devi trovare sono quelle dentro l’orchestra, sbrigati!
– Aurelio?
– Sì?
– C’è mai stato un poema sinfonico composto intorno al tema della medusa?


INSCENAONLINE – SCENARIO –  Maggio 2014
Pubblichiamo il secondo capitolo di RAPSODIA IN ABISSO, il nuovo romanzo di Alessandra Fagioli (Edizioni Empirìa),

in cui un fotografo-artista, affetto da vertigini, tenta di catturare l’invisibile per sconfiggere la paura del vuoto

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Alessandra Fagioli - VertiginiUn uomo che cade, giù a capofitto nel vuoto. Un corpo abbandonato a se stesso, che non offre resistenza alla propria rovina. Un volo senz’ali incapace di levità, in balia di una forza che lo risucchia. Sempre la stessa caduta a precipizio, inerte, muta, testarda, ma senza impatto. Non se ne vede la fine, come se non ci fosse un termine che la blocchi spezzandone il volo, continua imperterrita verso un buco nero in cui sparisce senza alcun danno.
Ovunque si affacciasse la visione era sempre la stessa, vedeva qualcuno precipitare giù, nel vuoto che si apriva al di sotto, verso uno schianto sicuro, che non accadeva mai. D’un tratto spariva la terra, spariva l’acqua, spariva qualsiasi sostanza che potesse disintegrare o inghiottire, rimaneva solo il senso di resa totale a una forza oscura, magnetica, al cui richiamo non si poteva resistere, nell’angosciante certezza che quel corpo in caduta libera non fosse che il proprio.
Era quanto bastava a farlo distanziare di scatto da qualsiasi parapetto sospeso sopra una roccia, una cascata, uno strapiombo, brividi fulminei gli attraversavano le gambe respingendolo indietro, non perché avesse paura di cadere nel vuoto, ma perché avvertiva l’irresistibile tentazione di buttarcisi. Le vertigini non erano un segnale di fobia ma di difesa, indispensabile per salvarlo dall’anelito di emulare Icaro, non però dall’immagine di lui che precipitava giù. Quella ricorreva sempre, anche quando se ne stava ben saldo sulle gambe a osservare a distanza quel vuoto incombente che lo invitava a tuffarcisi dentro, bloccato nella sua posizione vedeva un corpo lanciarsi di sotto e poi sparire nel nulla, lui era sempre lì ma allo stesso tempo era caduto giù.

Per questo aveva iniziato a scattare delle istantanee. Nella vana speranza di immortalare le proprie visioni, catturava immagini di ampiezze, dilatazioni, sprofondamenti, convinto di scorgersi dentro mentre cadeva. Ma non vi trovava mai niente, nemmeno il sospetto di qualcosa che avesse a che fare con lui o con un corpo che cade, solo l’inconsistenza del nulla che si disfaceva nella sua vacuità, lasciando un senso di sospensione ineffabile, di vertigine cosmica carica di vaghezze e di incognite. Scattava fotografie al cielo, al vento, al buio, a tutto ciò che potesse essere evanescente. Inseguiva refoli, stanava ombre, ghermiva arie, sempre alla ricerca di istanti irripetibili in cui cogliere il bagliore di un’assenza, l’intuizione di un’idea, la sfumatura di un enigma.

– Io non riesco proprio a vedere un bel niente.

– Non devi vedere, devi immaginare.

– E cosa, se non c’è nulla che mi possa ispirare?

– È proprio il nulla che ti deve suggerire qualcosa.

– Dal nulla deriva solo il nulla, non ci può essere altro.

– Dal nulla deriva il tutto. Ogni cosa è inventata.

– Qui di inventato c’è solo quello che sta dentro la tua testa.

– Può darsi, ma può essere molto di più di quanto si presume che esista.

– E allora perché non ti metti a fotografare le idee, i sogni, le visioni?

– Ce l’hai sotto gli occhi, sei tu che non riesci a vederle.

Così liquidava ogni obiezione riguardo le sue foto. Non si curava che fossero comprese, pensava solo a inseguire l’invisibile nell’insana ricerca di catturarne l’identità, fosse pure un indizio, un sospetto, una traccia, qualsiasi cosa che potesse lasciar intendere qualcos’altro in un gioco continuo di rimandi interni. Cominciò a catalogare gli scatti per indici e per icone, per immagini che rispecchiavano la realtà e per quelle che la tradivano, per riflessi veritieri e per simulacri ingannevoli, inseguendo sempre qualcosa che non c’era e trovandola altrove, nascosta tra le screziature della pellicola, sfumata nel chiaroscuro dell’esposizione, un’idea più che una cosa che tanto bastava a dare senso al soggetto.

Ma la sua vera mania erano i ponti. Ponti di città, che collegavano sponde di fiumi contorti come serpenti in cerca di sbocchi fluidi nel fitto reticolato dei borghi, arcate solenni che aprivano di colpo prospettive traverse in cui lo sguardo si perdeva nel vuoto, non più a precipizio, ma in profondità, fino a raggiungere orizzonti impensati che non davano il brivido della vertigine, ma il sussulto di un’epifania. Scivolando come un ladro lungo i parapetti, senza mai affacciarsi di sotto, si soffermava nei punti in cui gli sembrava di spingere più a fondo lo sguardo e da lì rapiva con l’obiettivo visioni occulte, scorci sfuggenti, che poi andava subito a sviluppare nell’oscurità della sua stanza nell’intento di cogliere non più la rivelazione del nulla, ma quella dell’oltre.

Perché se il nulla poteva sollevare qualche perplessità sulla sua intrinseca essenza e soprattutto sulla possibilità di trasfigurarsi in immagine, l’oltre apriva a insondabili universi di senso, spingeva verso territori dai confini evasivi, lasciando ogni cosa in sospeso senza tuttavia negare alcunché, tanto da poter assumere infinite sembianze anziché sottrarsi a qualsiasi evidenza. Stavolta non si trattava più di immaginare ciò che non c’era, ma di intravederlo aldilà, oltre la percezione immediata, dietro ogni apparenza, sotto la cortina della realtà che tutto ottundeva senza lasciar trapelare guizzi sospetti di altra natura, palpiti estremi di un mondo diverso, che pure non potevano sfuggire a chi davvero riusciva a insinuarsi dentro i misteri della visione.

– Sezioni di case, profili di alberi, sagome di montagne… nient’altro.

– Tutto qui? Quanta pochezza. Davvero non ci sono limiti alla cecità.

– Ma perché? Cos’altro dovrei vedere?

– Un quadro di Chagall, uno stormo di uccelli, una tempesta di grandine.

– Smettila di prendermi in giro, dici solo sciocchezze.

– Mai stato tanto serio. Si tratta solo di riuscire a vedere cosa può esserci dentro una casa, intorno a un albero, sopra una montagna…

– Allora occorre essere veggenti, oppure indovini.

– Non c’è niente da indovinare, sono tutte cose reali.

– Ma che non si possono percepire… almeno a occhio nudo.

– Di nudo ci deve essere solo la tua mente, spoglia da qualsiasi riserva, libera di andare oltre, capace di cogliere altro.

Così suggellava la sua idea di vedere attraverso. Non c’erano santi, le sue foto non solo dicevano di più di quanto mostrassero, ma alludevano a un altrove che contenevano, rinviavano a un’alterità cui davano forma, si trattava solo di capire dove soffermare lo sguardo, se nella vacuità dell’evidenza o in fondo all’abisso dell’occulto. Lui non aveva dubbi, ma pochi lo capivano. Nemmeno Ginevra riusciva a cogliere il senso recondito dei suoi scatti. In fondo non pretendeva che lei vedesse le cose che per lui erano tanto palesi, gli sarebbe bastato che ne intuisse lo spirito, ne scorgesse il richiamo, ne apprezzasse almeno il senso allusivo, invece continuava a brancolare nel buio, a cercare a tutti i costi ragioni, a resistere a qualsiasi abbandono che la potesse condurre nei vertiginosi gorghi dell’invisibile.

Gli obiettava sempre che chi soffriva di vertigini non poteva avere la passione per i ponti, chi rifuggiva il vuoto non poteva avere il culto del nulla, e soprattutto chi riproduceva in istantanee la realtà che aveva davanti non poteva pretendere di vedervi qualcosa di immaginario. Il ragionamento non faceva una piega, eppure Vittorio continuava a ostinarsi nelle sue visioni ulteriori, quando non riusciva a fotografarle le disegnava, quando non aveva modo di disegnarle se le figurava dentro la testa, sommando traccia a ricordo, bozzetto a proiezione, finché non arrivò ad avere la sensazione di vedere il già visto.

A tutti può capitare di avere un déjà vu, un momento in cui si assiste a qualcosa che si è sicuri di avere già visto prima di allora, una sensazione sconcertante e allo stesso tempo straniante, che quasi conduce in un’altra dimensione, dove si perde il senso del prima e del dopo, si confondono i piani della percezione, senza che si riesca a capire dove e quando si sia già verificato ciò che si vede. È quasi un fiotto della memoria, un rigurgito dei sensi, che lascia spiazzati e immemori, vittime di una visione che proietta altrove e non permette di stabilire un nesso tra vissuto e immediato, istante e ricordo.

Si trovava su un ponte, questa era l’unica cosa certa. Un ponte che sovrastava un’ansa molto arcuata di un fiume offrendo una doppia visione prospettica, le cui linee di fuga segnavano tra loro un angolo di circa 60 gradi. Bastava girare la testa un po’ verso destra e un po’ verso sinistra per godere di due colpi d’occhio che si perdevano in profondità tra cupole, campanili e facciate barocche. Vicini l’uno all’altro aveva piazzato un paio di treppiedi su cui aveva fissato due macchine fotografiche con teleobiettivo, l’una rivolta verso sud e l’altra verso nord. Alternandosi senza posa scattava immagini in opposte direzioni, talvolta ampliando l’angolo di visuale tra le due macchine per cogliere scorci traversi dove potevano accadere cose che solo la pellicola sarebbe stata in grado di rivelare. Si sentiva come un investigatore sulla scena del delitto che non si lasciava scappare il minimo indizio, anche se questo poteva trovarsi a centinaia di metri di distanza in linea d’aria. Tanto poi dentro la camera oscura sarebbe saltato fuori comunque.

Ma in un momento di passaggio da una postazione all’altra, in quella sorta di angolo cieco che aveva davanti a sé, cui non aveva mai prestato attenzione, vide di sfuggita un uomo in fondo al ponte che gli puntava addosso l’occhio ermetico di una macchina fotografica. Fu un attimo e quello abbassò subito l’obiettivo confondendosi tra i passanti e lasciandogli credere che fosse stato solo un abbaglio. Turbato tornò ai suoi scatti ma non riuscì più a concentrarsi, temendo che qualcuno potesse spiarlo in incognito. Poi d’istinto, colto da un presentimento, si guardò alle spalle e giurò di scorgere un’altra persona, stavolta una donna, che lo fissava con un altro obiettivo senza temere di essere vista. Anche lì fu questione di un attimo e quella puntò la macchina in altre direzioni, come a cercare la giusta inquadratura, lasciandogli credere che lui fosse solo un accidente tra tanti.

Era quanto bastava per gettarlo nel panico. Non tanto per sentirsi osservato – così da vicino poi, proprio lui che guardava tanto lontano – quanto perché era sicuro di aver già vissuto quella situazione prima di allora, trovandosi concentrato su un obiettivo, o addirittura un doppio obiettivo che divergeva verso due lati, e allo stesso tempo scoprendosi oggetto di osservazione di un altro obiettivo, o addirittura di due che si fronteggiavano l’uno con l’altro. Insomma sentirsi osservatore e osservato allo stesso tempo, per giunta lungo due assi il cui punto di incrocio era lui stesso. Se capita una volta può essere una coincidenza, un’involontaria simmetria del caso, ma se accade di nuovo non può che essere un disegno perverso del destino, un ritorno che non lascia scampo, come se nella sua volontà di penetrare a fondo con lo sguardo, di catturare la più evanescente sfumatura, fosse connaturata la fatalità di essere braccato dentro una rete di occhi inquisitori.

Giurava di essersi già trovato in quella situazione, anche se non era su un ponte a scattare istantanee, ma il senso di smarrimento era lo stesso, guardava altrove e altri guardavano lui, puntava lo sguardo lontano mentre altri lo osservavano da vicino, inseguiva l’invisibile e si trovava a essere l’oggetto più in vista, in una costante ambivalenza di obiettivi incrociati che rovesciava sempre la prospettiva delle cose. Forse proprio da allora aveva iniziato a soffrire di vertigini. Non tanto per il senso del vuoto, quanto per il capovolgimento delle parti, per l’oscillazione tra gli opposti, per la perdita d’identità che sopraggiunge quando non si sa più se si è oggetto o soggetto.
Ora però si trovava in mezzo a quel ponte dove poteva solo guardarsi intorno e non verso un vuoto dentro cui avrebbe tanto voluto precipitare. Solo quello l’avrebbe potuto sottrarre a quel diabolico incrocio di sguardi. Eppure ci doveva essere un’altra via di fuga. Continuava a lanciare occhiate furtive in tutte le direzioni senza darsi mai pace, sentendosi addosso gli occhi di tutti che lo scrutavano come fosse una spia. Ormai non riusciva a vedere più nulla se non se stesso divorato dallo sguardo degli altri. Aveva sempre creduto di essere l’unico osservatore onnisciente, ora scopriva di essere un pubblico oggetto di osservazione. Così, in preda all’ansia, in un estremo tentativo di sottrazione, sollevò lo sguardo verso l’alto e senza rendersi conto di rovesciare la prospettiva sottosopra si abbandonò all’irresistibile vertigine di sprofondare dentro il cielo.