New York City, New York Grid

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NEW YORK CITY, NEW YORK GRID
Dalla terra all’acqua, passando per il cielo

 

A prima vista nulla sembra assomigliare meno a Eudossia che il disegno del tappeto, ordinato in figure simmetriche che ripetono i loro motivi lungo linee rette e circolari, intessuto di gugliate dai colori splendenti, l’alternarsi delle cui trame puoi seguire lungo tutto l’ordito. Ma se ti fermi a osservarlo con attenzione, ti persuadi che a ogni luogo del tappeto corrisponde un luogo della città e che tutte le cose contenute nella città sono comprese nel disegno, disposte secondo i loro veri rapporti. (…) Il tappeto prova che c’è un punto dal quale la città mostra le sue vere proporzioni, lo schema geometrico implicito in ogni suo minimo dettaglio.
Le città invisibili, Italo Calvino

La chiamano la città del diavolo. Perché è tutta spinta verso l’alto ed è senza radici. Sembra che il diavolo l’abbia estromessa dalla terra, facendola eruttare verso il cielo in getti ripetuti che si sono pietrificati in tante torri di acciaio e di cristallo. Non si potrebbe spiegare altrimenti una tale ossessione per la verticalità. Solo una forza demoniaca poteva provocare una cresta di vette capace di sfidare il cielo, lungo una lingua di terra protesa tra due fiumi, priva di ogni traccia di memoria.

Non ricordo come ci capitai… in realtà non ne avevo alcuna necessità. Intendo dire, non mi trovavo lì per turismo, né per studi o per affari. Tanto meno per cercar fortuna. In verità non sono mai stato in cerca di qualcosa. Ho sempre vagato senza una meta, seguendo l’istinto dell’apolide. In fondo non mi interessa la scoperta… semmai mi affascina la sorpresa. Forse è per quello che ero arrivato fin lì. Per quanto non ci fosse nulla di più noto, sapevo che sarebbe stato un salto nel buio… o meglio nell’aria.

Può sembrar strano ma non vi arrivai dal mare e tanto meno dal cielo… emersi invece da quel sottosuolo privo di radici e orfano di storia, sbucando da una delle tante bocche della metropolitana proprio in fondo all’isola… per ritrovarmi subito inghiottito da una foresta di cemento, nano tra giganti, assediato da blocchi verticali che si perdevano nell’aria, senza vie di fuga o scorci verso il vuoto. Rimasi con gli occhi puntati al cielo a rigirarmi su me stesso, ipnotizzato da quei picchi che sembravano convergere l’uno verso l’altro, quasi a gara nel fronteggiarsi in altitudine.

Dovevo essere sbucato nel cuore della parte più vecchia della città, dove la pianta originaria si estendeva ad emicicli concentrici intersecati da strade a raggiera, dando vita a uno strano gioco di intersezioni sghembe.

Incantato da tanta sommità iniziai a muovermi lungo strettissime vie, cunicoli bui soffocati da pareti specchiate, ampie arterie dominate da torri massicce… e a ogni incrocio che incontravo mi si aprivano prospettive cubiste, incastri futuribili, vette inserite in sezioni di piano, volumi innestati in campi scomposti. Sembrava di stare all’interno di un puzzle i cui pezzi si combinavano in base all’altezza, secondo forme sfalsate che davano un senso di profondità compatta, di pienezza volumetrica che saturava lo sguardo.

Mi sentivo allo stesso tempo contenuto e sovrastato, minuscola variabile di un sistema stringente, in cui era possibile muoversi secondo direzioni incrociate che tendevano a convergere intorno al fulcro della città finanziaria… dove si producevano ingenti ricchezze, si facevano affari da capogiro, si giocava d’azzardo con ogni somma, senza criteri né limiti, obbedendo solo all’onnipotenza del dio denaro. Insomma un tutto pieno senza possibilità di scarti, intoppi, cedimenti.

Avrei potuto perdermi in quel labirinto saturo di forme, denso di riflessi, colmo di materia. Lì era appena iniziato il mio viaggio… ma in fondo poteva anche finirvi, perché in quel campione di città c’era già tutto l’universo. All’interno dei palazzi, lungo le vie, intorno agli incroci si concentrava un’infinita umanità, carica di storie, gravida di affanni, ricca di memorie… e in costante movimento, come un flusso di marea che cresce e degrada senza posa.

Ma dove altro andare? Cos’altro aspettarsi? Forse quella città era tutta lì, in quel fondo d’isola… dove c’era più vita che in ogni parte del mondo. O forse chissà quali altri mondi c’erano dentro quella città… chissà quante varianti delle stesse forme… quante eccezioni degli stessi modelli.

Per un attimo mi credetti perduto e allo stesso tempo arrivato. Perduto perché ovunque mi trovassi non sapevo dov’ero… arrivato perché in qualsiasi posto fossi poteva essere identico a tutti gli altri. C’era qualcosa di esclusivo e insieme di omologo, qualcosa che poteva essere unico e al contempo ripetibile all’infinito. Quegli edifici verticali erano uno diverso dall’altro, ognuno con un proprio profilo, eccentrico e irripetibile. Eppure la loro densità ne faceva un corpo unitario, un assolo perfetto, compiuto in se stesso e autonomo nel suo insieme.

Solo che spingendomi lungo le vie intersecate l’una con l’altra in angoli acuti od ottusi, comunque mai retti… continuando a girare in tondo su quel lembo di terra come fossi dentro un sistema concentrico… a un tratto mi apparve un enorme varco all’orizzonte, una sorta di attonita assenza, che non sembrava lo sbocco da un labirinto, ma l’interruzione di una continuità. Era come se laggiù morisse ogni ridondanza, si estinguesse ogni consistenza, e alla fine emergesse un profondo senso di vuoto che alterasse tanta densità.

E a quell’improvviso spazio che mi si apriva davanti non seppi resistere… ne venni attratto come in uno stato di ipnosi… mi ci spinsi dentro rapito da una forza inconsulta… finché in pochi istanti raggiunsi una sorta di non luogo, una sinistra utopia, non qualcosa che sarebbe potuta essere, ma qualcosa che non era più.

Non fu tanto il vuoto sospeso nell’aria, quanto lo sprofondamento dentro la terra a lasciarmi interdetto. Il livello zero era molto al di sotto del luogo di osservazione, e più che una tabula rasa sembrava un cratere provocato da un esplosivo. Mentre intorno, a una distanza smisurata che rendeva ancor più solenne l’assenza, le quattro torri della città finanziaria sembravano incredule sentinelle che vegliavano su un luogo violato… simulacro di una catastrofe… vacua testimonianza di una calamità ineluttabile.

Rimasi per non so quanto tempo a fissare quel vuoto che mi si estendeva davanti. È possibile fissare il vuoto quando si è soprapensiero, ma non quando lo si osserva tanto intensamente. Guardare il vuoto significa perdere la vista nel nulla, oltrepassare l’invisibile e scoprire che ciò che non esiste non ha essenza, è pura astrazione, qualcosa che si dilata nello spazio e si sottrae a ogni presa, qualcosa di ambiguo e di inquietante insieme, che apre ad infinite ipotesi, senza offrire alcuna soluzione.

Eppure, in quel luogo, il vuoto presieduto dalle torri superstiti appariva tangibile, si imponeva in tutta la sua concretezza, si animava di una forza che richiamava un passato di gloria e annunciava un futuro di rilancio, ma non poteva far nulla per alienare il deserto del presente… la voragine di un’assenza ormai diventata tanto densa e penetrante.

Fu solo allora che mi accorsi di quanta gente girava intorno alla grata, lungo il perimetro del cratere, accalcandosi nei punti in cui sembrava poter scorgere una prospettiva più ampia dell’area… una sezione più eloquente… uno scorcio più illuminante. Ma come si può spiegare il vuoto? Come si giustifica l’assenza? Come si fa a capire il nulla?

Non so cosa pensasse quella gente che cercava di vedere a tutti i costi ciò che ormai non era più, ma certo non poteva essere pietà o sdegno quello che provava, piuttosto assomigliava a una sorta di sconcerto e di incredulità. Perché davanti a tanta enormità si poteva avvertire solo un’angosciosa finitezza, il senso di un’incolumità irrimediabilmente perduta, l’inquietante consapevolezza che alla fine non si aspira più ad emulare Dio… ma piuttosto a esorcizzare il diavolo.

Già, perché proprio questo è il punto. Il senso d’angoscia di questo nuovo secolo sembra aver cambiato orizzonte. Non ci si protende più verso il divino per trascendere i propri limiti… si cerca al contrario di sottrarsi al diabolico per difendere la propria esistenza. L’uomo non ha più la velleità di assomigliare a Dio… è troppo occupato a sconfiggere il diavolo. Ormai non si tratta più di sentirsi inadeguati rispetto all’onnipotente… ma di scoprirsi vulnerabili nei confronti del demoniaco.

Così l’angoscia di questi tempi non è più una questione interiore, uno scarto rispetto a quello che vorremmo essere… ma è un problema esterno, una minaccia incombente di ciò che non vorremmo mai che ci fosse.

Quello che era certo però era che il peso del vuoto diventava sempre più insostenibile… il senso del nulla si faceva spiazzante… e come ne ero stato attratto, così ora mi sentivo spingere altrove, alla ricerca di altri volumi che dessero forma allo spazio, nel tentativo di evadere da quell’assenza oppressiva che non lasciava scampo, toglieva il respiro e avvolgeva ogni cosa in un abbraccio insolente.

Tentai allora di spingermi lungo il rettilineo della West Broadway, che puntava diritta verso Nord, costeggiando il quartiere Tribeca, per poi addentrarsi nel cuore del Soho, fino a raggiungere il Greenwich Village. E di colpo mi sembrò di essere finito in un’altra città, anzi in tante piccole città, fatte di edifici di pochi piani in mattoni rossi, con le scale esterne in ferro battuto davanti alle finestre. Un mosaico di villaggi in miniatura al cospetto dei giganti che svettavano in fondo all’isola, una rete di modesti sobborghi in cui la gente si sorrideva, si salutava agli incroci, si fermava a chiacchiera di fronte ai negozi, come sospesa in una dimensione remota… incurante del vortice di affanno che le girava intorno.

Qui non avevo più capogiri, tremori, vertigini. Non mi sentivo più sovrastato da colonne solenni, né stretto da lastre riflesse… potevo abbassare lo sguardo e soffermarmi a osservare vetrine, visitare gallerie, salutare la gente che mi sorrideva per strada. Sentivo che tutto poteva succedere e nulla sarebbe stato impossibile… in una dimensione umana e corale, alla quale in fondo sapevo di appartenere.

Era forse quello il mondo perfetto? Sentirsi liberi di essere come si vuole in un contesto in cui c’è posto per tutti? Occupare un territorio comune nel rispetto delle reciproche differenze? Oppure era tutta una dannata apparenza… quando dietro quella maschera di tolleranza forse si nascondeva solo una spietata indifferenza… come in un gioco delle parti, in cui non si sa più chi è se stesso e chi qualcos’altro.

Stavolta però decisi di lasciarmi condurre dal flusso umano che andava e veniva lungo i rettilinei incrociati dei vari sobborghi, finché non mi ritrovai all’interno di piazze occupate da ampi giardini… cuori verdi che spuntavano come boccioli in mezzo a blocchi di cemento armato… isole amene di rifugio e abbandono dove si concentravano i campioni più svariati di umanità. Qui la gente pensava, mangiava, dormiva, leggeva i giornali, ascoltava la musica, osservava i passanti… in una promiscuità solipsistica che rendeva ognuno una monade, inserito e al contempo isolato, incluso dentro un sistema e insieme separato dagli altri.

Attraversando quei parchi mi sentivo un fantasma, padrone del mio cammino e nondimeno un estraneo, sotto gli occhi di tutti e allo stesso tempo invisibile, anch’io interprete di un ruolo sul palcoscenico in cui ignoravo la parte degli altri, assediato da tante presenze e fatalmente solo. Era come se mi trovassi dentro un gran teatro del mondo senza un copione, libero di recitare la mia parte di fronte a un pubblico cieco, che tutto tollerava perché tutto ignorava… la morte come la vita… la verità come la menzogna… il senso delle cose come il nonsenso.

Ma fuori da quelle piccole oasi in cui il tempo sembrava sospeso e lo spazio isolato dal resto del mondo, un reticolato di vie inghiottiva ogni cosa nella sua fittissima tessitura. Girando sempre ad angolo retto per strade incrociate ero piombato di nuovo in mezzo ai giganti, quanto mai compatti e massicci, dalle forme più strane che si specchiavano l’una nell’altra, in un gioco di rifrazioni cangianti che ne raddoppiavano la densità… dando luogo a uno spaesamento labirintico.

Qualsiasi direzione prendessi mi trovavo dentro avenues simili a tunnel senza tetto, lungo streets simili a cunicoli a cielo aperto, dove i punti di fuga finivano nel vuoto e le prospettive perdevano ogni profondità di campo. Le pareti delle torri erano così strette tra loro che le cime disegnavano nel cielo astratte geometrie, tanto distanti da essere vertiginose, come se si osservasse un’altitudine rovesciata, dal basso verso l’alto, come formiche ai piedi di colossi che svettano verso l’infinito.

Dovevo essere arrivato nel cuore della middle town, un concentrato di grandi imprese e alberghi d’alta classe, immensi magazzini e palazzi lussuosi, dentro cui vivevano milioni di persone, disperse in centinaia di piani, che andavano su e giù in ascensori futuribili, sfidando la gravitazione per conquistare vette sempre più elevate.

Da fuori era difficile immaginarsi quello che succedeva dentro. Se solo quelle superfici a specchi fossero state di vetro, se invece di riflettere l’esterno avessero lasciato intravedere l’interno, che cosa si sarebbe visto? Forse un intero universo che girava su se stesso… uno spettacolo dalle infinite varianti… una combinazione incalcolabile di esistenze… un precipitato di umanità rappreso in blocchi monolitici.

Ma quelle torri erano più impenetrabili di fortezze… arroccate nella loro verticalità rinviavano a simulacri di altri edifici… proteggendo i loro segreti come urne sigillate.

Non ci si poteva sottrarre a quel dominio di volumi, nemmeno cambiando direzione… perché ovunque si voltasse le direttrici erano sempre le stesse, parallele e perpendicolari, incrociate a quadrato, senza diagonali o intersezioni oblique. Un perfetto labirinto, talmente maniacale da non potersi perdere… per quanto si girasse in tondo si trovava sempre il senso giusto, scandito da incroci di numeri e punti cardinali.

Eppure in quella sorta di intreccio ossessivo, in quell’ordine impeccabile di orientamenti, in quello spazio cubico di prospettive sembravano iscriversi tutte le possibilità dell’esistenza. Dentro quel sistema chiuso si muoveva un mondo intero, nell’eleganza del domino si agitava il melting pot, nel circuito reticolare si incontravano tutte le razze… come in un carosello di libertà infinite dove ogni cosa era possibile, purché inscritta in una struttura astratta che non ammetteva errori.

In fondo lo trovavo affascinante e allo stesso tempo inquietante, mi sembrava un esperimento da laboratorio antropologico… un modo geniale per controllare il caos in un sistema ad alta densità… un meccanismo a orologeria, scandito dal numero dei blocchi ordinati per sezioni e dalle arterie parallele incrociate a perpendicolo.

Era forse quello il sogno del futuro? La chiave per contenere il massimo dell’entropia nel minimo disordine? Un perfetto equilibrio di volumi e di masse, di imprevedibilità e pianificazione? E se invece si fosse trattato di un enorme abbaglio? O di un’invenzione immaginifica? O semplicemente del disegno di un pazzo con l’ossessione della verticalità?

Dopo tutto potevo anche trovarmi dentro un enorme manicomio, dove i diversi edifici erano padiglioni specializzati nelle più svariate malattie e le persone intorno una marea di matti, di tutte le tipologie, liberi di fare quello che volevano dentro una struttura precostituita, dove tutto era concesso perché tutto controllato.

Ma forse il matto ero solo io… che continuavo a muovermi spaesato in un contesto dove ognuno sembrava padrone di se stesso… che non riuscivo a trovare il senso di un percorso in una realtà senza opportunità di scelta… che sentivo sfuggire la mia stessa identità in un universo di assoluto anonimato.

È disarmante la sensazione di smarrirsi nella folla, di perdersi in un reticolato, di non capire qual è il verso giusto delle cose. Soprattutto quando si è schiacciati da volumi granitici che incombono dal cielo e tolgono ogni prospettiva.

Ma se il trucco fosse stato quello di rovesciare la visuale? Invertire lo zenit col nadir? Provare a scalare qualche torre per trovarsi all’estremo opposto? In cima invece che alla base… sopra ogni cosa invece che sotto? Ma certo, era lassù che avrei capito tutto… in cima alla vetta più alta che avevo davanti agli occhi, un colosso di centinaia di metri che troneggiava al centro dell’isola, ormai rimasto senza rivali… Cosa stavo aspettando?

Senza perdere un minuto mi cacciai nell’atrio affollato di gente, feci un’interminabile fila per pagare il biglietto, attraversai una contorta gincana davanti a un obiettivo che faceva le foto, feci un’altra incredibile fila per prendere l’ascensore… poi finalmente, dopo non so quanto tempo, sbucai nell’osservatorio dell’ottantaseiesimo piano e con le mani aggrappate alla rete di protezione lasciai vagare lo sguardo sopra ogni fronte, oltre ogni confine.

Ma quello che vidi, ancora una volta, non era altro che il prodigio di un impianto simmetrico e complementare. Simmetrico perché a est e a ovest due fiumi possenti interrompevano la distesa di torri, separandole dalle terre di fronte, piatte e sconfinate, che si andavano a perdere oltre l’orizzonte. Complementare perché se a nord i giganti si accalcavano l’uno sull’altro, lasciando appena intravedere quel rettangolo di verde assediato da altre schiere di torri che era Central Park… a sud la spianata dei villaggi lasciava libero lo sguardo di correre fino in fondo all’isola, dove si assiepavano compatti i colossi finanziari, contenuti nell’immenso abbraccio della baia.

Comunque la guardavi quella città sembrava un congegno esatto senza imperfezioni, un modello geometrico di rimandi interni, un gioco ineccepibile di compensazioni. Se si lasciava correre lo sguardo sopra tutte le vette si poteva cogliere il senso di un’isola tra le isole… tanto cemento contenuto dall’acqua, a sua volta circondata da altra terra protesa nell’oceano.

Ma se si lasciava scendere lo sguardo verso il basso, proprio a perpendicolo dall’osservatorio, quel senso di abbandono all’infinito si traduceva in una vertigine senza fondo, in un risucchio verso il vuoto… dove tutto precipitava nell’infinitamente piccolo, lungo sottilissime arterie soffocate da blocchi di granito e affollate da minuscoli puntini persi dentro il traffico.

Davvero, non sapevo più dove guardare… se davanti oltre l’orizzonte, oppure a precipizio dentro il vuoto… verso la distesa dei villaggi o nelle maglie degli edifici sottostanti… sopra l’apertura della baia o dentro le fitte strettoie delle strade. Era strano, ma proprio lassù, dove sembrava di dominare il mondo, di cogliere tutto l’insieme, tale era lo stordimento che non v’era meditazione… tale l’eccesso di vista che non v’era immaginazione… tale l’assedio dei giganti che non v’era fuga.

Forse l’unico modo era quello di riconquistare la terra, sprofondare di nuovo nel reticolato, recuperare la prospettiva in superficie, la sola in fondo a dimensione umana, per quanto inscritta in un disegno abnorme.

Se a salire ci avevo messo una vita, a scendere era bastato un secondo, o meglio un minuto, il tempo in cui l’ascensore impiegava a percorrere ottantasei piani. Era semplicemente fantastico… intendo dire la meraviglia delle infinite cabine che salivano e scendevano a razzo lungo quelle pertiche d’acciaio, un movimento invisibile di saliscendi ancora più compresso del traffico stradale, un andirivieni verticale che bruciava decine di piani in pochi secondi… la vera frontiera della velocità, che decollava verso il cielo, sfidando la forza di gravità e quella degli attriti.

Ma se raggiungendo la massima altitudine si perdeva il senso delle proporzioni, allora non rimaneva che seguire il circuito degli incroci, assecondarne il disegno interno, percorrere ogni tragitto come nel labirinto di Chartre, finché non si sbucava da qualche parte… ma quale parte? C’era forse un senso da seguire? Una direzione maestra? Uno sbocco nel cuore dell’intreccio?

Non me ne accorsi neppure. Non ricordo nemmeno come accadde. Ero sulla Broadway, l’unica strada che attraversava l’isola per storto, e di colpo mi sembrò di piombare dentro un immenso videogioco. Una costellazione di pannelli colorati ricopriva tutte le superfici verticali, emanando una miriade di luci a intermittenza che ridondavano da fronti speculari. Suoni, scritte, immagini, richiami incombevano ovunque… eppure non davano l’idea del caos, sembravano invece rispettare un’accurata simmetria. Ma non quella di sempre, quella dell’incrocio ad angolo retto che seziona lo spazio a perpendicolo… stavolta non si trattava di una croce, ma di una x, un’intersezione di due strade ad angolo acuto che raddoppiava i punti di fuga, lasciando intravedere una doppia divergenza dal punto di contatto.

In un tappeto di incroci a quadrato quello sembrava un errore di sistema, un elemento anomalo che rompeva l’equilibrio, una sorta di cortocircuito che invece di far saltare il meccanismo, creava un palcoscenico di incanti, una moltiplicazione di attrattive, come se l’incrocio tra due strade oblique producesse insperate soluzioni… tanto da potersi illudere di evadere dall’incubo di quella gabbia.

In fondo però quello non era un incantesimo, un magico punto di intersezione, in realtà era una piazza, tra tante piazze che erano parchi, quella era una piazza di strade incrociate… ero finito dentro Time Square, in mezzo a una confluenza di macchine lungo una duplice arteria, soggiogato da un frastuono abbagliante di rimandi specchiati, perso in un gioco virtuale in cui non sapevo più se ero un osservatore o un oggetto da fiction.

Avrei voluto distogliermi, eppure ero ipnotizzato da quell’incrocio magnetico… sentivo il bisogno di evadere, eppure non riuscivo a schiodarmi da lì… le macchine sfrecciavano ai lati, la gente attraversava di corsa, e io rimanevo col naso per aria a inseguire volti giganti, lanci pubblicitari, montaggi frenetici, effetti speciali.

Ma ci doveva pur essere un luogo in quella città dove poter meditare, dove fermarsi a riflettere, dove lasciarsi andare. Dov’è che la gente andava a pensare? Dov’è che si ritirava in se stessa? Dov’è che pregava

Le poche chiese che avevo intravisto sparivano tra i colossi, spingevano le loro guglie sottili nella morsa delle torri, si arroccavano nei loro stretti recinti per arginare l’assedio, ma erano insufficienti a offrire conforto alle anime nomadi. Cimiteri non esistevano, la città era troppo frenetica per diventare asilo di morti. Senz’altro giacevano altrove, in altri aree remote, ma non in quel lembo di terra dove i vivi erano troppo compressi per lasciar posto ai defunti.

Spazi aperti, dove la mente poteva vagare, erano inconcepibili. Se si voleva uscire da quell’incastro piramidale bisognava andare in cima alle torri, o ai margini dell’isola. Forse solo raggiungendo il cielo o affacciandosi sull’acqua era possibile meditare, ma si trattava pur sempre di zone di confine… comunque aleatorie… mai definitive.

Senz’altro la voragine del ground zero era abbastanza spaziosa per contenere la vastità del pensiero. Ma sarebbe stato sempre un pensiero di morte, di terrore, di sgomento… mai una vera meditazione sul senso della vita… che là dentro era stato negato nel modo più spietato.

Allora cosa fare? In una città che offriva tutto, dove perdersi? Se continuavo a risalire l’isola, avrei trovato altre schiere di palazzi senza soluzione di continuità. Non sarei mai sboccato da nessuna parte… se non quando avrei raggiunto qualche sponda, affacciandomi di nuovo su altri orizzonti di cemento. Ma non potevo immaginare quanto mi ingannassi, quanto fossi in prossimità di un’apertura immensa proprio dentro l’isola, a poche centinaia di metri da quell’ipnosi virtuale in cui ero immerso, novella medusa che irretiva nei suoi tentacoli ogni pellegrino, rendendolo incapace di orientarsi in un mondo di miraggi.

A dire il vero non ricordo come avvenne, eppure riuscii a sottrarmi a quell’incantamento, scivolando via da quella piazza e proseguendo sempre verso nord… finché a un tratto non sbucai dentro un’immensa oasi di verde, un polmone allungato tra filari di torri, dove gli edifici lasciavano posto agli alberi… il cemento ai prati… la densità allo spazio aperto. Quel fazzoletto rettangolare che avevo visto in cima alla vetta più alta aprire un timido varco in mezzo ai giganti, ora ce l’avevo davanti, proteso su una superficie che appariva infinita, un parco enorme al centro dell’isola, unico grande sfogo dell’intera città… asilo di pace… rifugio dall’ansia… paradiso insperato.

Se nei minuscoli parchi disseminati qua e là avevo visto un’infinità di persone cercare evasione dall’incombenza dei volumi compatti, potevo solo immaginare cosa sarebbe potuto accadere dentro quel parco centrale… quanta densità di persone… quale varietà di natura… che libertà di espressione. Non rimaneva che spingermi dentro, alla scoperta di misteri nascosti, sorprese remote, incontri ineffabili, senza l’affanno di obbedire all’ossessiva geometria di percorsi incrociati, libero di dirigermi dove volevo… seguendo l’istinto… assecondando il capriccio… abbandonandomi al caso.

E per la prima volta ebbi davvero la sensazione di perdermi. Non tanto perché non avevo più punti di riferimento, quanto perché ce n’erano troppi. Pensavo di trovare vastità, sospensione, apertura… invece a ogni passo cambiava scenario, in ogni angolo appariva qualcosa, a ogni sguardo coglievo un dettaglio. Sembrava uno spazio componibile fatto di tanti pezzi che mutavano sempre, assumendo sembianze diverse a seconda dei contesti, dei momenti, delle emozioni.

Credo di aver visto piste di pattinaggio, circuiti ciclistici, campi da baseball, prati immensi, giardini all’inglese, laghi navigabili, sentieri boschivi, colline panoramiche, bacini d’acqua, ammassi di roccia… insomma un campionario di tutti i paesaggi combinati tra loro, con un’alternanza perfetta tra promontori e avvallamenti… campi sterrati e bacini da pesca… cascate e castelli… boschi e belvedere.
    Ero incantato. Ma questa volta a irretirmi non era la statura degli edifici, o la geometria degli incroci, o le vertigini dell’altitudine… al contrario era il montaggio di atmosfere che scaturiva dal parco, i contrasti marcati, i riflessi languidi, gli scorci inattesi, uno spazio sapientemente pianificato, sfruttato in ogni sua parte, calcolato a tappeto… reticolare e squadrato come l’intera città.

Solo che qui accadeva qualcos’altro. I rettilinei che vi entravano per attraversare il parco in lungo e in largo si frangevano come onde, snodandosi in curvature sinuose, diramandosi in passaggi contorti, finalmente padroni di occupare un proprio spazio senza dover rispettare la quadratura dei blocchi, anzi liberi di raggirare laghi, scavalcare colline, cingere prati, attraversare campi.

Era forse quello l’approdo alla meditazione? La culla del pensiero? Il rifugio dell’anima? Probabilmente avevo raggiunto il cuore del sistema, il punto in cui ogni circuito si interrompeva, ogni ordine saltava per aria e l’unica legge valida era quella dell’imprevisto. Insomma il luogo ideale, l’esatta utopia, il fulcro di un meccanismo perfetto che andava contro ogni logica… la vera antitesi della città.

Ma sullo sfondo delle colline, o subito a ridosso dei prati, o riflesse dentro i bacini, come sentinelle di avvistamento le torri assediavano il parco… assiepate e spettrali lo stringevano lungo tutto il perimetro… incombenti sugli alberi riscattavano il loro dominio. Persino là dentro non era possibile astrarsi dalla città. Per quanti poggi, o nicchie, o angoli si potessero trovare per sparire nel verde… a ogni radura, o scorcio, o svolta le torri spuntavano a schiera, allineate come in trincea, a ricordare che erano loro a cingere il parco e a vegliare su ogni cosa accadesse all’interno.

Dopo tutto, però, ero su un’isola circondata dall’acqua, ma c’era anche un lago al centro del parco… dunque i giganti contenevano il parco, ma a loro volta erano contenuti dai fiumi… cosicché tutta questa grande squadratura alla fine risultava concentrica: un grande bacino si trovava nel cuore del parco, il quale era fortificato da torri, le quali erano cinte dal mare. Acqua tra prati verdi, in mezzo a fortezze lambite dall’acqua. Ma lo si poteva vedere anche al contrario: una baia con i suoi fiumi che contenevano un’isola gremita da torri, che circondavano un parco pieno di alberi, nel cui cuore si apriva un lago. Dunque acqua intorno al cemento, contenente prati con dentro l’acqua.

Era un delirio. Più pensavo a quel congegno di incastri, meno riuscivo a capacitarmi dov’ero. Forse dovevo davvero liberarmi da quell’ingranaggio, cercando di cogliere dall’esterno il senso di tutto, semmai ci fosse stato un senso in quell’ossessione che assomigliava sempre di più al disegno di un pazzo.

Senza perdermi in altri percorsi decisi di uscire dal parco, avevo fretta, stavolta, di trovare davvero uno sbocco, un’uscita da tutto… ormai là dentro mi sentivo un apolide in una città di nomadi, uno straniero in una città di forestieri, un anonimo in una città di ignoti… Ma in fondo chi ero? Cosa cercavo? E perché là dentro?

In pochi minuti mi trovai all’altro capo del parco davanti a una via che curiosamente tagliava i blocchi in diagonale, dirigendosi verso ovest. Con l’idea che l’ipotenusa fosse la strada più breve la imboccai col passo veloce di un assassino, di chi sa che non deve perdere tempo, sentendosi rincorso dalla sua stessa coscienza. La strada proseguiva con un’inclinazione sempre più obliqua verso l’unico sbocco dall’intero sistema… quello sull’acqua.

Procedevo a passo sempre più svelto verso quel varco che si apriva nel blu, quasi a rincorrere una meta inattesa di libertà e di abbandono. E appena raggiunsi la fine di quell’insolita scorciatoia mi apparve il solenne fluire del fiume Hudson… morbido come un manto… profondo come un mare… illuminato dai tremuli riflessi delle luci al crepuscolo che vi proiettavano un ombra di mistero… un senso di vaga cupezza che portava via tutto con sé.

Ero sbucato dal sottosuolo di primo mattino e ora che avevo raggiunto l’acqua era ormai sera… senza nemmeno accorgermene avevo camminato per ore finché la città non aveva iniziato a risplendere in una miriade di luci, che brillavano come un firmamento di stelle nel buio incipiente.
    Ora davvero non avevo altra scelta, potevo soltanto ridiscendere lungo il fiume l’intera città per raggiungere di nuovo la punta dell’isola, dove si apriva la baia che andava a sfociare nell’immensità dell’oceano. Mi imbarcai su un battello che faceva rotta verso sud, con lo sguardo non più prigioniero di un incastro cubico, ma libero di abbracciare da fuori i contorni della città… le sue propaggini periferiche… i limiti estremi della sua densità.

Se dentro il parco mi ero sentito parte di tanti elementi che si innestavano l’uno nell’altro, se dentro la città avevo vagato tra il pieno e il vuoto, tra l’alto e il basso, tra la quiete e il caos, e se in nessun luogo avevo mai avuto padronanza di me stesso… ora che ero sull’acqua mi sentivo saldo, sicuro di una rotta precisa, in grado di cogliere l’insieme, di osservarne il disegno da fuori… non però con l’afflato di colui che arriva e immagina che tutto possa accadere, ma con il distacco di colui che parte e sa che nulla può più sorprenderlo.

E proprio quando stavo sprofondando nel buio, ogni cosa si illuminava e assumeva un insolito aspetto… i contorni spigolosi delle torri svanivano nell’oscurità della notte e sagome informi iniziavano a brillare come in una stellata d’estate… i riflessi sull’acqua duplicavano l’altezza degli edifici per poi trasformarsi in splendide lame protese nel grembo del fiume… e solo allora l’intera città mi apparve compatta nella sua solidità, armonica nella varietà delle forme, raggiante nella sua luminosità.

Era curioso, mentre scivolavo sul placido manto del fiume, con il profilo delle torri che mi scorreva davanti come un incantato paesaggio lunare, mi resi conto che stavo smarrendo ogni certezza… che tutto quello che avevo visto poteva essere stato solo un abbaglio… e che invece di conquistare qualcosa ora la stavo perdendo.

Mi sentivo come l’opposto di un emigrante, invece di approdare sull’isola con lo slancio di scoprire una terra promessa, la stavo lasciando con il dubbio di aver trovato una terra smarrita, piena di paradossi e contrasti… boriosa nella sua grandezza e persa nelle sue insicurezze… perfetta come un ingranaggio e labile come una chimera.

Dal buio del sottosuolo ero emerso e ora scomparivo nel buio del mare aperto… come un naufrago alla deriva stavo perdendo quello che forse non ero mai riuscito a cogliere… l’anima di quella città… il senso stesso dell’esistenza… anche se nel mio passaggio ero riuscito persino a toccare il cielo, a sollevarmi dalla terra per poi tornare all’acqua, attraverso l’aria, quella più alta, che sovrasta ogni cosa.

Ma l’ultima immagine che ricordo è quel cuneo di torri arroccate sulla punta dell’isola che sembrava volersi spingere oltre, non solo più in alto, ma ancora più fuori, alla ricerca di altre frontiere per esorcizzare i propri fantasmi, nello sforzo titanico di superare se stesso… di costruire ancora più in alto laddove era stato distrutto… di riempire un vuoto incolmabile con volumi ancora più grandi.

Eppure il diavolo lo avrebbe dovuto sapere… ciò che viene cacciato dalla terra non può più rientrarvi dentro, è contro natura, e se accade porta giù tutto con sé. Ogni cosa si può rifare, ma il segno che lascia della sua fine potrebbe essere irreparabile… forse questo non l’ha ancora capito nessuno, anche se questa città lo spiega così bene.

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