Il contrappasso

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       IL CONTRAPPASSO  

Il mare non è mai stato amico dell’uomo.
Tutt’al più è stato complice della sua irrequietezza.
Joseph Conrad

   Correva, correva a perdifiato attraverso la macchia che circondava la fortezza, affondando i piedi nel fango e graffiandosi il viso e le mani con l’intreccio di rovi che intralciava il cammino, cercando alla cieca di farsi un varco in quell’infida trappola in cui era piombato, priva di orientamento e aperture all’esterno, affidandosi piuttosto all’udito per avvertire la risacca del mare frangersi sulla scogliera poco distante, unico richiamo che avrebbe potuto segnare uno sbocco, una possibilità pur remota di fuga.

Sentiva le vene pulsargli nelle tempie come se volessero esplodere, l’affanno lo faceva sussultare a ogni passo e il cuore pompava come fosse strizzato, era esausto, sfinito, ma l’incredulità di trovarsi fuori dalla sua cella gli dava una forza insperata, quasi primigenia, come se essere riuscito a evadere da un carcere isolano di massima sicurezza lo facesse sentire infallibile, in grado di superare qualsiasi ostacolo gli si ponesse davanti, sia pure un labirinto di arbusti o un’immensa distesa d’acqua.

Solo che se anche fosse riuscito a sottrarsi alla macchia e a raggiungere la riva non avrebbe potuto prendere il largo, aveva solo stracci addosso, nessun altra risorsa se non l’adrenalina che gli faceva divorare metri ad ampie falcate, ma il mare aperto richiedeva un natante che non avrebbe certo potuto procurarsi all’ultimo istante. Inoltre quello sconquasso che sentiva a distanza non era sciabordio ma fragore dei marosi contro le rocce, segnale inequivoco di una violenta tempesta che si stava abbattendo sull’isola, rendendola ancora più costrittiva.

Più che uno sbocco occorreva allora trovare un rifugio, tanto più che stava calando l’oscurità e a breve non avrebbe visto nemmeno dove mettere i piedi, figuriamoci come evitare gli ostacoli, non sarebbe mai uscito da quella melma ora che la scarica di lampi nel cielo e il remoto rimbombo dei tuoni minacciavano l’imminenza di un nubifragio. Quel bosco che ora lo nascondeva poteva tradursi in un’infernale prigione, ancora più orribile di quella da cui era appena fuggito, perché soggetta alle furie della natura, verso cui non c’era grazia né pietà da invocare.

Così non corse più verso il rumore del mare ma nella direzione opposta, spingendosi verso l’interno, nella speranza di trovare un casolare deserto, una chiesa diroccata, dove almeno passare la notte e aspettare la fine del fortunale, cercando di salire verso un’altura piuttosto che scendere lungo la costa, dove per altro si sarebbero concentrate le ricerche della polizia carceraria non appena la sua fuga fosse stata scoperta. Era già un miracolo che fosse fuori e non ce l’avrebbe mai fatta senza la complicità di due guardie corrotte che gli avevano fatto il servizio di lasciarlo scappare.

Non ricordava quanti anni era stato sull’isola, prima da abitante, poi da carcerato, certo il periodo precedente alla cattura gli aveva permesso di farsi conoscenze preziose che forse potevano ancora tornargli utili, ma ora non poteva uscire subito allo scoperto, doveva rimanere in incognito finché la caccia si sarebbe quietata e tutti l’avrebbero creduto morto. Ma nel frattempo come avrebbe fatto a sopravvivere, questo non se lo era chiesto quando aveva avuto l’occasione di evadere, qualsiasi rischio gli era sembrato irrisorio rispetto a quello di marcire in prigione.

Ormai era grazie agli squarci di luce provocati dai fulmini che poteva intravedere ancora un cammino, seppure oppresso dal fragore dei tuoni che annunciava l’incombente scarico d’acqua. Era quasi irreale sentirsi avvolto da una densa vegetazione, circondato da un mare in burrasca e sovrastato da un cielo colmo di pioggia, per quanto nulla di tutto ciò lo spaventasse come il terrore di essere ributtato dentro le quattro mura di una gelida cella, in cui la morte appariva l’unico riscatto possibile di una vita snaturata nella sua essenza.

Ma fu solo quando il temporale cominciò a scatenarsi che in lontananza scorse una sorta di cascina deserta, avvicinandosi non vide anima viva, in cuor suo forse desiderava trovare qualcuno ma dopo tutto era meglio così, avrebbe spaventato chiunque piuttosto che ottenuto un aiuto, almeno per ora doveva arrangiarsi da solo, seppure fosse stremato e non meno ferito.

Raggiunse l’edificio abbandonato, nulla più di un rudere che a malapena dava un po’ di riparo, e appena entrato si accasciò contro un muro sopraffatto più dallo stupore che dalla fatica nel trovarsi dopo tanto tempo in un luogo senza sbarre e senza lucchetti, privo di controlli e di repressioni, dove l’unica certezza in quel momento era solo la sua improvvida libertà.

Stringeva nei pugni serrati sabbia bagnata, con un’intensità pari solo all’incredulità di avvertire qualcosa di solido su cui era disteso, una superficie ferma, compatta, seppure pregna di acqua, ma nulla a che vedere con quell’estenuante liquidità che fino allora aveva cercato di risucchiarlo dentro l’abisso, ingaggiandolo in una mortifera lotta contro flutti assassini, con l’unico appiglio di un rottame che gli aveva fatto da zattera, una sorta di cassapanca appartenuta a qualche cabina, cui si era avvinghiato come un polipo al proprio scoglio, facendone un baluardo per frangere le onde più grosse e un sostegno per cavalcare quelle più lunghe, finché non aveva perso i sensi, abbandonandosi a una lenta deriva che alfine lo aveva arenato sopra una spiaggia.

Prono sulla battigia, con la faccia infossata nell’arena, si chiedeva se quello fosse un approdo o un oltretomba, se era il suo corpo che giaceva sulla riva sferzata dal vento o la sua anima che si figurava una salvezza ultraterrena, quasi una proiezione del pensiero inconscio, estremo delirio del moribondo. Ma le onde che gli lambivano ancora le membra lo fecero sussultare dai brividi, come a scuoterlo da quel torpore ingannevole e renderlo consapevole di essersi sottratto al loro abbraccio mortale solo in virtù di una pietosa bontà.

Concessione nemmeno troppo indulgente dal momento che sopra di lui si stava addensando un ammasso di nubi per rovesciare il suo carico d’acqua, di certo non meno rovinoso di quello che infuriava intorno alla costa, cambiava solo la prospettiva, anziché risucchiare verso il basso, precipitava violento dall’alto, pronto a flagellare ogni cosa si fosse trovata sotto la sua portata, stavolta senza concedere sconti di sorta, perché se la tempesta poteva spingere verso un approdo, il nubifragio non offriva certo riparo a nessuno.

Doveva cercarselo piuttosto da solo se non voleva annegare sotto la pioggia, saette e rimbombi parlavano chiaro, occorreva raccogliere le poche forze residue per trascinarsi in qualche anfratto lungo la riva, bastava una grotta, un’insenatura coperta, magari qualche cespuglio marittimo, ma alzando la testa si rese conto di essere ai piedi di una scarpata, brulla e insidiosa, sopra la quale si ergeva una macchia di cespugli e di arbusti che avrebbe dovuto raggiungere, almeno per togliersi da quella stretta lingua di sabbia ormai insufficiente per sopravvivere.

Pensando all’abisso da cui si era appena sottratto si trascinò prima carponi, poi piegato sulle ginocchia verso il dirupo, e puntandosi con mani e piedi cominciò a scalarlo scivolando più volte sulla terra fangosa, guadagnando ogni metro con uno sforzo immenso, senza mai perdere quella tenacia che solo i sopravvissuti sanno conservare, fino alla stremo delle forze, quasi la salvezza diventasse una questione di principio. Finché non riuscì ad arrivare in cima, incapace di rendersi conto come fosse stato possibile, da lì le onde apparivano ormai innocue e lontane, ma più incombente si faceva la pioggia e nondimeno l’oscurità, la vegetazione non sarebbe bastata a offrirgli un riparo, zuppo com’era non avrebbe retto altra acqua, doveva a tutti i costi cercare un luogo più asciutto prima che la notte piombasse con la stessa fatalità della pioggia.

Ma non conosceva quel suolo, non sapeva neanche che fosse un’isola, se era abitata o meno e se nei dintorni c’erano luoghi ospitali, era naufragato in mare aperto e non aveva la più pallida idea di dove fosse approdato, poteva essere uno scoglio isolato come un lembo di terraferma, qualsiasi direzione avrebbe preso sarebbe stato un azzardo, ma non aveva altra scelta, doveva pur affidarsi all’intuito se voleva salvarsi la pelle, tanto ormai non aveva più nulla da perdere, tutto quello che aveva se lo era ingoiato il mare.

Spinto dal rigetto di questo decise allora di inoltrarsi nella macchia in direzione dell’entroterra, il più distante possibile dal fragore dei marosi che continuavano a squassarsi contro gli scogli, incubo di tutti i naufraghi scampati all’annegamento, quasi volesse dimenticarsi dell’esistenza di un elemento tanto fascinoso quanto terrificante, in grado di dare la vita come la morte, irriducibile forza della natura che affonda e sostiene, risucchia e sospinge.

Barcollando tra un fusto e l’altro, reggendosi sulle ginocchia malferme, sotto i primi scrosci di pioggia si spinse dentro il bosco, dove il buio lasciava intravedere solo le sagome degli alberi. Finché una macchia più bianca, somigliante a un muro di cinta, gli apparve sullo sfondo, come un miraggio inatteso. Fece allora un ultimo sforzo e lo raggiunse, poi vi girò intorno e si infilò sotto un arco che portava all’interno. Appena dentro crollò di piombo sul pavimento.

Le prime luci dell’alba rischiararono un paesaggio quasi lunare, non si avvertiva nemmeno un fruscio tra le foglie, ogni cosa era immobile come se fosse stata immortalata da un’istantanea, la turbolenza era passata senza lasciare traccia, se non un forte odore di muschio che impregnava l’aria ancora umida di pioggia, non sembrava nemmeno di stare su un’isola, il mare era troppo distante per far sentire i suoi rigurgiti lungo la riva e la frescura del mattino lasciava intendere di trovarsi persino nel cuore di un bosco montano.

Il fuggiasco si scosse di soprassalto come se più mani l’avessero ghermito per trascinarlo a forza fuori da lì, ancora in preda all’incubo che lo aveva angosciato tutta la notte, in cui si ritrovava braccato da famelici carcerieri che piombandogli addosso avevano vanificato in un soffio il suo sogno di libertà, condannandolo a un ritorno che non gli avrebbe più restituito speranza, ma solo lo strazio di precipitare di nuovo nell’abisso della sua costrizione.

Ma intorno a lui non c’era nessuno, solo una stanza vuota con i muri scrostati, non molto più accogliente di una prigione, se non fosse stato per i suoi varchi che erano aperti, uno affacciato su un patio e un altro su un corridoio, si poteva scegliere se uscire all’aperto oppure cambiare stanza, nessuno avrebbe impedito alcunché, ma nemmeno avrebbe fatto gli onori di casa, se voleva capire dov’era occorreva che se la sbrigasse da solo.

Sollevandosi a fatica da terra si diresse allora verso il varco che apriva all’esterno, quasi fosse un riflesso condizionato, e gli apparve quel paesaggio incognito e inospitale che aveva attraversato la notte prima in cerca di una via di uscita, finché non era capitato in quel casolare deserto che sembrava spuntato dal nulla, sommerso dalla vegetazione e privo di sentieri di accesso, come se l’avessero dimenticato lì, indegno di essere demolito e tanto meno recuperato, in balia della natura che crescendogli intorno l’aveva fatto proprio, quasi a volerlo proteggere da scempi o da abusi, sottraendolo a ogni sguardo che non fosse di chi vi capitasse per sbaglio.

Non avendo le forze né l’animo di rimettersi a girare in quell’intrico di piante si diresse verso l’altro varco per farsi almeno un’idea di dove fosse capitato. Il corridoio portava a un’altra stanza dove c’era un camino, forse una vecchia cucina, e poi a un’altra ancora con delle tubature a vista, probabilmente un servizio. Proseguendo si accedeva ad altri vani sempre spogli ma dai soffitti alti e le finestre spaziose, sembrava proprio una casa padronale, con gli spazi riservati all’abitazione, ma anche quelli destinati a ricevere visite e a organizzare feste. Forse un tempo aveva goduto di un certo prestigio, la struttura che rimaneva ne era solo la testimonianza remota.

Arrivato in fondo al corridoio si affacciò infine in una sorta di ingresso che dava su un porticato, ma con la coda dell’occhio scorse qualcosa per terra e trasalì spaventato. Aveva tutta l’apparenza di un corpo, ma non si capiva se era vivo o morto, giaceva immobile in una posizione scomposta come se l’avessero gettato in un angolo. Atterrito dalla possibilità di un incontro inopportuno e allo stesso tempo anelante a trovare qualcuno cui chiedere aiuto, si accucciò dietro una colonna del portico e si mise ad aspettare che qualcosa accadesse.

Il corpo rimase inerte, poi a un tratto sprigionò come un lamento, una flebile voce che sussurrava frasi scomposte, una sorta di litania modulata, da cui si percepivano solo alcune parole, quasi fossero invocazioni d’aiuto alternate a espressioni di terrore, una mescolanza di appello e tormento, richiamo e afflizione, finché anche le membra iniziarono a partecipare a quella nenia accompagnandola prima con movimenti lenti, poi sempre più nervosi, tanto da far sussultare il corpo e fugare ogni dubbio che fosse esanime.

Ora il naufrago era come risorto, seppure apparisse in uno stato di trance, e voltandosi verso la luce andò a piantare il suo sguardo perduto in quello spaurito dell’altro. Rimasero impietriti a fissarsi per qualche secondo, quasi a chiedersi se l’uno fosse lo specchio dell’altro, una sorta di riflesso materializzato d’incanto, in grado di restituire un’identità che si credeva smarrita. Solo quando il silenzio divenne insostenibile fu l’evaso a trovare per primo il coraggio di rivolgere la parola al superstite.

– Chi sei? Che ci fai qua dentro?

– Non lo so, ci sono capitato per caso…

– Non hai vestiti da prigioniero, non sembri scappato da un carcere.

– Sono scappato da qualcosa di peggio…

– E cosa ci sarebbe di peggio della galera?

– La morte.

– La mancanza di libertà può essere molto più atroce.

– Non te ne fai nulla della libertà se non vivi.

– Lo dici solo perché non l’hai mai persa.

– E tu non hai mai rischiato di morire.

– Tutti i giorni, nell’anima, dietro le sbarre di una cella.

– Nulla a che vedere col perdere il corpo in un naufragio.

– Eppure sei qui ora, mi sembra che te la sei cavata.

– Anche tu mi sembra che non sei più dentro una cella.

– Ma possono in qualsiasi momento catturarmi, non sono salvo come te.

– Nemmeno io lo sono, finché non trovo chi mi aiuti.

– Posso farlo io se vuoi, a patto che anche tu aiuti me.

– E in che modo?

– Ho vissuto qualche tempo su quest’isola prima di essere imprigionato. C’è una piccola comunità di allevatori e contadini all’interno. Ho regalato loro dei soldi prima della mia rovina, di sicuro mi sono ancora riconoscenti. Non faranno difficoltà a darci del cibo e delle coperte.

– E vorresti che io ci vada per te?

– Almeno tu non sei ricercato.

– E chi ti dice che torno?

– Il fatto che questa è anche un’isola di briganti e di assassini. Se non sai come muoverti e non hai le giuste conoscenze rischi di rimpiangere di essere scampato a un naufragio.

Il superstite non aveva scelta, ignorava dov’era e aveva bisogno di chi gli dicesse come muoversi su quell’isola, tanto più se era così selvatica e insidiosa, l’evaso almeno gli avrebbe dato la possibilità di entrare in contatto con i locali senza rischiare di essere cacciato o peggio ancora aggredito. Inoltre l’aria era diventata più mite e c’era abbastanza luce per farsi strada tra i cespugli, si trattava solo di raggiungere l’altura dove avrebbe trovato il piccolo insediamento. Il rischio era solo di fare qualche brutto incontro lungo il percorso, ma la prospettiva di trovare qualcuno che lo avrebbe sfamato e vestito gli diede la forza di mettersi in marcia.

Mano mano che saliva si accorse che la vegetazione iniziava a diradarsi, lasciando spazio a sentieri di terra battuta che si spingevano in più direzioni, fino a portare a strette terrazze su cui sorgevano piccoli orti e filari di vitigni, prime tracce di presenza umana dopo ettari di macchia. Sollevando lo sguardo verso l’alto scorse alcune casupole arroccate sulle rocce, come volessero godere da quell’impervia posizione di un panorama più allettante. E in effetti osservando verso il basso lo spettacolo che appariva era davvero da mozzafiato, l’isola digradava a sbalzi fino a una scogliera che precipitava a picco in un mare immenso, screziato dalle sfumature che i raggi del sole riverberavano sulle onde ancora agitate dagli effetti della tempesta.

Raggiunte le prime case bussò a qualche porta, presentandosi per conto del fuggiasco attraverso il soprannome con cui era conosciuto, e dopo qualche attimo di perplessità venne accolto e rifocillato, nessuno gli oppose resistenza né volle informazioni, gli diedero quello che gli serviva e non gli concessero altre confidenze. Ebbe la sensazione che già tutti sapessero dell’evasione, ma che non volessero fare commenti, si disponevano solo perché così era dovuto e non intendevano andare oltre. Ma intanto era già molto, il naufrago prese tutto quello che gli venne offerto e col suo carico di vivande e coperte corse giù per il pendio attraverso il bosco, ripensando che solo poche ore prima stava lottando come un ossesso in mezzo ai flutti della tempesta.

I due si crearono i propri giacigli nell’ultima stanza che dava sul patio, gli spazi erano tanti ma preferirono soggiornare nel medesimo luogo sia per soccorrersi l’un l’altro in caso di pericolo, sia per tenersi sott’occhio a vicenda dubitando ognuno della condotta dell’altro. Quasi ogni giorno il naufrago si recava dagli abitanti dell’isola per fare scorta di viveri e su indicazione del fuggiasco iniziò a stabilire rapporti di fiducia per ottenere piccoli lavori. Si creò così una reciproca assistenza, l’uno garantiva il sostentamento all’altro tenendolo nascosto e lasciando credere alla polizia che fosse annegato, questi offrendo la possibilità al primo di introdursi nella comunità per svolgere qualche attività e ambientarsi nell’isola.

Col passare dei giorni cominciarono a entrare in confidenza, spingendosi oltre le poche battute che fino allora si erano scambiati per necessità. Erano incuriositi l’uno all’altro, ma soprattutto erano sorpresi da quello strano incontro che aveva fatto convergere destini tanto diversi. Stavolta fu il superstite a prendere l’iniziativa di interrogare l’evaso.

– Perché stavi dentro?

– E’ una storia lunga.

– Abbiamo tutto il tempo.

– Non so se puoi capire.

– Ho dovuto capire fin troppe cose finora, non vedo perché non dovrei capire anche questa.

– E’ una faccenda complicata, di denaro, di frode, di onore.

– Tutti ingredienti avvincenti, sfido chiunque a non comprendere.

– E sia. Ognuno ha qualche vizio di elezione, io avevo l’azzardo. Intendo dire il gioco, quello duro, che non scherza, con cui arrivi anche a rischiare l’anima se ancora ti rimane, dopo aver sbancato tutti gli avversari truccando le partite e barando senza pietà. Già, perché più del gioco a me intrigava il trucco, l’arte del bluff, la prodezza del raggiro, da solo o con dei complici, in base agli sfidanti o alla posta in gioco, ormai era diventata una malattia, ne avevo fatto una ragione di vita, ogni volta il rischio era più alto ma non me ne curavo, anzi mi caricava, dandomi quell’adrenalina necessaria a lanciarmi in imprese sempre più avventate. Fino al punto che non mi bastò più partecipare al gioco, volevo gestirlo. Entrai così in società che dirigevano bische e casinò, con l’obiettivo di inseminare il germe della corruzione, alterando roulette, infiltrando bari, manipolando slot machine, non per il gusto di rovinare la gente, ma per quello di fare un pacco di soldi. Perché il gioco di per sé non rende, si vince e si perde, anzi se non ci si riesce a fermare in tempo ci si danna soltanto, mentre è il trucco che fa la differenza, quel valore aggiunto che assicura la vittoria in modo secco e definitivo, senza lasciare strascichi, sempre che non ci si faccia beccare.

– Come è successo a te.

– No, non ce l’hanno mai fatta. Un po’ per fortuna, un po’ per astuzia me la sono sempre cavata, continuando a tirar su un capitale che poi riciclavo in una fitta rete di prestiti e interessi. Lucravo sul denaro rubato, non mi bastava metterlo da parte, volevo anche specularci sopra. Te l’ho detto, era una malattia, non tiravo su soldi per spenderli o investirli, ma per continuare a frodare la gente, facendone persino una prodezza, come se nel modo di estorcere denaro ci fosse un’intima abilità, una sapienza sopraffina che irrideva ogni rozza manovra di furto.

– Eppure non mi sembra che le cose siano finite tanto da andarne così fiero.

– Non per questa ragione. Se fosse stato solo per le partite truccate o per il riciclo di denaro sporco non sarei qui a parlarti.

– E che altro hai fatto?

– Ho ucciso.

– Chi?

– Il mio miglior amico.

– E perché?

– Perché non è stato al patto.

Piombò di colpo un silenzio agghiacciante. Il naufrago sbarrò lo sguardo sul fuggiasco non tanto per avere davanti un assassino, quanto per l’enormità che si aspettava gli raccontasse.

– Era la persona cui ero più legato al mondo. Siamo cresciuti insieme, abbiamo fatto le stesse scuole, ci siamo divisi le stesse donne, poi abbiamo preso strade diverse ma non ci siamo mai traditi. Lui non aveva le mie stesse velleità e si è accontentato di una vita più onesta e più grama, ma non mi ha mai giudicato, pur sapendo tutto quello che facevo. C’era come una complicità tra noi che andava oltre qualsiasi morale, contava solo la nostra amicizia e nulla ci avrebbe mai separato. D’altra parte in riconoscenza alla sua fiducia io l’ho sempre aiutato, in tutti i momenti di necessità, anche quando sull’orlo di un fallimento per sua inettitudine venne a chiedermi in prestito una cifra esorbitante. Avrebbe messo in difficoltà persino le mie finanze, ma non mi sentii di negargliela, senza naturalmente chiedergli un briciolo di interessi. L’unica condizione che posi era che mi restituisse l’intera somma non appena si fosse risollevato, avendone per altro tutte le possibilità, altrimenti l’avrei ucciso. Aspettai tutto il tempo necessario, senza fare pressioni né insistenze, finché non solo si riprese ma ebbe anche più fortuna, seppure la cifra non mi fu mai restituita, così senza alcuna esitazione l’ho ammazzai.

– Beh… sei stato un uomo di parola.

– Una parola che mi è costata la condanna a trent’anni per omicidio premeditato, nemmeno volontario, senza sconti né attenuanti perché non ho avuto l’ardire di nascondere nulla.

– Un baro, uno strozzino, un omicida che nemmeno si difende?

– Mi sarei battuto a oltranza se mi avessero incastrato per gli altri reati, ma uccidere la persona più cara al mondo per essere stati traditi nell’onore non si può spiegare a nessuno.

– Mi sembri un po’ troppo romantico per essere un criminale della tua specie.

– Sei come tutti gli altri, giudichi solo dai fatti e non dai sentimenti.

– Sentimenti che ti hanno portato a fare il peggior delitto che si potesse immaginare.

– E per il quale ho subito la più grave condanna, finché non ce l’ho fatta più.

– E come sei riuscito a evadere da un carcere di massima sicurezza?

– Non sono né il conte di Montecristo, né Papillon, non avrei mai avuto la pazienza né l’ingegno di tentare una fuga esemplare, come evaso valgo molto meno che come criminale, ho corrotto delle guardie perché mi facessero uscire grazie ai soldi che mi sono arrivati in prigione proprio dalla gente locale che ci sta aiutando.

– E perché lo sta facendo?

– Dopo l’omicidio sono fuggito, rifugiandomi proprio in quest’isola presso la comunità di pastori e vignaioli, con cui ho vissuto qualche anno in latitanza coprendoli dei soldi che mi ero portato appresso, finché qualcuno ha avuto paura e ha tradito la mia presenza. Non ho dovuto incomodarmi troppo, il carcere che mi spettava era già qua.

Rimasero in silenzio per un po’, entrambi assorti nei loro pensieri, come se il racconto avesse creato una maggiore intimità e allo stesso tempo una più sottile tensione tra persone tanto diverse che a poco a poco si stavano rivelando nei loro lati più oscuri ma anche più veri, senza remore né riserve, quasi a volersi liberare di un peso senza avere nulla da perdere, non una prova di coraggio ma un bilancio personale, fatto a un ignoto che poteva rispecchiare anche la propria coscienza. Dopo qualche sguardo traverso carico di intesa e di complicità fu la volta dell’evaso a provocare il superstite.

– E tu come hai fatto a naufragare?

– La mia è una storia meno avvincente ma forse più contorta.

– Dai, sputa il rospo.

– Non so se sono in grado di raccontarla.

– Ce l’ho fatta io con cose tanto nefande, tu non avrai certo più difficoltà.

– Non sai quello che ho fatto io, né soprattutto quello che ho subito.

– Appunto, sono qui tutto orecchie, spara il colpo.

– Anch’io avevo un mio vizio, o meglio un’ossessione. Quella per le pietre preziose. Mi hanno sempre affascinato, per il colore soprattutto, unico nella sua purezza, e per le forme allo stato grezzo, ognuna diversa dall’altra, non mi stancavo mai di ammirarle, fino a desiderare di collezionare i vari esemplari come fossero minerali delle specie più disparate, non mi interessava il loro intrinseco valore, ma solo la sublime bellezza che sprigionavano quando erano combinate tra loro o lavorate come gioielli, solo che non ero in grado di procurarmele con le mie sole risorse, l’unico modo era sottrarle alla gente. Ma non occorreva che andassi a rubarle nelle case degli altri, lavoravo in un luogo dove la gente di solito li portava con sé, pensando di poterle custodire in appropriate cassette e al contempo sfoggiarle nelle frequenti occasioni mondane.

– E che razza di luogo era?

– Navi per crociere di lusso.

– E tu facevi parte dell’equipaggio?

– Ero il pianista dell’orchestra che suonava nelle sale da ballo.

– E come facevi a rubare i gioielli?

– Avevo trovato un modo per disattivare i codici di sicurezza delle cassette nelle cabine smagnetizzando le carte, durante i balli osservavo le signore che ostentavano maggiormente le loro ricchezze, poi informandomi sui loro alloggi vi penetravo con un passepartout e sottraevo i preziosi quando i clienti erano in piscina oppure al cinema.

– Diabolico! Un vero artista del furto!

– Peccato che non abbia mai avuto la stoffa del ladro, non rubavo per arricchirmi, tanto meno per speculare sulla povera gente come facevi tu, rubavo per me stesso, per soddisfare le mie voglie di possesso, invece che titoli in banca collezionavo fortune, per bearmi da solo del loro splendore, tenendomi tutto il segreto per me, finché non mi hanno fregato.

– E chi? La polizia? I clienti? I colleghi?

– No, una donna.

– Che si è accorta che l’avevi derubata?

– No, che si è vendicata perché l’avevo tradita.

– E come ha fatto a scoprire che rubavi?

– Perché iniziai a regalarle i pezzi più pregiati della mia refurtiva. L’avevo incontrata durante l’ultima crociera, non era ricca, non ostentava preziosi, era solo dotata di un fascino equivoco, così impalpabile da non potersi definire, eppure intimamente irresistibile, almeno per me che amavo le cose più evanescenti, me ne innamorai subito e per conquistarla iniziai a donarle qualche gioiello. All’inizio sembrava addirittura non gradire, poi ci prese gusto e diventò sempre più avida, ogni volta voleva una pietra più esclusiva, un gioiello più costoso, qualcosa che potesse impreziosire la sua bellezza diafana, dare colorito al suo volto d’opale, quasi che uno zaffiro, un topazio, uno smeraldo potessero accendere una luce su di lei che in natura era solo remota, non sapeva che le regalavo merce rubata, a lei interessava solo apparire in un rinnovato splendore. Poi però mi stancai, stava dilapidando tutta la mia collezione, non mi preoccupavo del valore in sé delle pietre ma dell’esclusività di certi pezzi unici, così cominciai a trascurarla, a non farle più regali e a distrarmi con altre donne meno pretenziose. Ma prima di scoprire i miei tradimenti scoprì il patrimonio che custodivo in segreto e denunciandolo lo usò per punire la mia infedeltà alla sua bellezza. Non mi restò che fuggire, ma stavolta non certo su una nave da crociera.

– E tutti i preziosi che ti erano rimasti che fine hanno fatto?

– Li ho portati con me, naturalmente, a bordo di un mercantile su cui mi sono imbarcato come clandestino.

– Da pianista d’orchestra su navi di lusso a clandestino su navi merci, direi proprio che hai fatto un bel salto!

– Direi proprio che è stata una bella rovina, visto che poi sono naufragato.

– E come è successo?

– Un errore di rotta. La fiancata della nave si è squarciata nella notte contro una barriera corallina che non doveva essere sul nostro cammino, gli strumenti di bordo erano spenti o forse nessuno ci badava. Io mi sono salvato solo perché stavo nella stiva e a portata di mano avevo diversi oggetti galleggianti, ma una cassa, trovata poi in mezzo al mare, mi è stata salvifica.

– E della tua collezione che ne è stato?

– Si è sparsa tutta sul fondo del mare.

– Beh, almeno ti sei salvato la pelle, dei gioielli te ne saresti fatto ben poco su un’isola.

– Di quelli ormai non me ne importa più niente, quando sei scampato alla morte non c’è più nulla che ti stia a cuore.

– Perché mai, potresti sempre ricominciare da qualche altra parte.

– A fare cosa? A suonare? A rubare? A collezionare? Non mi interessa, ho voglia solo di stare in pace lontano da tutto.

– Allora non c’è miglior posto di quest’isola.

– Infatti intendo restarci, sembra quasi una ricompensa anziché una condanna.

– Bene, ti ho dato tutte le dritte per inserirti, ora però sei tu che dovrai aiutarmi ad andarmene.

– E come credi che possa fare?

– C’è un piccolo porticciolo di pescatori sulla sponda opposta al carcere, è brava gente che vive solo della propria pesca, ai briganti dell’entroterra non interessa andare per mare, per cui non hanno ragione di temere nessuno, le loro barche sono spesso incustodite la notte, ci vuole poco a sottrarne una e a permettermi di abbandonare l’isola una volta per tutte.

Passarono altri giorni di relativo silenzio, i due consumarono i pasti scambiandosi poche parole e lanciandosi ogni tanto sguardi traversi, come se si aspettassero qualche altra rivelazione pur senza far nulla per sollecitarla. Anche di notte restavano a lungo svegli senza parlarsi, cercando di carpire da un lieve sospiro o da un improvviso sussulto lo stato d’animo dell’altro, quasi che il raccoglimento nel buio potesse portare a galla qualche altra indicibile verità. Avrebbero voluto sapere di più delle loro storie senza tuttavia scoprirsi troppo, la loro convivenza li aveva portati a una reciproca intimità che col passare delle ore si faceva sempre più carica di timori e sospetti, in fondo potevano tradirsi in qualsiasi momento ed entrambi avrebbero avuto ottime ragioni per farlo.

E se lo lascio scappare – pensava il naufrago – una volta messa in salvo la pelle potrebbe denunciarmi, cosa gli costerebbe, ormai sa tutta la mia storia e per riscattare la sua credibilità potrebbe incastrarmi proprio laddove ha fatto in tutti i modi per inserirmi, tanto sa che non potrei essere altrove, sono una preda facile, che ci vuole a stanarmi su questo scoglio isolato, sono già in trappola, io che sono riuscito a sopravvivere persino a una tempesta. Poi con quella sua smania di fare montagne di soldi figuriamoci se si lascerebbe scappare la ghiotta occasione di ottenere una ricompensa, proprio lui che ha causato la rovina di tutti quelli che gli sono capitati a tiro, certo non si risparmierebbe di mettere alla gogna un povero ladro come me, senza arte né parte, rapinatore non per profitto ma per vocazione, che ha sempre considerato la refurtiva un bene da proteggere piuttosto che una merce di scambio. Cosa devo fare – continuava tra sé – sono spacciato se rimango qua e lo lascio scappare, ma non posso nemmeno impedirgli di andarsene, tanto meno impormi di lasciare anch’io l’isola, qui ho trovato un rifugio e se nessuno mi tradisce potrei viverci in incognito senza rischiare che mi incastrino per una fortuna che il mare mi ha pure sottratto, che andassero a cercarseli in fondo all’abisso i loro gioielli, io non voglio nemmeno ricordarmi come sono fatti, né ricadere nella tentazione di lasciarmi ancora abbagliare dal loro vacuo splendore.

E se fa in modo di tenermi in ostaggio – rifletteva di rimando il fuggiasco – che ne sarà di me, ogni ora che passa pregiudica la mia libertà, in qualsiasi momento potrebbe denunciarmi alle autorità carcerarie se si pente di avermi aiutato, o peggio ancora vendersi a qualche locale solo per guadagnarsi quattro luridi soldi, ladro d’accatto, ci vuole poco a corromperlo, ora che si è inserito potrebbe barattare la mia testa per una forma di cacio e un fiasco di vino. Di gente così c’è solo da diffidare, non si rendeva conto nemmeno del valore di ciò che rubava, quando io di frode e di usura ne ho fatto uno stile di vita, come posso mettermi nelle mani di uno che fregava gioielli solo per contemplarli o al più regalarli ad avide donne? Però non posso nemmeno metterlo alle strette – si tormentava – altrimenti potrebbe rifiutarsi di aiutarmi e senza di lui non vado da nessuna parte, devo temporeggiare finché non arriva il momento opportuno, poi basta che riesco ad avere una barca ed è fatta, ormai mi hanno già dato per morto e ho tutte le carte per rifarmi una vita, chiudo con truffe e ricatti e mi metto a giocare in borsa, oppure ai cavalli, che me ne importa, la sfortuna non mi ha mai fatto paura, l’importante è che risalgo la china, ho marcito abbastanza in prigione per contentarmi di una vita modesta, in un modo o nell’altro voglio tornare ad essere ricco, ma stavolta terrò tutto per me, non intendo più prestare mezzo soldo a nessuno.

E così a oltranza, ognuno nel proprio angolo si arrovellava sul conto dell’altro ma soprattutto sulla propria sorte, nelle loro antitetiche aspirazioni avevano creato una dipendenza reciproca che però si fondava su un fatiscente equilibrio, il primo che avrebbe tirato la corda si sarebbe fregato con le sue mani, in realtà quello stato di cose non poteva durare più a lungo ma nessuno aveva il coraggio di fare una mossa inconsulta. Solo quando si incominciò a sentire nell’aria una mitezza insolita per quell’isola battuta dai venti, tanto da immaginare che anche le acque circostanti intendessero rimanere placate per un po’ di tempo, l’evaso si fece forza e giocò la sua ultima partita con il superstite.

– Il clima sembra propizio, stanotte voglio scappare.

– Ma come farai a trovare una rotta per tornare in terraferma?

– Le barche dei pescatori hanno tutti gli strumenti per orientarsi.

– E se mi scoprono mentre ne sto rubando una?

– Non ti scopriranno perché non la ruberai.

– E come faccio a procurarmela?

– Semplicemente la chiederai. Non conviene esporsi per un furto del genere.

– E pensi che me la diano solo perché la chiedo?

– Sì, se dirai che ti occorre per trasportare della merce in continente.

– E quale merce?

– Quella dei raccolti, ad esempio, o magari anche qualche animale.

– E perché dovrebbero darla proprio a me?

– Perché tu gli dirai che è per conto della comunità per cui lavori.

– E quando poi si accorgeranno che la barca è stata rubata?

– Potrai negare ogni responsabilità, visto che ti farai trovare sul posto.

– Ma faranno comunque delle indagini, senza trovare nessuno che ne sappia qualcosa.

– Potrai sempre dire che sei stato ingannato e comunque sarai protetto dal mio nome.

– Ma non tutti ti sono amici, c’è anche chi ti ha tradito.

– Chissà se vive ancora o se si ricorda chi sono stato.

– I delatori non dimenticano mai le loro vittime.

E con questa battuta il dialogo si troncò di colpo, non c’era molto altro da dire, ma soprattutto molto altro da fare, il loro connubio si doveva pur sciogliere, uno voleva abbandonare l’isola in incognito e l’altro vi voleva soggiornare alla luce del sole, erano entrambi stanchi di bivaccare in quel casolare sperduto nel bosco, in un modo o nell’altro dovevano andarsene e fintanto che l’evaso non si dileguava il superstite non poteva abbandonare la macchia, solo la libertà dell’uno avrebbe decretato l’emancipazione dell’altro.

Così il naufrago la sera stessa raggiunse il porticciolo e si presentò ai pescatori chiedendo la disponibilità di una barca in cambio di qualche prodotto che avrebbe trasportato. Chi vede solo pesci tutto il tempo può essere anche molto sensibile all’offerta di un latticino o un insaccato. Come al primo acchito allevatori e contadini l’avevano guardato di sottecchi, così anche i pescatori rimasero piuttosto sulle loro, ma poi lanciandosi qualche sguardo d’intesa acconsentirono alla richiesta, facendosi tuttavia promettere che la barca rientrasse al più presto.

Fu allora un soffio prenderla e dirigerla verso un’insenatura protetta dove il fuggiasco l’avrebbe raggiunto senza correre rischi, era una notte di luna piena illuminata solo dai fulgidi riflessi che si irradiavano sopra le rocce. La passarono per la prima volta separati, l’uno indugiò a navigare lungo la costa quasi a riprendere confidenza col mare dopo il naufragio, l’altro aspettò fino all’alba prima di scendere quasi non avesse più il cuore di lasciare l’isola per sempre. Quando si incontrarono sulla spiaggia non dissero nulla, non ebbero nemmeno il coraggio di guardarsi negli occhi, si salutarono con un rapido, gelido abbraccio, poi quando l’uno accendeva il motore per fare rotta verso l’orizzonte l’altro si era già arrampicato lungo la scarpata per raggiungere il bosco.

Una volta arrivato al casolare deserto il superstite decise subito di prendere i pochi stracci che aveva con sé e trasferirsi in una delle casupole arroccate sulla vetta dell’isola. Ormai si era inserito a pieno titolo nella comunità e l’occasione di avere finalmente un ambiente tutto per sé gli suonava come una promozione. Inoltre il fatto che non doveva più chiedere aiuti lasciava intendere che si fosse sollevato dalle incombenze che lo tenevano legato all’insidioso compagno. Tuttavia nessuno fece domande né insinuò ipotesi, ogni cosa proseguì come se nulla fosse accaduto. La giornata volò via tra le solite mansioni quotidiane e la sera portò solo qualche nuvola che annunciava la fine di un periodo di calma.

Il naufrago però non se ne preoccupò, ormai aveva deciso che il mare l’avrebbe solo guardato dall’alto e la sua accogliente casetta l’avrebbe riparato da qualsiasi rovescio. Quella sera si coricò presto perché intendeva svegliarsi alle prime luci dell’alba per intraprendere con l’ansia della persona risorta la sua nuova vita da isolano. Ma non appena si lasciò andare al primo sonno venne svegliato di soprassalto da un paio di guardie che erano venute a scortarlo in prigione. Non gli permisero di fare resistenza né di opporre obiezioni, avevano il mandato e dovevano eseguire. Sotto gli occhi assonnati e increduli degli altri abitanti fu spinto a forza fuori di casa e condotto verso la fortezza mentre si dimenava sollevando al cielo insulti e proteste.

Non gli fu detto nulla durante il tragitto e nemmeno quando lo sbatterono dentro una lurida cella che emanava ancora il tanfo degli umori di chi l’aveva appena lasciata. A nulla servirono urla, strepiti, appelli per ottenere ragione di quella cattura, tutto piombò nel silenzio finché il giorno dopo, quando ormai si stava scaricando un violento temporale sull’isola, qualcuno gli aprì per dirgli che almeno gli era stato concesso il riguardo di farlo marcire nella stessa cella che avventatamente aveva abbandonato il suo amico.

Fu come il crollo di un mondo e allo stesso tempo l’improvvisa ricostruzione di un puzzle in cui a poco a poco cominciavano ad affiorare i diversi pezzi, richiamati a uno a uno in una sorta di diabolica composizione in cui tutto tornava secondo un disegno perfetto… a cominciare dal soprannome del fuggiasco che aveva usato come grimaldello per aprirsi una strada nella comunità, quando all’interno si nascondevano ancora coloro che l’avevano spedito in galera, per continuare con il disegno della fuga, prima ipotizzato col furto della barca poi solo con la sua richiesta, esponendolo ai pescatori così come lo era stato ai contadini, accampando estraneità gli uni agli altri quando invece vi potevano regnare connivenze reciproche, in quello sputo di isola in cui tutto era legato da un intreccio fittissimo di soffiate, tradimenti, delazioni, omertà che non lasciava scampo a nessuno, soprattutto a chi vi fosse capitato per accidente o peggio ancora fosse stato irretito dal perfido profitto di un assassino, unico ingegnoso regista di una trama ordita solo a proprio tornaconto, col relativo benservito a chi si era prestato ad aiutarlo.

Ma la beffa più grande era che adesso si trovava al suo posto. Come se l’evaso avesse voluto riparare alla sua fuga consegnando un altro prigioniero, una sorta di indennizzo per aver tolto il disturbo, fiducioso che la mossa della barca avrebbe dato il colpo di grazia a chi fino allora aveva agito secondo le sue dritte, orientate solo a destinarlo a quella sorte da cui lui si era sottratto.

Con i pugni stretti intorno alle sbarre della cella il naufrago si mise a piangere lacrime di rabbia, sentendo salirgli in gola un impeto di furore con cui avrebbe voluto spaccare tutto, se solo avesse avuto qualcosa tra le mani, sfogando in un’unica esplosione tutta la sua sprovvedutezza nell’essere caduto in quell’atroce trappola, lui che era venuto libero dal mare, trovando nell’isola un rifugio, ora si ritrovava tra le sbarre per aver favorito un’evasione.

Un solo pensiero mitigava quella rovina, una sorta di attenuante alla sua ingenuità, se non addirittura un subdolo riscatto, una preventiva contromossa sufficiente a lenire lo scorno subito e a rendere meno dolorosa quella pena. E le furiose raffiche di vento che agitavano le fronde intorno alla fortezza insieme ai violenti scrosci d’acqua che si abbattevano sul mare circostante offrivano un ottimo conforto all’esito che avrebbe avuto la sua lungimiranza.

Aveva subito puntato la prua verso il continente, l’evaso, secondo le indicazioni che gli strumenti di bordo offrivano con accuratezza, i pescatori non andavano a casaccio a cercarsi i loro banchi di pesce, ormai quelle barche avevano tutto l’occorrente per orientarsi, bussole topografiche, carte nautiche, piccoli radar, non era proprio possibile perdersi e già all’indomani avrebbe potuto sbarcare su un suolo assai più accogliente di quell’isola funesta. Benzina ce n’era abbastanza e anche l’olio non scarseggiava, aveva già controllato gli indicatori prima ancora di dare gas.

Nel corso della giornata la navigazione era stata tranquilla, il tempo si era mantenuto costante anche se in serata il cielo si era fatto più fosco, ma non c’era ragione di preoccuparsi, la barca era solida e in parte coperta, avrebbe retto il mare grosso e riparato da un nubifragio senza grandi difficoltà. Se le condizioni lo permettevano avrebbe proseguito anche durante la notte, tale era l’ansia di arrivare che non sarebbe certo riuscito a fermarsi, seppure l’abbandono dell’isola dopo così tanti anni gli aveva messo addosso una sinistra malinconia.

Si poteva ancora vedere qualche stella fare capolino dalle nuvole, il buio era calato di colpo e alcuni refoli accompagnavano una lieve onda lunga, ogni cosa sembrava avvolta da un silenzio profondo, quasi irreale, come se tutto fosse sospeso nell’astratto disegno della natura. Solo il rumore del motore alterava quell’assoluto stato di quiete, anche se la sua costante cadenza era ormai diventata un tutt’uno con il paesaggio. Poi un colpo secco e l’arresto improvviso. La barca si piantò in mezzo al mare e a poppa si levò un filo di fumo da cui emanò odore di bruciato.

Esterrefatto il fuggiasco cercò subito di riaccendere il motore, ma più insisteva a farlo partire più quello emetteva scoppi e liberava fumo. Si stava fondendo. Eppure l’olio non mancava, l’indicatore era alto. Ma guardando con attenzione si accorse che era stato manomesso. In realtà l’olio era finito e aveva ingrippato fasce e pistoni. Certamente era stato tolto prima che lui prendesse il largo, i pescatori erano soliti navigare a lungo e non avrebbero mai lasciato le barche a secco di olio o di carburante.

Ma perché non l’aveva sospettato? Come un’idiota aveva preso dalle mani del naufrago un’imbarcazione senza immaginare che potesse manometterla. D’altra parte lui non aveva fatto in tutti i modi per fregarlo? A quest’ora lo immaginava già sbattuto in prigione a torcersi dalla rabbia e dalla disperazione. E questi avrebbe dovuto ripagarlo offrendogli la libertà su un piatto d’argento? No, gliela aveva servita su una barca che l’avrebbe piantato in alto mare, proprio quando ormai sarebbe stato troppo lontano per porvi rimedio.

Ma ora il fuggiasco non era più dentro i pochi metri di una cella che nessuno gli avrebbe aperto, era su una barca stabile in un mare ancora calmo con tutte le dotazioni di bordo per mettersi in salvo, qualcuno l’avrebbe pure notato per portarlo a terra, bastava che riuscisse a farsi scortare fino alla costa e poi si sarebbe arrangiato. Altro che fondere il motore, ci voleva ben altro per spacciarlo!

Si precipitò allora a prua per prendere i fuochi e i razzi a luce rossa e illuminare il buio pesto con i loro fulgidi lapilli, ma non vi trovò nulla, l’intero gavone era stato svuotato, non c’erano più i salvagente, la zattera, i fanali, le boette, era rimasto solo qualche cuscino, una torcia, un binocolo e un piccolo barometro, tutti strumenti insignificanti per chiedere soccorso. In uno slancio disperato provò allora a mettersi in contatto via radio con la terra ma i segnali erano assenti, anche quella era stata manomessa.

Tuttavia non si abbandonò al panico, rimase invece impietrito a guardare un punto nel vuoto incapace di rendersi conto cos’era successo, ma soprattutto come aveva fatto a non capire, credeva di avere manovrato lui tutte le fila del gioco quando invece era stato il superstite a giocarsi l’ultima carta, quella più subdola, perversa, non fatta di piccoli dettagli, ma di una sola mossa, secca, pulita, e soprattutto beffarda. Proprio lui che era riuscito a evadere da un carcere di massima sicurezza, ora stava andando alla deriva in mezzo al mare per avere aiutato uno che ne era scampato.

Un nuovo botto lo fece trasalire, non di origine meccanica stavolta, ma naturale. Le nubi si erano fatte sempre più compatte e con tutto il loro carico d’acqua cominciavano a emettere i primi boati. Non meno deciso il vento aveva iniziato a soffiare raffiche gelide che increspavano sempre più la superficie del mare. Fu un soffio capire che la rivalsa dell’altro era stata assai più possente.

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