Trame di follia

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Alessandra FagioliTrame di follia – Premessa: quale follia?

Si nasce tutti pazzi.
Alcuni lo restano.

Samuel Beckett

Nella vita esistono manie, paranoie, visioni, chiodi fissi, incubi, ossessioni. Ognuno ne ha, chi più chi meno, alcuni lo sanno, pochi lo riconoscono. Credo e ricordo di aver sempre nutrito una personale ossessione: quella della follia. Nel senso che tutto di lei mi intrigava, mi incuriosiva, mi seduceva. Da piccola mi piaceva fare la matta, da ragazza leggevo storie sui pazzi, da giovane ho fatto una tesi sulla follia, ormai grande ho svolto ricerche sui malati di mente, sviluppando così una cultura sulla pazzia e una passione per l’alterità.
Ma per quanti studi psichiatrici avessi affrontato e per quante esperienze con i matti avessi vissuto, nulla soddisfaceva la mia ricerca di esprimere qualcosa d’altro, di diverso, di insolito sulla follia. Compresi, dunque, che se non si aveva niente da aggiungere a illustri lavori sulla malattia mentale o a esemplari biografie di pazzi guariti – poiché non era possibile capire di più o spiegare altrimenti – allora era giusto poter inventare.
Così è nata l’idea di narrare storie di matti, verosimili, paradossali, immaginarie, estreme, surreali. Non per parlare ancora una volta sulla follia, ma per far parlare la follia attraverso tutte le sue lingue, i suoi stili, le sue forme. Trame, dunque, di vita che coniugano i diversi paradigmi della pazzia con soluzioni differenti: la follia istituzionale con un itinerario parabolico, la schizofrenia con una polifonia di voci contrastanti, la sindrome bipolare con un percorso creativo alternato, il delirio megalomane con il monologo interiore, la sindrome fobico-ossessiva con il dialogo paziente-terapeuta.
Solo gli ultimi due racconti, narrati come fossero cronache, sono liberamente ispirati a storie di matti veri, in un certo senso complementari, ai quali dedico in calce l’intera raccolta. Uno è Remigio Leonardis, più noto a Roma come il pazzo di Piazza Barberini, esegue acrobatiche coreografie in mezzo al traffico della città, indossa una cuffia con le antenne da cui ascolta musica a tutto volume e predica al mondo la sua filosofia neorinascimentale. L’altro è Luigi Pirandello, nipote dell’omonimo scrittore, nobile barbone con doti da medium, lo si vede a Roma tirare un carretto pieno di cartoni da Trastevere al Ghetto, vive tra ostelli della Caritas e case d’accoglienza, legge il futuro della gente e non accetta elemosina. In altri due racconti, invece, la personalità molteplice si esprime attraverso la figura dell’iperbole oppure quella del paradosso, mentre in un ultimo episodio la follia prende forma attraverso la struttura stessa del racconto: un audace contrappunto tra le note di commento e i segreti della memoria.
Ogni trama è una storia, una vita, un personaggio. A ognuno di questi ho voluto dare un nome che, pur non avendo alcun legame con la narrazione, avesse comunque un proprio senso. Giovanni è un brillante e inquietante matto, tutt’ora ricoverato al Santa Maria della Pietà, del quale ho avuto la fortuna di diventare amica. Zenobia Settimia è un’antica regina che salta fuori a caso da uno spoglio di enciclopedia, mentre Alfia Cubo scaturisce da divertenti tentativi di anagrammare nomi noti. Prospero è un personaggio immaginario, sintesi di concetti e di emozioni, al cui relativo ispiratore dedico il racconto, mentre Angelo è un carissimo amico che lamentava di portare un nome raramente celebrato in letteratura. Celestina, invece, è una matta storica di Torino che ha ottenuto il suo posto di riguardo nell’enciclopedia dei matti italiani. Infine, Margherita e il Biondomoro sono due omaggi che ho voluto fare a Pier Paolo Pasolini (Salò/Sade e Alì dagli occhi azzurri), alla cui opera ho dedicato questi miei ultimi anni di studi.

Alessandra Fagioli
Marzo, 2001

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