Favola nera d’Europa

Favola nera d’Europa – Illustrata con dipinti di Otto Dix

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C’era un tempo la piccola Europa,
che poi tanto piccola non era perché era l’unica al mondo.
Nel senso che a Ponente aveva solo mare a perdita d’occhio
e a Levante aveva solo terra illimitata e desertica.

Così cominciò ad allargarsi,
prima stringendo in una morsa tutto il Mediterraneo,
poi inoltrandosi nell’entroterra
verso altri mari del nord e altri monti dell’est.

Ma la piccola Europa, che intanto era diventata grande,
si era divisa in tanti piccoli stati
che gareggiavano a chi diventava più grande per mare e per terra.

Così si scatenarono guerre furibonde
per motivi politici, dinastici, religiosi
tra regni, nazioni, imperi che diedero vita
alla guerra degli hussiti e a quella dei boeri,
alla guerra dei cent’anni e a quella dei trent’anni,
alla guerra di devoluzione e a quella di successione,
alle guerre di religione e a quelle d’indipendenza,
alle guerre civili e a quelle dinastiche
alle guerre napoleoniche e a quelle jugoslave.

Ma la piccola Europa voleva diventare sempre più grande
e allora non si espanse solo nel proprio continente
ma si estese nel vicino Oriente e poi in quello medio e infine in quello estremo.

Poi puntò verso sud e si prese tutti i paesi sotto di sé,
dall’Angola alla Somalia, dall’Algeria al Congo,
dal Mozambico al Camerun, dalla Namibia alla Tanzania.

Ma il colpo grosso lo fece quando scoprì che dopo tanto mare verso ovest
c’era una terra lunga lunga che andava dal polo sud al polo nord,
così la occupò, la depredò, la colonizzò,
infliggendo schiavitù, stermini e distruzione.

Non contenta però la grande Europa arrivò a fare grandi guerre,
una più grande dell’altra, tanto che il grande paese dell’est
e il grande paese dell’ovest che ora aveva ai suoi lati
dovettero intervenire per liberarla da devastanti dittature.

E dopo due grandi sfracelli, con annessi orrori e genocidi,
il grande paese dell’est e il grande paese dell’ovest
non si fidarono di lasciare la povera Europa riprendere la carneficina
e allora la spaccarono in due metà e se ne presero una per ciascuno.

Ma in breve il grande paese dell’ovest
inglobò sempre più paesi sotto la sua protezione
e il grande paese dell’est sfondò i propri confini
per riprendersi le terre vicine.

Così la grande Europa, che intanto era tornata piccola piccola,
invece di difendere la pace per la quale si era unita
alimentò la guerra contro il grande paese dell’est,
contando di essere difesa dal grande paese dell’ovest.
Ma quello si era stufato, non aveva più mire espansionistiche
in altri continenti, ma solo nel proprio.

Tant’è che la piccola Europa,
terrorizzata che il grande paese dell’est la volesse invadere tutta
e il grande paese dell’ovest la volesse abbandonare a sé stessa
decise di armarsi fino ai denti,
per diventare anche lei un grande paese del mezzo
capace di battere il grande paese dell’est
facendo a meno del grande paese dell’ovest.

Ma per quanto si armasse,
per quanto costruisse missili e bombe,
per quanto si indebitasse per uomini e mezzi,
il grande paese dell’est non la invase
e il grande paese dell’ovest non la abbandonò.
Il primo la teneva sotto scacco con la minaccia dell’invasione territoriale,
il secondo la teneva sotto scacco con il controllo del monopolio economico.

Ma la piccola Europa ormai doveva consumare tutte le armi che aveva pagato
e non potendole usare fuori dai propri confini le rivolse al suo interno.

Così, sempre più piccola e sempre più divisa,
tornò a fare guerre tra nazioni e guerre tra popoli,
guerre tra contrade e guerre tra faide,
guerre di fede e guerre di razza,
guerre di quarantasette, ottantacinque, centodieci anni,
fino a ridursi in un immenso cumulo di macerie
che nessuno aveva più voglia di rimettere in sesto.

Infatti il grande paese dell’est e il grande paese dell’ovest
si misero d’accordo per non ricostruire più nulla.
Fecero della vecchia Europa una sconfinata terra di nessuno,
smilitarizzata e desertica, per evitare ennesimi disastri.

Ormai erano diventati paesi immensi e pacifici:
un continente di mezzo per sempre imbelle e neutrale
era sufficiente a garantire egemonia, prosperità e pace
alle loro incontrastate e impareggiabili autocrazie.

 




Questione di genere

QUESTIONE DI GENERE

Io volevo fare la donna di casa e la madre di famiglia. Non per vocazione, ma proprio per principio. Non mi piacciono le faccende domestiche, al contrario mi fanno venire l’orticaria. Adoro invece abitare la casa, espandermi in tutti i suoi recessi, possedere diversi angoli di rifugio, isolarmi dal resto del mondo e magari ogni tanto trovarvi qualcuno con cui avere a che fare. Non amo nemmeno la confusione, mi irrita l’eccessiva promiscuità, ma decisamente adoro i bambini. So divertirli, raccontargli storie, giocarci per terra. So capire i loro problemi, aiutarli a risolvere, entrarci in empatia. Ma forse perché non sono miei. Temo che se lo fossero non li sopporterei proprio. Ma chi lo sa poi, non ne ho avuti e non mi è mai capitato qualcuno con cui farli.
Perché il problema è proprio questo. Essere finita in una voragine tra due estremi. Da una parte gli impraticabili. Quelli intriganti, diabolici, maledetti, che hanno stoffa da vendere ma non la scuola per rispettarti e si servono di te a piacimento senza alterare alcunché della loro vita. Mariti fedifraghi o amanti indolenti il risultato non cambia: sposati che non si vogliono separare oppure liberi che non si vogliono legare si rimane comunque sospese a fare da riserva o da sollazzo. Dall’altra parte invece gli irrilevanti. Quelli papabili, disponibili, compiacenti che ti fanno il filo ma senza crederci, si aspettano qualcosa ma non si espongono, ostentano scaltrezza ma non hanno sostanza, tanto da farti passare ogni tipo di voglia. Hanno solo l’attenuante di non essere rovinosi, ma la loro inconsistenza li rende insopportabili, al punto da finire con l’evitarli.
Così, dopo essermi dannata con gli impraticabili e astenuta dagli irrilevanti, mi sono ritrovata a stare in casa senza fare la moglie e a intrattenere mocciosi senza esserne la madre. Precipitata in quel baratro tra estremi senza appigli né dislivelli, senza mediazioni né compromessi. Perché io mi sarei pure adattata a qualche sfumatura intermedia, che so, un marito in odore di separazione, un single con inclinazione al legame, un’anima semplice con un guizzo d’arguzia, un carattere eccentrico dotato di spirito critico, insomma un ibrido che potesse stemperare gli estremi canonici che da sempre dividono gli uomini in stronzi o in noiosi.
E invece no, questo non mi è stato dato in natura. Seppure, come diceva Churchill della democrazia, la mia condizione solinga è la peggiore che ci possa essere, eccezion fatta di tutte quelle che mi sono capitate finora. Dunque, dopo tutto, è sempre la migliore di quelle in cui mi sono imbattuta. Per cui di che lamentarsi? Considerando poi che le donne, dal canto loro, possono essere molto più tremende degli uomini. Perché troppe volte mi sono consolata di non essere un uomo proprio per non avere a che fare con una donna. Magari meno eccentrica ma più isterica, forse meno noiosa ma più stupida, senz’altro meno aggressiva ma più evanescente.
Così ho tirato innanzi a fare una vita che non era la mia, ad aspettare qualcosa che non accadeva, a confidare su qualcuno che non arrivava, a sognare una donna che non ero io. Certo, mi sono riuscita a difendere, ho fatto tesoro della mia solitudine, stato di grazia del mio isolamento, beatitudine della mia selvatichezza, senza tuttavia bastare a me stessa. E questo è stato l’intoppo, avvertire la necessità di un interlocutore, un volto, una voce, un corpo, una testa con cui avere a che fare, una testimonianza di esistenza che desse senso alla mia, un’interazione con un essere umano che facesse sentire più umana anche me. E questa irriducibile impellenza mi ha sempre fregato.
In fondo ho guardato ogni volta con stupore donne che prendevano e mollavano uomini come capi di abbigliamento, donne che ne potevano fare del tutto a meno e donne che non potevano staccarsene un attimo, donne che ne raccoglievano uno da piccole e se lo facevano bastare per tutta la vita, donne che ricominciavano ogni volta daccapo seppure deluse, percosse, umiliate.
Io però non sono mai riuscita a trovarmi in nessuno di questi stati, né distaccata né dipendente, né opportunista né subalterna. Ho fatto sempre a mio estro, come mi sentivo e come mi pareva, anche a costo di andare a sbattere il grugno. Ma almeno sapevo che me l’ero cercata da sola e non rischiavo di dare la colpa al malcapitato spacciandomi sempre come vittima o come eroina.
Perché è proprio questo che ho sempre detestato nelle donne. Non darsi mai altra opportunità che non fosse quella di non poter fare alcunché soccombendo al proprio destino, oppure che non fosse quella di reagire a ogni costo credendosi sovrumane. E siccome a me non sono mai piaciute né le disgraziate né le super eroine, sono finita col perdere i punti di riferimento, tanto da smarrirmi in un dedalo di trappole ogni volta che mi innamoravo. Per giunta senza neanche mettere a frutto l’esperienza del momento tanto da non ripetere gli stessi errori, anzi ricadendovi con più virulenza, soggiogata assai più dalle leggi della passione che non da quelle della ragione.
Eppure non nutro rimpianti, né rimorsi, né rancori. Anzi, rifarei tutto se mi capitasse la medesima sorte, se invece me ne capitasse un’altra chissà cosa potrei combinare. Come adesso, ad esempio. Avevo una gran voglia di rimettermi in gioco, una volta smaltite le ultime storie melodrammatiche che come al solito mi avevano ridotto in un’infinità di frantumi, uscendo di nuovo allo scoperto e cogliendo con ringiovanita scaltrezza quello che mi avrebbe offerto la vita. Fiduciosa in un cambio di passo, in un giro di ruota, in un punto di svolta che per destino mi sarebbe spettato. E invece no. Tutto l’opposto. Tra capo e collo è arrivata proditoria la pandemia.
Reclusione, quarantena, distanziamento, protezione, maschera anticontagio e pure antiapproccio, uscite mirate, giretti solitari, panchine proibite… quali condizioni peggiori per un incontro galante? Senza nemmeno più un cinema, un teatro, un concerto, un museo dove per azzardo trovarsi? Ma poi pensi che se non è successo per decenni perché mai dovrebbe capitare proprio adesso? In cui per altro sono tutti in paranoia per la costrizione domestica? Tutti meno me, naturalmente, che invece me la vivo come una pacchia insperata. Senza nessuno che mi rompa le scatole, facendo tutto quello che voglio, godendomi da sola l’intera casa, dando un senso alla vita come mi gira. E forse proprio questo mi ha salvato dall’immensa psicosi che ha contagiato tutti.
Complotti, persecuzioni, autoritarismi, guerre civili, regimi totalitari, colpi di Stato, una visionarietà così virulenta da far impallidire persino la pandemia. Solo perché è stato necessario stare alcune settimane in casa per contrastare il contagio. Roba che questa vita io la faccio da anni. Lo stato di quarantena per me è la routine. Solo che l’ora d’aria invece di farmela in un parco me la sono fatta intorno all’isolato. Per questo forse non sono sprofondata nel buco nero dei deliri collettivi che hanno contagiato tutti con più potenza del virus.
Seppure il vero segreto per salvarsi non era nemmeno nella tanto abusata resilienza, quanto nella insospettata creatività! Perché sarebbe bastato avere un po’ di inventiva per non farsi cogliere dall’ansia di sentirsi ostaggio di un regime assolutista, un po’ di scaltrezza per non sprofondare nell’ossessione di essere preda di complotti assassini, un po’ di fantasia per trovare le giuste strategie di sopravvivenza senza abbandonarsi all’esasperazione, come ho cercato di fare io, nell’inventarmi una vita a misura di quarantena fatta di poesia, musica, pittura, levità, ironia.
Così alla fine ne sono uscita incolume, ma sempre più solitaria e defilata, sociopatica e forastica, con la sensazione di essere una sopravvissuta in un mondo che ha dimenticato l’arte come motore di esistenza, la creatività come soluzione dei problemi, facendosi sommergere dalle paranoie dei nostri tempi che accecano ogni ragionevolezza, mortificano ogni immaginazione.
Mi è rimasta per la verità un’unica speranza. Quella che in tutto questo pandemonio si siano rimescolate un po’ di carte. Il virus è una brutta bestia, disorienta, confonde, sbaraglia, sconquassa. E i risultati possono essere diversi. Ma non mi aspetto grandi epifanie, a volte per spostare il corso di una vita basta un soffio. Tutta sta che spiri, per una buona volta, dalla parte giusta.




Pandemic monologue

Beh, certo, si capisce, che altro ci si poteva aspettare? Da una cosa poi che ti arriva tutt’un botto tra capo e collo senza che nessuno ti avesse detto niente. Che per giunta riguarda tutti allo stesso modo, manco a dire che c’è qualche differenza. Perché se fosse stato il caso di una guerra mondiale innanzi tutto ci stava. Nel senso che era pure il suo tempo, anzi la si aspettava da parecchio. Inoltre il mondo si sarebbe spaccato almeno in due parti se non in più. Così si poteva decidere da che parte stare e prendersela con quelli che stavano dall’altra parte. Ma in questo modo no. Al massimo puoi rosicare se a un altro paese è andata meglio o è stato più bravo a cavarsela. Oppure puoi roderti perché non ti danno una mano e pensano solo a loro stessi. Però non è che ci sono i cattivi usurpatori da una parte e i buoni liberatori dall’altra. Perché sarebbe tutto più facile. Invece no, uno dopo l’altro siamo stati spazzati via da uno tsunami che si è levato dalla Cina e ha fatto il giro del mondo in contro rotazione. E mica ci è servito guardare cosa succedeva a quello che veniva prima. Anzi l’ultimo della sequenza si è preso pure la botta più grossa. Per poi fare tutti la stessa cosa. Perché la pandemia appiattisce, uniforma, omologa, azzerando tutte le strategie alternative. Ci credo che alla fine non sappiamo con chi prendercela. Non solo abbiamo copiato le stesse azioni gli uni dagli altri, ma pure gli stessi errori. Solo che è difficile incassare una botta del genere senza incazzarti col mondo. Che poi è pure lui sotto la stessa botta. Per cui per forza devi pensare a qualcos’altro. E lo capisco, sfido chiunque a starsene zitto e buono con i morti da una parte, le restrizioni dall’altra, i contagi dappertutto, l’estate che incalza, i capelli che crescono, i figli che urlano, il coniuge che non si regge, il lavoro che manca, i soldi che finiscono… andrebbe al manicomio chiunque! Soprattutto perché non si sa con chi sfogarsi. E quando le cose non si sanno, le si inventano. È naturale. Per farsene una ragione bisogna pure attaccarsi a qualcosa. Mica basta la scusa del pangolino o peggio ancora del pipistrello! Ma non basta manco la scusa della provetta rovinata in terra! Un pandemonio del genere vuoi che sia scappato per un errore o per una svista? Ma siamo seri. Per me ci stanno di mezzo proprio tutti. Io manderei alla sbarra il mondo. Così non si rischia di fare torto a nessuno. Perché prendersela solo con i cinesi o con gli americani? Perché solo con gli scienziati o con i farmacisti? Perché solo con i governatori o con i burocrati? Questo è razzismo allo stato puro! Ci hanno fregato su tutta la linea e noi facciamo discriminazioni? Infatti non capisco quelli che si fissano soltanto su certe idee. Come il fatto che ci vogliono imbottire di metalli pesanti con i vaccini. Oppure che ci vogliono sottrarre la privacy con i controlli a distanza. Oppure che intendono pregiudicare per sempre le nostre libertà personali. Oppure che mirano a costruire uno Stato terrorista per tenerci soggiogati. Cos’è questa insistenza solo su uno o due di questi punti? Per tacere poi di tanti altri che vengono immeritatamente trascurati! Perché solo in pochi hanno avuto il coraggio di dire che tutta questa pandemia è una colossale montatura per tenere in scacco il mondo! E solo in pochi hanno avuto il coraggio di smentire tutto ciò che si dice affermando l’esatto contrario! E soprattutto solo in pochi hanno davvero le palle per dichiarare qual è la verità delle cose senza doverla dimostrare! Per cui non capisco proprio tutta questa cecità, questa fossilizzazione, questa mancanza di visione olistica della colpa universale, dell’attacco globale, della persecuzione planetaria. Il problema di oggi è che ognuno si attacca a qualcosa. Siccome non ce la può fare da solo a svoltare qualche settimana in quarantena, a gestire delle limitazioni eccezionali, a comprendere delle strategie graduali, ad accettare soprattutto l’ignoto e l’imponderabile, allora si fissa su qualche povero capro malcapitato. Con una miopia intollerabile per un mondo interconnesso e correlato. Per cui davvero: occorre pensare in grande, non prendersela con chi ti fa uscire di casa dopo due mesi solo per vedere la nonna e non l’amante. È gretto, è provinciale. Oppure con chi non ti dà scansioni certe, sicure, comprovate, appaganti per le proprie aspettative ed esigenze. È indelicato, è inopportuno. Non attacchiamoci a questi dettagli, quando ne va dell’intero destino terrestre! Cerchiamo di essere all’altezza di questa pandemia e unifichiamo tutti i nostri disegni in un’unica grande interpretazione cosmica. Solo così ci salveremo. Solidali, compatti, integrati contro un unico, grande, assoluto nemico. La pandemia per fortuna dura tanto, tutti insieme riusciremo a capire chi sarà.

 




Cronache di una Pandemia

UTOPIA O DISTOPIA?
2222. Il mondo è frammentato in migliaia di piccole enclavi, tutte autonome e autosufficienti. Non esistono più governi nazionali, né liberi scambi tra comunità. Il coronavirus si è differenziato per gruppi tribali che a forza di isolarsi tollerano benissimo il proprio ma decedono immediatamente al primo contatto con quello altrui. L’innovazione tecnologica è scomparsa e si è regrediti a un’economia agricola basilare. È decaduta ogni forma d’inquinamento, l’ambiente è tornato perfettamente sano, non ci sono più incendi né alluvioni, ma soprattutto guerre dato che tutti morirebbero all’istante travalicando i confini. Un equilibrio perfetto, governato magistralmente dal virus, in cui i discendenti di Trump non romperebbero più perché l’America deve tornare grande di nuovo e quelli di Salvini perché in Italia deve cadere il governo.

* * *

Comunque due cose:
1. Siamo davvero un popolo di cialtroni. Atterriti dalla paura facciamo incetta di casse d’acqua come se il virus infettasse pure gli acquedotti e poi da scellerati continuiamo a infilarci in feste affollate oppure eludiamo i blocchi per andare a sciare in montagna.
2. Alla faccia della globalizzazione ogni Paese si tiene strette le proprie risorse, non collabora con gli altri né tanto meno aiuta chi ha più bisogno. Ognuno per sé e Dio per nessuno. Così il virus ci ha reso tutti codardi e tutti egoisti alla stessa misura.

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La cosa che più ricorderò di questo periodo è il silenzio. Assoluto, totale, definitivo. Soprattutto di notte. All’alba non si sentono cantare nemmeno gli uccelli sugli alberi. Non scorderò neanche le immagini, dal vivo non viste in tv, di una città non vuota ma evacuata, non con la gente portata fuori ma chiusa dentro le mura di casa. Una città, come tutte le altre, incredula, atterrita, mortificata. Naturalmente non dimenticherò mai le immagini, quelle per forza viste in tv, della micidiale trincea vissuta negli ospedali, senza precedenti nella Storia repubblicana. E soprattutto mi rimarrà dentro il conflitto di sentimenti tra lo strazio e la speranza, tra l’angoscia e la resistenza, tra l’isolamento e la coralità. Inutile ingannarsi, è durissima. Ma è anche tra le esperienze più profonde che si possano fare nella vita.

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Porta Portese,
domenica mattina
Non le tempeste di neve, né le scosse sismiche, né la crisi economica hanno mai impedito di montare le bancarelle del più grande mercato di Roma.

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Siparietto comico serale per alleggerire tutte le considerazioni apocalittiche di questi tempi
Da quando sto tombata in casa (si fa per dire perché l’oretta di passeggio in incognito intorno all’isolato con la simil-sporta della spesa non me la toglie nessuno), io non ho più pace. Il tempo mi vola via alla velocità della luce, riesco a fare a mala pena un terzo delle cose che mi propongo di fare, mi ammattisco con tutte queste piattaforme digitali per la didattica a distanza che ti fanno perdere un sacco di tempo, due chiamate al giorno sui balconi perché sennò i vicini minacciano di contagiarmi l’appartamento con subdole infiltrazioni virali, un fuoco di fila di notifiche dai social scatenati come belve selvagge che non mi lascia un attimo di respiro, chiamate improbabili di amici su Skype che non ricordavo nemmeno più che esistessero, uno stress continuo da non vedere l’ora di uscire per isolarmi in qualche posto deserto incontaminato! E poi ti suggeriscono di leggere un libro, di vedere un film, di restare in contatto con gli amici per non annoiarti? Ma è un lusso! Infine basta con questo “andrà tutto bene”, porta sfiga!

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Certo che dalla vita mi sarei aspettata di tutto. Ma ritrovarmi collegata alla piattaforma MEET per illustrare agli studenti come Bowman sia riuscito a disinnescare le unità di memoria di HAL per compiere la sua missione su Giove in Odissea 2001 di Kubrick, stando chiusa dentro una stanza nel 2020 a causa di una pandemia, la trovo davvero una cosa surreale.

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Una beffarda circostanza della sorte mi ha portato a finire di leggere La montagna incantata di Thomas Mann in concomitanza dell’espandersi dell’epidemia. Un sanatorio svizzero per infezioni polmonari in cui confluiscono memorabili personaggi che rappresentano le maggiori correnti filosofiche del Novecento. Un’opera somma sulle grandi contraddizioni del secolo incarnate da tubercolotici che soccombono o si uccidono. Profetica, emblematica, necessaria.

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Un capolavoro assoluto di quel genio di George Perec, un romanzo di romanzi che racconta le storie degli inquilini presenti e passati in uno stabile parigino di un centinaio di stanze, in un arco temporale di più di cent’anni, mescolando indagini poliziesche, avventure paradossali, delitti esilaranti con strepitosi elenchi di cose. L’avevo finito di leggere appena prima che scoppiasse l’epidemia, ora ripenso a quel geniale labirinto di storie generate da asfittiche stanze di un condominio che si trasformano in incredibili universi di fantasia. Un’ottima guida per levare l’immaginazione oltre le mura delle nostre costrizioni domestiche.

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Che il Covid-19 sia stato sintetizzato in laboratorio a scopo di rappresaglia internazionale o di egemonia di potere è una boiata pazzesca, ma non è che se il virus è “naturale” non ci sia stata responsabilità da parte dell’uomo. Deforestazione massiva, predazione di animali selvatici, loro commercio illegale nei mercati umidi, conseguente salto di specie del virus e sua diffusione nel mondo è solo opera dell’uomo, e non come si vede in una favola per spiegare il contagio ai bambini in cui il virus salta sulla testa dell’uomo che per caso passa sotto il pipistrello! È sempre una questione di narrazione: delirante quella del complotto, semplificata quella per l’infanzia, atrocemente vera quella della realtà di fatto.

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Ritorna a più riprese, in questi giorni, la celebre frase di Blaise Pascal: “Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non sapere starsene da soli, in una camera”, che in tempi non sospetti avevo scelto tra le citazioni in calce a “Scacco all’isola”, il mio thriller in uscita a giugno, sempre con l’indulgente concessione del Covid-19. Tema, quello del riuscire a stare soli senza soccombere alla necessità di dipendere da legami, che disegna l’orbita di tutto il romanzo. Con l’intuizione di aver immaginato un luogo di “isolamento” prima di ritrovarmi a viverlo e la beffa di attendere che diventi pubblico solo dopo che quello reale sia finito.

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Ormai non sembra più di stare in città. I gatti si fanno la toletta spaparanzati in mezzo alla strada e se ti avvicini troppo ti soffiano ferini come tigrotti viziati. I gabbiani banchettano indisturbati sui cassonetti e se ci passi davanti ti guardano con occhi assassini come in Birds. I piccioni svolazzano indolenti qua e là e poi ti vengono sotto a saltelli incattiviti come faine a caccia di insetti. Le cornacchie gracidano stridule sugli alberi lanciandosi richiami funesti che nel silenzio irreale incombono come malaguri. Abbiamo tolto i pipistrelli dalle foreste e nella foresta ci siamo finiti noi.

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STATO DELL’ARTE
C’ho quattro indirizzi di posta elettronica, due piattaforme interattive con tre classi di esami e tre classi di corsi, vari canali pubblici, privati e misti, chiavi segrete di accesso, documenti secretati in remoto, materiali visibili ma non modificabili, altri condivisi ma alterabili, altri nascosti ma rivedibili, altri ancora che non so più dove stanno e soprattutto a cosa servono, manco fossi in un gabinetto della Nasa, al massimo sono nel mio che non devo nemmeno condividere con nessuno perché è dall’8 marzo che non vedo uno straccio di cristiano! E non solo, ci metto pure atei, eretici, agnostici e gente di altre fedi. Poi non ne posso più di sentire parlare solo di coronavirus, la vera dittatura sui nostri cervelli anestetizzati da overdose e fake news! Così invece di annegare tra articoli variamente pandemici di evadere in streaming a caccia di serie tv mi difendo leggendo Céline, naufragando nel suo linguaggio, perdendomi nella sua causticità, sottraendomi alla tempesta tecnologica aggrappata allo scoglio di una narrazione viscerale e rapace.

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#persuadereicinesichelequagliesonopiùbuonedeipipistrelli
#convincereitedeschicheilterzoreichormaièacquapassata
#direagliitalianichenemmenostavoltasonostatioccupati
#convincereilvicinochecantainbalconechelaguerraèfinita
#archiviareleautocertificazioniperchénonsipuòmaisapere
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#respirareapienipolmoniariapulitàfinchédurerà
#realizzarechesiamoglistessiinunmondodiverso
#smetterediscriverecazzateconhashtaglunghissimi

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Lo so, sarò politicamente scorretta ma c’è qualcosa di questa quarantena che mi seduce, mi affascina, mi rivela dimensioni insospettate, mi stimola orizzonti immaginari. E già con largo anticipo avverto l’ineluttabile amarezza di quando pure questa finirà.

* * *

Più del Mes o dei Coronabond, più di Conte o dei sovranisti, più della fase 1 o della fase 2, più dei rancori o delle polemiche possono soltanto i libri. Intanto i loro templi riaprono, primi avamposti di una rinascita della cultura che possa almeno far sollevare i nostri sguardi offuscati verso altri orizzonti possibili.

* * *

Per chi non ce la fa più, le prime dieci ragioni perché questa quarantena è stupenda:
1. Essere in una botte di ferro. Quando circoleremo di nuovo saremo molto più a rischio
2. Per i cittadini essersi sottratti alla dannazione infernale del traffico metropolitano
3. Per gli indiani vedere l’Himalaya, per tutti gli altri vedere ogni cosa con più nitore
4. Avere molte più libertà agli arresti domiciliari di quante ne avevamo a piede libero
5. Non avere mai l’ansia di arrivare in ritardo da qualche parte
6. Per i romani non avere più l’ansia che da qualche parte ci si possa arrivare!
7. Con buona pace di Cacciari scoprire che la casa non è un inferno ma un’immensa risorsa
8. Dare la propria cadenza al tempo, proprietà esclusiva delle divinità dell’Olimpo
9. Lavorare da casa, al netto di spostamenti, stress, imprevisti, scioperi, rovesci, incidenti
10. L’ebbrezza di dividersi tra tecnologia avveniristica e vita medievale prima dei motori a scoppio

* * *

Le cose più difficili con cui convivere in questa quarantena sono la virulenza delle teorie del complotto, la visionarietà delle proiezioni catastrofiste, l’allarmismo degli scenari dittatoriali, l’intolleranza tetragona alla contingenza emergenziale, il monopolio assoluto dell’informazione monotematica, l’ottundimento delle coscienze intorno a un unico orizzonte, l’arrogante certezza delle verità rivelate, l’insopportabile ribellione di alcuni che pensano che tutti gli altri siano degli imbecilli. Se non fosse per tutto questo ogni cosa sarebbe più praticabile.

* * *

Quello che mi manca tanto oggi è un Giorgio Gaber che ironizzi un po’ su quello che è di destra o di sinistra, la sgangheratezza italiana delle regioni ribelli o l’efficentismo teutonico da Potenza dell’Asse, il terrore di commettere altri errori dei tanti già fatti o la smania di battere tutti di una spanna sulla ripresa. Ma forse non basterebbero nemmeno quelle categorie e ciò che è peggio non c’è nessuno che ce le canti.

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La Germania è come quel compagno di banco che ha sempre la risposta pronta, non ne sbaglia mai una, si compiace di tutto quello che sa e gli riesce al meglio ogni cosa che fa, non ha mai marinato la scuola, né ancor meno si è fatto una canna, evita di far copiare qualcuno per non prendersi la nota dall’insegnante, protesta con chi rimane indietro perché rallenta il corso delle lezioni. È puntiglioso e pierinesco, rimane sempre in disparte quando si tratta di fare troppo casino, non si rotola mai sui prati per non sporcarsi i vestiti e subire il rimprovero della madre. È quel compagno che non sai se odiare o compatire finché ti rimane vicino di banco. Quando poi te lo ritrovi come capo sul posto di lavoro o come partner intorno a un tavolo di trattative capisci che è tardi per aver mancato l’occasione di fracassargli la testa da piccolo.

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WRITERS’ EMERGENCY!

L’iracondo tycoon minaccia di far pagare alla Cina il fio per essersi fatta scappare il Covid dalla provetta, il venerabile Premio Nobel denuncia l’innesto del virus dell’Aids nel virus Corona come origine di tutto il disastro, il Bel Paese urla alla condanna a vita di un lockdown sempiterno a fronte del resto del mondo che già decolla verso un futuro radioso… come autrice protesto contro l’invasione di campo, il furto del mestiere, l’abuso di creatività che condannano l’intera categoria di scrittori a un oblio immeritato, al rischio di estinzione, all’incapacità permanente di inventare storie migliori!

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L’unica cosa certa è che agli italiani piace tanto la drammatizzazione: e le restrizioni emergenziali che compromettono irreversibilmente la democrazia, e i virus sfuggiti dal laboratorio che non vengono nemmeno denunciati, e le applicazioni anticontagio che controllano i nostri segreti più inconfessabili, e i vaccini imposti dall’alto dei cieli che annientano le nostre difese immunitarie… una sola preghiera: prendiamo appunti di queste grandi scene madri e almeno per non annoiarci cambiamo canovaccio alla prossima pandemia. ?

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Fuor d’ironia, una cosa seria la vorrei dire pure io. La quarantena non è una tragedia. Vi assicuro c’è di peggio. È problematica per chi ha un figlio autistico, un partner violento, un anziano malato, un lavoro compromesso. È senz’altro tragica per chi ha perso e continua a perdere i propri affetti nel modo più atroce e straziante. Ma per chi non ha grandi problemi familiari, lavorativi o sanitari le strategie per “sopravvivere” sono infinite.
Per questo il peso più grande di questa costrizione per me è stato quello di sopportare non tanto le varie forme di complottismo che ormai sono diventate folclore, anzi sono state una colonna sonora di maggior intrattenimento che non i canti dai balconi, ma tutte le riflessioni paranoidi che sono state sviluppate intorno ai temi della libertà, del lavoro, della famiglia.
Perché il podista che corre lungo la battigia e lo si ferma per multarlo è un membro della comunità e come tale si deve attenere alle disposizioni emergenziali del momento, anche se è solo, anche se è l’unico, proprio perché non può fare eccezione rispetto a tutti gli altri che sarebbero legittimati ad imitarlo.
Perché l’operaio che torna per primo al lavoro rispetto al ristoratore non è per sfruttamento capitalistico, ma per una ratio di contagio, che non ha nulla a che vedere con i diritti umani o le relazioni sociali, ma attiene a una gradualità di reinserimento che obbedisce alla performance di una pandemia.
Perché la nonna che si può andare a trovare, anziché l’amante o l’amico, è in virtù del fatto che in una situazione d’emergenza un anziano può avere più necessità di essere assistito, mentre l’amante può essere lasciato un attimo in sospeso (vi giuro si può fare) e l’amico può essere incontrato sotto un bel sole anziché per un tè in salotto.
Infine nell’affermazione: “quando vengono limitati gli spostamenti delle persone malate è quarantena e quando vengono limitati gli spostamenti delle persone sane è dittatura” c’è la sintesi di tutto questo delirio collettivo a cui sfugge persino il fatto elementare che nella fattispecie non si poteva fare alcuna distinzione tra “sani” e “malati”, dato che i primi (positivi, asintomatici) potevano essere tanto contagiosi quanto i secondi.
Meno male che in tutto ciò ho potuto trovare conforto nella satira arguta, nella sintesi fulminante, nell’accostamento geniale, nella risoluzione felice dei fumetti animati di Zerocalcare.




Contenimento VS immunità di gregge

Una famiglia allargata in un appartamento di tre camere, cucina e bagno. Una donna separata con un figlio di vent’anni avuto dall’ex marito. Il suo compagno vedovo con una figlia adolescente avuta dalla moglie defunta. Un bambino di sei anni della coppia. Il padre di lei, la matrigna di lui.
Nella camera della coppia la donna cerca di far fare i compiti al bambino sul ripiano del comò, mentre l’uomo armeggia con un computer sul letto per collegarsi con i clienti del lavoro. Nell’altra camera da letto il giovanotto sta strimpellando la chitarra mentre il nonno implora un po’ di silenzio per riposare. Nella sala da pranzo invece la ragazza sta chattando col cellulare sulla sua poltrona letto, mentre sull’altra la nonna (o si dovrebbe dire la nonnastra) sferruzza borbottando a maglia.
– Dai su! Non ti distrarre a guardare sempre fuori dalla finestra, finisci questi dannati compiti di matematica!
– Mamma, ma io voglio uscire!
– Non si può, lo sai benissimo!
– Ma solo un po’ per giocare a pallone sotto casa!
– No, è proibito! Poi arriva la guardia e ti porta via!
– Hai finito di terrorizzare il bambino?  – fa il padre distogliendo lo sguardo dallo schermo.
– Se non faccio così, non finirà mai i compiti!
– E al diavolo i compiti! È più importante il suo diritto all’infanzia!
– Non in questi tempi di restrizioni! Se poi entra in contatto con altri bambini infetti contagia pure i nonni e addio vecchietti!
– E magari! Non sarebbe poi una cattiva idea… così alleggeriamo un po’ la famiglia!
– Sei proprio un figlio snaturato… lo dici solo perché la tua matrigna non ti ha messo al mondo!
– Lo direi pure se fosse sangue del mio sangue, anzi forse a maggior ragione.
– Mio padre non lo sacrificherei per nulla al mondo, ci sono legata più che ai miei figli!
– È proprio qui che sbagli. Il futuro è dei giovani non dei loro nonni. Con una pandemia del genere bisogna fare delle scelte.
– Intendi dire questa cavolata dell’immunità di gregge che si sente in giro?
– Non è una cavolata, è l’unica via di uscita per non buttare alle ortiche tutto il Paese.
– Qui alle ortiche ci va solo il tuo cervello. Se andassi meno su Skype per vedere i tuoi colleghi e leggessi un po’ di articoli che sconfessano le bufale, ti renderesti conto che questa storia dell’immunità è una panzana colossale.
– Lo dimostrerà la Storia invece. Quando noi divorati dal panico, dopo esserci asserragliati dentro casa, ci ritroveremo sul lastrico e ancora più vulnerabili. Mentre quei furbi degli inglesi avranno rinforzato l’economia e irrobustito la popolazione, sacrificando solo le persone più inutili.
La donna si alza dalla sedia, lasciando andare il figlio a giocare nell’altra stanza.
– Sì. Forse hai ragione. Bisognerebbe iniziare a sacrificare le persone più inutili. A cominciare da te. Che manco hai capito che l’immunità di gregge è impossibile senza un vaccino. Ancor più con le infezioni tanto contagiose come questa.
– E perché mai?
– Perché per fare barriera devono essere tantissime le persone immunizzate e possono diventarlo solo se vaccinate e non certo lasciando sul campo migliaia di morti.
– Ci sarebbero tantissimi morti lo stesso, non per malattia, ma per fame. E in più un Paese distrutto a fronte di un altro che magari è più decimato ma molto più resistente.
– Avete finito di dire fesserie? – fa il giovane affacciandosi alla porta con la chitarra al collo. – C’è il nonno che si è vomitato di nuovo addosso.
– E allora perché non lo pulisci?
– A ma’, mica sono il suo badante!
– Sì, però ti fa comodo mangiare a scrocco in questa casa!
– Tu sta zitto, non provare nemmeno a parlarmi co’ ‘sto tono che ti stendo.
– A pa’, nonna dice che vuole la panna per fare il Montblanc, gliela posso andare a comprare? – fa l’altra ragazza piombando nella stanza.
– No, c’abbiamo già il frigo strapieno, non voglio buttare altri soldi!
– E dai, così vado a fare due passi, sennò divento isterica!
– Isterica mi fai diventare a me se vai in giro pure tu!
– Perché, chi altro vuole andare in giro?
– Beh non pensi che vada pure a me, che so’ pure più grande di te? – le fa il fratellastro.
– Ma tu hai la chitarra e ti puoi sfogare anche in balcone coi tuoi amici di fronte, invece io mi sono stufata di chattare con le amiche, voglio andare a correre!!!
– Bene, vai vai, che così ti fai gli anticorpi! – la incita il padre.
– Sì, e poi porta il contagio dentro casa e ci ammazza a tutti!
– A ma’ e non fa l’esagerata!
– Non è esagerata, è proprio fuori di testa tua madre!
– Tu datti una calmata e porta rispetto quando parli di lei!
– Allora posso uscire, ché nonna sta gridando come una forsennata che vuole la panna?
– Mo’ gliela compro io la panna per soffocarla! – fa l’uomo.
– Bravo, così ti porti avanti col lavoro e non ci pensa il virus! – gli risponde la donna.
– Aoh! Se qualcuno non si muove quello che soffoca è il nonno che continua a scatarrare… – incalza il giovane di ritorno dall’altra stanza.
Tutti si precipitano di là. La donna pulisce il padre tutto insozzato che continua a farfugliare frasi sconnesse. L’uomo cerca di calmare la matrigna che sferza i ferri nell’aria per ottenere la sua panna. Il figlio accende la radio e mette il volume a palla in tutta la casa. La figlia fa per uscire di soppiatto ma trova la porta aperta.
– Ma Vivuzzo dov’è?
– Come dov’è?
– Era con me poco fa!
– E l’hai lasciato andare così?
– Ma pensavo fosse con uno di voi!
– Mai visto da queste parti.
– Te l’avevo detto che era meglio che qualcuno uscisse!
– Ma perché non te ne vai tu da questa casa?
– E poi chi vi dà da mangiare a tutti quanti?
– Raga, io lo vado a cercare con la chitarra, magari sente la musica…
– Aspetta, vengo pure io con te, così ci dividiamo…
– Mio figlio, mio figlio! Ridatemi mio figlio!
– Tu pensa a tuo padre che si sta ancora strozzando di bile!
– La panna! Questa dannata panna! Portatemi la panna!!!