O l’Elba o morte. Non solo mare.

O l’Elba o morte. Perché l’isola non sia solo natura ma anche cultura e possa valorizzare tutte le sue ricchezze, anche quelle meno immaginabili. Non solo Cavoli e la Biodola ma anche il Volterraio e Forte Falcone. Non solo rocce a picco e acqua cristallina, ma anche festival, corsi e avvenimenti.

1“O Roma o morte”, diceva Garibaldi in occasione della partenza dei garibaldini dalla Sicilia per risalire la penisola fino a raggiungere Roma e liberarla dal potere temporale della Chiesa, solo due anni dopo la spedizione dei Mille. Perché all’epoca combattere per la libertà di un popolo e per l’unità del Paese era una questione di vita o di morte.
Così quando penso all’isola delle mie origini, cui sono legata da un sentimento ancestrale, mi viene da dire “O l’Elba o morte”, tanta è la mia dipendenza fisica e la mia affezione morale che mi rende quel luogo inalienabile. La mia stessa identità appartiene all’isola, non saprei immaginarmi senza di lei, al punto che non vivendoci vi ho lasciato la parte più profonda di me, l’anima. Cosicché le appartengo come può appartenere un corpo a un’anima. E questo non vuol dire viverci, vuol dire amarla aldilà del proprio vissuto.
3Ma anche l’isola ha un’anima, assolutamente irriducibile. E quell’anima non è rappresentata solo dalla sua intrinseca bellezza. Perché l’Elba non è solo natura. Non è solo gli splendidi paesaggi. Non è solo la mirabile sinfonia tra mare, cielo, spiagge, monti, boschi, paesi. Non è solo l’arte di certi affreschi o l’archeologia di certi ruderi. L’Elba è anche una dimensione esistenziale, fatta di pensiero, sensibilità, passione, umanità e soprattutto cultura. Non solo perché vi hanno vissuto e operato tanti artisti e tanti autori, ma perché vanta tradizioni di festival musicali, eventi teatrali, rassegne cinematografiche, incontri culturali, premi letterari da far invidia a tante metropoli che non soffrono l’isolamento del mare.
Tutti fenomeni che nutrono il tessuto umano e sociale dell’isola e ne alimentano anche il turismo e l’economia. Per questo la cultura dovrebbe essere tanto preziosa all’Elba quanto lo è la sua natura, proprio nell’ottica di caratterizzarne l’identità attraverso l’interazione tra i diversi comuni e non il loro antagonismo competitivo. Una cultura che possa valorizzare l’intero territorio e non sprofondare in ottusi particolarismi o in sterili polemiche. E naturalmente una cultura non fatta solo di eventi ma anche di formazione, condivisione, scambio, apertura.
5Credo nel mio piccolo di aver apportato un contributo allo sviluppo culturale dell’isola conducendo l’anno scorso dei corsi di scrittura creativa a Portoferraio rivolti sia agli isolani che ai villeggianti, così come quest’anno terrò altri incontri sempre sulla scrittura presso le scuole di Marciana Marina in modo da coinvolgere direttamente la popolazione studentesca. Ed è un vero piacere per me portare la mia esperienza qualificata in contesti diversi da quello metropolitano, proprio perché ho potuto constatare che esiste un grande interesse da parte della popolazione isolana nel mettersi in gioco e confrontarsi con altre realtà.
Per questo a mia volta sogno un’Elba in cui rifugiarmi non solo per perdermi nel suo mare, per trovare ristoro al corpo e per ricongiungermi con l’anima. Sogno anche un’isola in cui non veda l’ora di arrivare per partecipare a iniziative, assistere a spettacoli, collaborare a progetti. Sogno un’isola per la quale varrebbe la pena di morire non solo per rivedere il suo mare, che comunque già mi appartiene, ma per conoscere cose che altrove non potrei trovare. Questo è il mio sogno “risorgimentale”, dove un’isola possa prendermi non solo il cuore ma anche la mente.




Sei passeggiate nei romanzi di Umberto Eco

Il nome della rosa, Il pendolo di Foucault, L’isola del giorno prima, Baudolino, Il cimitero di Praga. Viaggio labirintico attraverso i romanzi di Umberto Eco, eccetto La misteriosa fiamma della Regina Luana e Numero zero che non mi hanno ispirato particolari riflessioni. Il silenzio, il complotto, il falso, l’inganno, il mistero. Tutte i grimaldelli per schiudere gli universi narrativi di Eco, con un’intervista finale sul romanzo storico.

 

1) IL NOME DELLA ROSA

da Silenzio della fede e silenzio della conoscenza: “Il nome della rosa” e “Il pendolo di Foucault” «Philosophema», n. 11-12, 1991.

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Il nome della rosaIl silenzio, dunque, come più alta forma di conoscenza e come ultimo riscatto. Ma il silenzio anche come inevitabile alternativa all’inesistenza di un sapere sensato.
Non sappiamo quanto Eco abbia voluto dare senso al “suo” silenzio, di quanta importanza abbia voluto investirlo; possiamo solo immaginare una molteplicità di sensi che il silenzio, con la sua eloquenza, esprime: tanto più se si tratta del silenzio della conoscenza, del sapere umano, della possibilità stessa di capire e di spiegare l’ordine del mondo.
Un silenzio quindi potente, più potente dello stesso commento il quale definendosi si limita, un silenzio immenso che sottintende tutto e non dichiara nulla.
Per Eco, tuttavia, il vero silenzio che tace per non dire è quello della Fede, il silenzio che nasconde la realtà per alimentare la paura è quello del timor di Dio: si deve distruggere tutto ciò che crea distacco come il riso, poiché esso uccide la paura e senza la paura non c’è Fede.
Questo è ciò che aveva capito Jorge da Burgos, il vegliardo cieco de Il nome della rosa, che attraverso il suo eccessivo amor di Dio aveva incarnato l’Anticristo e nel difendere la sua verità contro l’altrui menzogna aveva fatto morire tutti i suoi fratelli e lui stesso insieme ad essi.
Anche qui, come ne Il pendolo di Foucault, esiste un sapere profondo e misterioso che si cela nella labirintica biblioteca di una sperduta abbazia dell’alta Italia, un sapere non da scoprire ma da nascondere, per il cui possesso muoiono sette uomini in sette giorni secondo una catena di delitti scandita dal suono delle sette trombe dell’Apocalisse.
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Abbazia dell'Alta ItaliaÈ dunque nel secondo libro della Poetica di Aristotele che si annida l’eresia paventata ed esorcizzata da Jorge; è proprio nel punto in cui si elogia il riso come forma d’arte e di sapienza che si autorizza a deridere la paura della morte e a dissacrare ogni valore della Fede.
Il riso capovolge l’alto con il basso, esalta lo stolto e dileggia il saggio, trova la sua massima espressione nella Festa dei Folli in cui viene rappresentato un mondo alla rovescia, scardinato nei suoi valori cristiani e ricostruito su valori profani, sacrileghi e demistificanti.
Se poi è la massima autorità filosofica che nobilita questa forma oscena e insana di espressione e la innalza a valore di purificazione, allora deve essere distrutta ogni traccia che possa documentare tale eresia legittimando il distacco di Dio, l’infedeltà e la miscredenza.
Per questo Jorge, nel suo misticismo esaltato e perverso decide di sottrarre il prezioso manoscritto a tutte le possibili traduzioni e interpretazioni che i monaci dell’abbazia attraverso la loro ponderata sapienza potevano operare e tramandare; per questo egli avvelena le pagine del libro in modo che chiunque cerchi di sapere la verità racchiusa nel testo trovi la sua morte secondo il disegno della volontà di Dio.
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E paradossalmente ridendo Jorge muore. Ma non gli basta fare di se stesso la tomba del sapere di Aristotele ma fa anche della biblioteca la tomba di tutta la scienza ivi racchiusa, scatenando un incendio a catena che devasta tutte le sale e gli scaffali dell’immenso edificio, trasformandolo in un inferno apocalittico in cui tutta la preziosa cultura, conservata e tramandata per secoli dai monaci dotti, si estingue definitivamente senza lasciare più traccia.
A causa dell’eccessivo timor di Dio e dell’insana fede nella Verità, l’inestimabile patrimonio bibliografico viene quindi ridotto in cenere e tutta l’abazia, compresi la chiesa, il chiostro, l’ospedale e i dormitori, vengono distrutti e convertiti in un cumulo di salme e di rovine.
Così finisce il mistero dei molteplici delitti consumatisi all’interno della cinta abaziale, sullo sfondo della disputa ideologico-religiosa tra domenicani e francescani; così si conclude la storia di una verità sempre bramata e mai posseduta, per il rispetto della quale sono state distrutte centinaia di opere somme e ridotti per sempre al silenzio i loro autori.
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2) IL PENDOLO DI FOUCAULT

da Silenzio della fede e silenzio della conoscenza: “Il nome della rosa” e “Il pendolo di Foucault” «Philosophema», n. 11-12, 1991.

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Il pendolo di FoucaultSullo sfondo di un intersecarsi di scienze occulte, società segrete e complotti cosmici, tre redattori editoriali di Milano, attraverso la frequentazione di autori piuttosto sospetti e la pubblicazione di opere alquanto insolite, si imbattono involontariamente in un testo che sembra indicare una Mappa da seguire per la rivelazione di un mistero profondo, di un segreto nascosto, che racchiude la verità ultima del mondo.
La ricostruzione del Piano da attuare per il raggiungimento di tale conoscenza avviene attraverso l’interpretazione stessa della Storia, scandita da appuntamenti presso alcuni luoghi deputati in diversi paesi europei, che i vari ordini religioso-militari di natura mistica ed esoterica hanno rispettato nei secoli per scambiarsi i loro frammenti di testimonianze, finalizzati a un disegno universale di riforma del mondo.
Si cerca dunque una verità, la Verità, il senso ultimo dell’esistenza. Si vuole rincorrere un mistero che per secoli ha ammantato il sapere umano. Si tenta di violare un segreto che nasconde in sé l’essenza stessa della conoscenza. Si aspira insomma con tutte le forze diaboliche, sotterranee, magiche e occulte ad appropriarsi di una scienza che significa potere, elargisce dominio e investe di controllo tutti coloro che, possedendola, la esercitano.
È un Piano immenso, potente e fascinoso di appropriazione e dominazione che impaurisce e seduce allo stesso tempo, dal quale non è facile fuggire o salvarsi, soprattutto quando per curiosità indiscreta o per ingenua sprovvedutezza ci si è precipitati dentro, dando forse troppa fede alla sua veridicità.
Ed è ciò che succede ai tre protagonisti, tutti sedotti dal fascino del mistero e dalla passione per l’enigma, e tutti destinati a trovare in diversi modi la loro fine per aver inventato un Piano che non esisteva e per aver fatto credere ad altri che ci fosse una Mappa da conoscere per possedere il mondo. E invece era tutto un non senso. Un’invenzione ridicola. Una follia che portava alla morte. Una verità inesistente. Il non-essere totale.
(…)
Il pendolo nel PantheonL’unica cosa da capire in tutta la Storia è che non c’era nulla da capire. L’unica certezza da raggiungere era che il Piano era inventato e la Mappa non esisteva. L’unico modo di salvarsi dalla morte era quello di stare al gioco dei diabolici e far finta di sapere quello che Essi volevano sapere. La Verità. Ma non c’era nessuna verità. Se non quella che essa non era mai esistita.
Ormai è troppo tardi però. Nessuno può credere che il messaggio di Provins, contenente il senso di tutto il Piano, abbia lo stesso valore di una lista della lavandaia. Nessuno può convincersi che non esista un sapere da possedere, una scienza da trasmettere e un mistero da perpetuare. La Storia deve pure avere un senso e la conoscenza una sua finalità.
Eppure sembra che tutto ciò non si realizzi in nessuna formula del sapere umano e in nessun ordine della realtà esistente, ma finisca invece nel vuoto, nel nulla, nel non senso, dove il commento non ha più ragion d’essere e lascia spazio al silenzio. E nel silenzio finisce la vera conoscenza. Quando ormai si sa già tutto e non ha più senso spiegare, confessare, trasmettere.
(…)
Ed è questo l’unico modo per essere davvero potenti, quello di non esprimersi per far credere che esista sempre qualcosa da cercare di incognito e di arcano, che tenga impegnati ancora per altri secoli frotte di diabolici attorno a messaggi indecifrabili, a segreti insondabili, a misteri impenetrabili.
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3) L’ISOLA DEL GIORNO PRIMA

da “L’isola del giorno prima”: la ricerca dell’impossibile Lettera aperta a Umberto Eco, «Philosophema», n. 15-16, 1994.

Caro Professore,

L'isola del giorno primase è vero che nel Seicento si scriveva in modo aggraziato ma senza rilevanti contenuti, poiché si trattava di gente senz’anima – con tutto quello che si dava da fare per comprendere l’incognito significato dell’intero Universo – è pur vero che in questo secolo si trova chi scrive con grande ingegno, giocando con tanti registri narrativi, per arrivare infine a decretare l’impossibilità stessa della “fine” di un romanzo, o per essere più precisi di un metaromanzo.
È indubbio che ogni Suo romanzo si sviluppi essenzialmente seguendo un raffinato processo di interpretazione. Alla base di ogni testo, per quanto narrativo, esiste sempre un’attenta ricerca di decodificazione attraverso la quale prende forma la storia romanzata.
Ma se ne Il nome della rosa era Baskerville a interpretare i simboli dell’Apocalisse, se ne Il pendolo di Foucault era Casaubon a interpretare i messaggi di Abulafia, ne L’isola del giorno prima è l’Autore stesso che interpreta le lettere d’amore prima e i capitoli del romanzo poi, del suo protagonista.
L’Autore dunque si fa artefice della storia che narra e allo stesso tempo diventa il Lettore di quelle stesse carte da cui attinge la materia del suo romanzo. É una sorta di Io epico che “interviene” nella storia come autore, come spettatore e spesso anche come critico.
Ma ciò che risulta particolarmente ingegnoso e allo stesso tempo ingannevole in tale processo è il fatto che questo itinerario esegetico non porta mai, come ci si potrebbe aspettare, a una scoperta risolutiva – dell’enigma, del sapere, della natura – ma al contrario conduce sempre verso l’impossibilità di conoscere o più sottilmente verso quella di essere.
Per questo ritengo che il tratto più fascinoso e – mi permetta – anche il più perverso di ogni Suo romanzo è quello di condurre abilmente il lettore lungo le trame di una storia la cui fine riposa sempre su un Inganno.
(…)
Le isole Fiji sull'AntimeridianoQuesta volta, però, l’inganno contenuto nell’assenza di una fine del romanzo (o meglio del romanzo che narra di un uomo che scrive un romanzo) credo si spieghi nel fatto che si sia voluto infrangere una convenzione.
Come giustamente Lei osserva, nel romanzo “si fa finta di raccontar cose vere, ma non si deve dire sul serio che si fa finta”. Roberto (o Eco per lui?), decidendo di dare senso alla sua vita entrando nel suo romanzo, vìola la convenzione narrativa dell’affabulazione. Con l’innestare la realtà nella fantasia egli scardina il processo di finzione e appropriandosene l’annulla. Sfuma dunque ogni forma di metanarrazione – il protagonista del romanzo dell’Autore sparisce nelle pieghe del suo stesso romanzo – e, come è prevedibile, non resta alcuna traccia della sua fine.
Così il romanzo finisce col non dire, o meglio col dichiarare che non è possibile concludere laddove non c’è altro da commentare, e questo – mi perdoni ma ognuno ha i suoi pallini – non è altro che l’espressione estrema del Silenzio.
Dopo il silenzio di Jorge che tace per non tradire la Parola di Dio, dopo il silenzio di Casaubon che tace per non avvilire la Dignità dell’Uomo, dopo ancora il silenzio di Roberto che tace (suo malgrado) perché non riesce ad assegnare nomi appropriati alle cose che vede, ecco infine il silenzio dell’Autore che tace perché ha concluso la sua riflessione esegetica intorno alle carte del naufrago e, dal momento in cui Roberto svanisce inghiottito dalla sua stessa fantasia, ritiene che non ci sia più altro da aggiungere.
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E così come lettrice mi compiaccio (paradossalmente!) proprio di questo finale. Anche a me, come all’Autore, piace salutare Roberto per l’ultima volta pensandolo affidato al destino delle acque, che nuota coraggioso contro un’infausta corrente – lui che non tollerava nemmeno di bagnarsi – che osserva la Colomba Color Arancio involarsi verso il Sole – lui che non sopportava le più pallide luci del giorno – conservando nel cuore la passione per la donna amata e nella mente il pensiero del Punto Fisso, con l’ostinato intento di conquistarli entrambi.
Anche se – ma questo lo sappiamo solo io e Lei che viviamo in questo secolo – egli non riuscirà mai a raggiungere, per quanto si inganni, né l’una, né l’altro.

 

4) BAUDOLINO

da L’immaginario di “Baudolino” , «La Scrittura», n. 14-15, 2002.

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BaudolinoTutta la narrativa di Eco riposa – e non poteva essere altrimenti – sul meccanismo dell’interpretazione. Interpreta Baskerville i segni delle sette trombe dell’Apocalisse per comprendere la sequenza degli omicidi; interpreta Casaubon i file del computer Abulafia per individuare i disegni del Piano; interpreta persino l’Autore gli scritti del naufrago per ricostruire la mentalità (e la visionarietà) del Seicento; interpreta, quindi, lo stesso Niceta Coniate i racconti (presunti falsi) di Baudolino, arrivando a svelarne, paradossalmente, l’intrinseca verità. É lo storico Niceta infatti, con l’aiuto del veggente Pafnuzio, che mostra a Baudolino come realmente è morto il padre Federico, a dispetto di tutte le congetture fatte intorno alle mirabolanti invenzioni del castello di Ardzrouni. Ed è proprio quello storico, che per mestiere deve dire la verità, a illuminare un bugiardo che, pur cosciente delle proprie menzogne, non si era mai accorto di vivere nell’inganno.
D’altra parte è intorno al contrappunto tra la narrazione fantastica di Baudolino e le integrazioni storiche di Niceta che si snoda tutto il romanzo, laddove le imprese favolose del protagonista si intersecano con le vicende dell’impero di Federico II, e l’incredibile missione in Oriente dei Re Magi si conclude con il colossale incendio di Costantinopoli. Ma al di là del continuo rimando tra cronaca e leggenda, in cui spesso si stenta a credere alla realtà e ci si lascia persuadere dalla fantasia, il tratto che più contraddistingue questo romanzo dai precedenti consiste nell’ingegnosa alternanza tra un registro popolare-farsesco che caratterizza le grottesche vicende della città di Alessandria (la fondazione, l’assedio, la liberazione, il cambio del nome), la “ruspante” famiglia d’origine del protagonista (mirabilmente divisa tra miseria e saggezza), lo sfortunato matrimonio di Baudolino e Colandrina (con lo struggente episodio del figlio nato morto: «bugia della natura») e, di contro, un registro filosofico-sapienziale che modula le intricate dispute dei compagni di Baudolino (prima fra tutte l’irresistibile disquisizione sull’esistenza o meno del vuoto tra il Boidi e Borone), le spiegazioni dei prodigiosi marchingegni nel castello di Ardzrouni (dove si compie il misterioso delitto di Federico), ma soprattutto il confronto tra le innumerevoli eresie delle diverse “razze” di Pndapetzim (compresa, naturalmente, l’affascinante digressione sulla natura di Dio e sul ruolo delle ipazie).
Scena medievaleUn perfetto intreccio tra stile alto e stile basso, tra sottile ironia intellettuale ed esilarante paradosso popolare, in cui si verifica quello che lo stesso Eco ha spiegato di recente (Sulla letteratura, Bompiani, 2002), laddove afferma che una delle eccezioni di Baudolino consiste nel contraddire il principio – costantemente osservato negli altri romanzi – che è la costruzione del mondo a determinare il linguaggio, dal momento che in questo caso è invece lo stile a generare personaggi, ambienti e situazioni. L’altra importante eccezione, di cui parla Eco nello stesso testo, è la sostanziale mancanza di un’idea seminale, a fronte di un insieme di idee che hanno dato vita ai momenti più salienti del romanzo. Vero, il delitto nella camera chiusa, la resa dei conti tra i cadaveri mummificati, la sapiente costruzione dei falsi sono tutti motivi legati a scene ben precise che non danno ragione della struttura complessiva dell’opera. Tuttavia, se Baudolino costituisce un’eccezione (stilistica e strutturale) rispetto ai romanzi che lo hanno preceduto, ne rappresenta al contempo la sintesi dei principali motivi, riproponendo ogni tema essenziale di quei romanzi all’interno di un contesto diverso.
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Vi è, infine, un altro motivo che, per la verità, è sempre presente nei romanzi di Eco, ma solo in quest’ultimo lo si percepisce con una forza così intensa e distinta: quello dell’Eros. Tutti i protagonisti di Eco sono attraversati da brividi di grande passione, che sia quella peccaminosa della carne, quella vulnerabile del legame amoroso o quella edulcorata per una donna ideale. (…) Baudolino, dal canto suo, non vive solo un paradigma dell’amore, ma ne vive tre: quello puramente “lirico” e platonico per l’imperatrice, moglie di Federico II e donna irraggiungibile; quello assai più umile e caduco per Colandrina, che muore di parto dando alla luce un «mostriciattolo»; quello infine quasi surreale, ma al contempo stupefacente e drammatico, per quella creatura incredibile che è Ipazia.
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5) IL CIMITERO DI PRAGA

da “Il cimitero di Praga” o del complotto perfetto, «Le reti di Dedalus», marzo 2011.

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Il cimitero di PragaGrande interprete della cospirazione, oserei dire complottologo, Umberto Eco aveva già affrontato il tema della paranoia cospiratoria ne Il pendolo di Foucault, quando aveva raccontato la storia di tre redattori editoriali di Milano che, imbattendosi in un testo relativo a una Mappa indicante un percorso da seguire per la rivelazione di una verità ultima, quasi per gioco inventano un Piano che possa condurre a tale conoscenza attraverso l’interpretazione stessa dei movimenti compiuti dai Templari e dai Rosa-Croce nel corso dei secoli per conquistare il mondo. La costruzione immaginifica di un sapere ermetico, scandito dalle dieci Sefirot della Cabala ebraica, porta tuttavia i tre protagonisti a diventare vittime delle loro stesse trame, svelando la fatale infondatezza dl loro Piano e al contempo la sua irresistibile credibilità.
Ma i complotti cosmici attribuiti agli ordini religioso-militari che prendono forma nel Medioevo per propagarsi nell’arco di centenni appartengono, per così dire, all’archeologia della cospirazione. Gli intrecci sempre più avvincenti tra ordini mistici, società occulte e servizi segreti si sviluppano soprattutto nel corso del XIX secolo quando si immagina un fiorire di complotti ovunque: di ebrei contro gesuiti, di gesuiti contro massoni, di massoni contro monarchici, di monarchici contro mazziniani, in una spirale di rimandi religiosi e politici in cui la realtà storica finisce con lo sfumare sempre più per lasciar spazio a ingegnosi interventi di falsificazione e manipolazione.
Così il prodotto finale dei vari innesti di un complotto in un altro, con insospettabili contaminazioni letterarie, in cui la stessa sostanza del complotto cambia matrice ad ogni intervento e da ebraica si fa gesuitica, per poi diventare monarchica e trasformarsi di nuovo in giudaica, diventa per così dire il complotto dei complotti, se non addirittura il complotto perfetto, sintesi di invenzioni, riletture, spostamenti, attribuzioni, con una precisa destinazione finale.
(…)
Lapidi del cimitero ebraicoNon meno dei precedenti romanzi anche quest’ultimo è un saggio di virtuosismo stilistico e sapienza affabulatoria. Per esigenze di continuità narrativa Eco crea un protagonista che assume su di sé l’azione di tanti personaggi, una sorta di falsario modello, unica mente, seppur influenzata dai diversi poteri con cui si confronta, che altera, manipola, traspone i vari testi per giungere alla redazione definitiva del complotto esemplare, tanto più potente quanto più falso. Ma per rendere più articolata la sua personalità l’Autore la sdoppia, attraverso l’ingegnosa trovata di un trauma da messa nera, di modo che un falsario e un abate si trovino sotto lo stesso tetto a condividere le pagine delle stesso diario e a ricostruire oscure vicende nello spiarsi e interrogarsi a vicenda. Ma il doppio piano di narrazione tra due voci (o meglio scritture) che cercano di “interpretarsi” reciprocamente diventa triplo quando a commento e integrazione dei molteplici eventi interviene la voce del Narratore che porta avanti le fila della storia con la visione onnisciente della terza persona.
A dispetto di quanto possa sembrare, il romanzo, pur mettendo in gioco una miriade di personaggi, complessi rimandi narrativi e mutevoli visioni prospettiche, è chiarissimo. Sia perché la triplice narrazione è resa graficamente attraverso tre diversi caratteri tipografici che ne evidenziano le molteplici “mani”, sia perché secondo la migliore tradizione del feuilleton il testo è arricchito da immagini che ne illustrano alcuni passi salienti, sia perché in appendice al libro figura uno schema dei capitoli che distingue il piano dell’intreccio da quello della storia, in modo da orientare anche quei lettori che magari non si erano intrattenuti lungo le “passeggiate nei boschi narrativi” oppure all’interno delle invenzioni esemplari della “forza del falso”.
Ma questa linearità del corso degli eventi, evocati nelle pagine di un diario scritto nell’arco di poco meno di un mese (a parte gli ultimi due interventi sfalsati di un anno) e sviluppatisi lungo circa settant’anni (dal 1830 al 1898), fa senz’altro di quest’opera un suggestivo romanzo storico, scandito dall’intersecarsi delle vicende umane con gli avvenimenti salienti del XIX secolo, senza tuttavia mostrare ulteriori dimensioni narrative, con cui l’Autore aveva arricchito altri suoi romanzi.
(…)

 

6) IL ROMANZO TRA POSTMODERNO E VERITÀ STORICA

da Intervista a Umberto Eco, «Lettera Internazionale», n. 75, 2003

La differenza strutturale tra saggistica e narrativa, l’interazione tra politica e religione nel romanzo storico, le costanti tematiche dell’inganno, del falso e del complotto nella poetica di Eco, le caratteristiche della letteratura postmoderna tra stile metanarrativo e ironia intertestuale, la legittimità del doppio piano di interpretazione, l’importanza delle fonti storiche nell’invenzione narrativa.

      La torre di BabeleIn diverse occasioni Lei ha avuto modo di sostenere che la differenza tra la saggistica e la narrativa consiste nel fatto che la prima intende dimostrare una “tesi” cercando di risolvere certi problemi, mentre la seconda evidenzia le contraddizioni della vita mantenendo una forte carica di ambiguità. In rapporto alla dimensione dell’interpretazione, che svolge una funzione preponderante sia nei suoi romanzi che nei suoi saggi, come si può conciliare la dimensione della dimostrazione scientifica con quella dell’invenzione letteraria?   

In realtà, non si tratta di conciliarle. Di fatto non è un caso che alcuni filosofi facciano oggetto di indagine le opere letterarie. Possono scrivere su Proust e la memoria, ad esempio, perché si trovano semplicemente di fronte a qualcuno – il narratore, oppure il poeta – che può dire qualcosa di interessante anche per loro, secondo le modalità espresse dal testo. Se un filosofo legge Cartesio è per cercare di capire nel modo più chiaro possibile che cosa pensasse sul meccanicismo. Invece quando, per esempio, Enzo Paci leggeva filosoficamente un poeta come Eliot, lo interpretava da filosofo e vi cercava un pensiero che non appariva immediatamente in superficie e più che delle soluzioni o delle teorie vi cercava delle contraddizioni, dei problemi. Potrei dire, in termini autobiografici, che ci sono certe cose che non mi sento di sostenere o di trattare in modo chiaro e definitivo in un saggio, mentre preferisco mettere in scena narrativamente il problema. Per semplificare ancora, se la saggistica lavora verso la risposta, la narrativa lavora in direzione della domanda e dunque si possono rivelare complementari. 

    In merito ai suoi romanzi Lei si è sempre ispirato a una specifica epoca storica: il Medioevo dei Padri della Chiesa, i percorsi “mistici” dei Templari e dei Rosacroce, il Seicento delle grandi esplorazioni, ancora il Medioevo di Federico II e dei viaggi in Oriente. Centrale è sempre stata la dimensione religiosa (le dispute, le eresie, le reliquie), non meno di quella politica (la bramosia di potere, la conquista di nuovi regni). Non ha mai pensato che si potessero fare alcuni paralleli con la realtà sociale, politica e civile dei nostri giorni? 

Innanzi tutto quello che mi affascina nello scrivere un romanzo è passare, come mi è capitato sinora, minimo sei anni e massimo otto a cercare fonti e a scoprire aspetti di un mondo lontano. Se dovessi scrivere una storia d’amore che ha luogo nel presente, non avrei bisogno di fare alcuna ricerca e troverei la cosa estremamente deludente, per cui in sostanza scrivo romanzi storici perché mi diverte di più. A parte il fatto che Il pendolo di Foucault, anche se ha delle ampie panoramiche di carattere storico, si svolge nel presente, dove a mio parere vengono toccati alcuni problemi importanti del mondo politico attuale, come la sindrome del complotto e così via. 

Fatta questa precisazione, il primo fine che mi pongo quando scrivo un romanzo storico, come è stato nel caso de Il nome della rosa, de L’isola del giorno prima e di Baudolino, è di ignorare completamente il presente per cercare di capire quel mondo. Tuttavia ogni lettura storica, anche quella fatta dallo storico più rigoroso, è sempre una lettura in prospettiva. Come diceva Croce, la storia, nel senso della storiografia, è sempre contemporanea. Comunque noi guardiamo a un tempo lontano non possiamo evitare di vederlo con i nostri occhi di contemporanei. Vale a dire che ci sono certe cose che istintivamente mettiamo a fuoco, mentre ne lasciamo cadere delle altre. In questo senso, mettendomi a raccontare di un mondo lontano, magari senza accorgermene, talora invece accorgendomene persino con una certa malizia, posso mettere a fuoco delle cose che parlano direttamente ai contemporanei. Certe volte mi è accaduto di trovare il lettore che vedeva dei riferimenti al presente che io non avevo in mente, ma proprio attraverso una lettura più sensibile si poteva riscontrare un’analogia con i tempi nostri. (…)

Bestiario secentescoProprio nel suo ultimo saggio Sulla Letteratura Lei argomenta le caratteristiche della narrativa postmoderna che sono state attribuite da alcuni critici ai suoi romanzi, e che Lei stesso teorizza nelle Postille al Nome della rosa. Queste caratteristiche, come la metanarratività, il dialogismo, il double coding e l’ironia intertestuale, hanno costituito per Lei una precisa scelta di poetica, oppure sono maturate nel corso della sua esperienza narrativa?
 

Innanzi tutto vorrei dire che il termine postmoderno me lo hanno buttato addosso gli altri, benché io non abbia potuto protestare in quanto alcuni aspetti della poetica postmoderna sono realmente presenti nel mio lavoro. Tuttavia bisognerebbe fare chiarezza, per quanto possibile, sul concetto di postmoderno, se non altro per dire che c’è un postmoderno in architettura inventato da Charles Jenks, un postmoderno in letteratura teorizzato da John Barth e un postmoderno in filosofia proposto da Jean-Francois Lyotard e da altri che non ha nulla a che fare con i primi due, per una sorta di strano equivoco terminologico che non si può sciogliere in questa sede. Personalmente ho trovato nella tematica del postmoderno un modo interessante per rivisitare la letteratura precedente attraverso procedimenti citazionistico-ironici. Ma se ci pensiamo bene questo lo avevamo teorizzato nella seconda riunione del Gruppo ’63, quando due anni dopo nel ’65, si diceva che ormai il romanzo sperimentale era arrivato a un punto zero. Come in pittura si era arrivati alla tela bianca, in poesia alla pagina vuota, in musica al silenzio, così anche nella narrativa si era raggiunto un point of no return. Mi ricordo che Renato Barilli diceva di recuperare un’avventura “altra”, che non fosse quella tradizionale, ma al contrario fosse densa di nuove sperimentazioni. 

Quindi quando ho iniziato a scrivere romanzi mi sono ispirato piuttosto a quei discorsi che si facevano allora in merito a un recupero della narratività attraverso l’ironia oppure, come si suol dire, la “decostruzione” narrativa, termine che però non amo usare. Da qui il mio gusto per gli incassamenti dei punti di vista, i flashback o le strutture temporali molto complesse e soprattutto per la metanarrativita’, dove il romanzo riflette su se stesso e sulla propria forma. Se tutto questo è tipico del postmoderno allora mi ci ritrovo, come nel caso del doppio codice, secondo cui se in architettura postmoderna si possono fare citazioni del frontone del Partenone o di una cupola di Borromini e poi ci può essere l’utente che coglie questa citazione basata sul gioco e sull’ironia, e quello che non la coglie ma gode ugualmente di una struttura architettonica bizzarra, altrettanto nei miei romanzi, che sono così densi di allusioni intertestuali, ci può essere questo doppio codice. (…)




Prefazione alle memorie di Ivano Cipriani

Prefazione al libro di memorie di Ivano Cipriani, intitolato La gabbietta di Kafka. Memorie di un balilla rispettoso. 1926 – 1943, che attraverso il proprio vissuto affronta il fascismo, la guerra mondiale, fino all’armistizio e alla liberazione di Roma.

MEMORIALE DI UNA FORMAZIONE

Ivano CiprianiCi sono tanti modi di affrontare un’autobiografia. In genere si procede dalle origini per poi soffermarsi sui passaggi più salienti di una vita e giungere infine a un presente in cui si tende a tirare un po’ le somme di un’intera esistenza. Assai più inconsueto è invece concentrare le proprie memorie in un periodo circoscritto e per così dire “originario” del proprio vissuto, ovvero quello che dalla nascita procede, lungo un percorso di formazione, fino alla soglia della giovinezza, per concludersi proprio quando comunemente si inizia ad avere qualcosa da dire. Insomma quell’infanzia e quell’adolescenza che spesso sono consegnate all’oblio, quando non piuttosto mitizzate o viceversa condannate, a seconda delle “sensazioni” spesso controverse che di queste si conservano. Ivano Cipriani elegge invece i suoi primi diciassette anni di vita a paradigma di una storia degna di essere narrata nei suoi più infinitesimi particolari, iscritta a sua volta nella Storia più grande che si dipana in un arco temporale tra il 1926 e il 1943, attraversando il regime fascista, la guerra mondiale, fino ad arrivare all’Armistizio e da lì a poco alla liberazione di Roma.
Ma forse la dimensione più interessante di questo affondo in un passato remoto che intreccia sapientemente il piano privato dei ricordi personali con quello politico degli avvenimenti storici, lo scenario intimo delle proprie emozioni con quello sociale del destino di un popolo, è proprio la prospettiva attraverso cui viene narrata la storia di un bambino, e poi di un ragazzo, che cresce protetto da una gabbia di affetto e attenzioni familiari, che lo tutela a sua volta da una gabbia assai più efferata, quella costruita dal ventennio fascista, periodo che il protagonista attraversa quasi “ammantato” da un’insperata incolumità, un po’ come quel bimbo de La vita è bella di Benigni che riesce a superare quasi indenne la tragedia del lager grazie alla costruzione ludica e amorosa che il padre gli costruisce intorno.
In questa particolare atmosfera vengono richiamati alla memoria i protagonisti di quella generosa e amorevole famiglia in cui cresce il protagonista, le loro indoli e personalità, i loro aneliti e destini, così come vengono ricordati gli insegnanti e i compagni di scuola, i luoghi d’infanzia nelle colline toscane, gli spostamenti e le peregrinazioni, sempre sulla falsariga di una crescita all’insegna del rispetto di un regime fatto proprio attraverso una latente inconsapevolezza, che verrà violata quasi di colpo proprio dal crollo di quella gabbia storica, grazie a eventi cruciali come la liberazione e la fine della guerra, che spingeranno il ragazzo ormai cresciuto ad appropriarsi di una coscienza critica, assai più profonda e radicata di quanto non sarebbe avvenuto attraverso un processo più graduale.
Uno dei maggiori pregi di questa narrazione riposa inoltre nella lucidità e nell’esattezza con cui è costruita. Proprietà, come si sa, molto care a Italo Calvino, che qui vengono messe a punto non solo attraverso la capacità quasi chirurgica di andare a cogliere tanti particolari personali facendoli rivivere in pagine quanto mai intense, ma soprattutto attraverso l’abilità squisitamente dialettica di argomentare avvenimenti cruciali grazie a un approccio non tanto storiografico, quanto interpretativo, alla luce di una maturità sedimentata nel tempo, che stimola quanto mai alla riflessione e alla consapevolezza. Senza escludere di contro affondi prospettici, anticipazioni del futuro, in rigoroso corsivo, che aprono scorci fulminei su quello che verrà, lasciando intendere evoluzioni possibili in epoche posteriori, quasi un contrappunto sinfonico a una partitura squisitamente memoriale. Il tutto con un tocco puntuale, preciso, si direbbe cartesianamente chiaro e distinto, con una penna che come un bisturi seziona dettagli e particolari senza sbavature, attraverso uno stile adamantino, che non concede zone d’ombra né risvolti sospesi, piuttosto si mette a servizio di una lettura immediata, che va dritta al cuore delle cose, con la stessa urgenza di quel ragazzo che intuisce dentro di sé tutto il peso di una Storia, di cui riuscirà pienamente ad appropriarsi solo nel momento in cui romperà il suo guscio.
E proprio quel ragazzo che iniziò il suo processo di maturazione sullo sfondo delle rovine della guerra e nello slancio della liberazione dalla dittatura, ora è diventato un acutissimo (quasi) novantenne della cui saggezza, maturità e intelligenza ho la fortuna di beneficiare in qualità non solo di nipote (figlia del fratello della moglie), ma soprattutto di interlocutore privilegiato di tanti carteggi appassionati su quelli che ora costituiscono gli snodi cruciali della Storia; altre dittature, altre guerre, altri estremismi forse anche più efferati di quelli del periodo nazi-fascista, che dilacerano in particolare il mondo islamico, e che sono diventati fulcro di tanti nostri confronti, e nondimeno fonte di nutrimento e ispirazione per le mie stesse scritture. A questo anziano signore va dunque tutta la mia gratitudine, la cui matrice di uomo acuto e sensibile, colto e analitico si avverte appieno nella sapienza di queste sue memorie e si intuisce già in nuce in quel ragazzetto timorato e ossequioso, diligente e curioso che attendeva di spiccare il gran volo dalla sua gabbietta.




In ricordo di Mario Colafranceschi

Ricordo personale di Mario Colafranceschi, caro amico e collega di Università, in occasione della pubblicazione di una raccolta di alcuni suoi scritti di filosofia, intitolata Caos, complessità, collaborazione. Centralità della politica, necessità della filosofia.

QUEL CHE ERA MARIO

Mario ColafranceschiMario era un uomo vorace. Artigliava la vita con voluttà, mirando al cuore delle cose, puntando dritto all’essenza. Era quasi infastidito dagli aspetti superflui, dai vani dettagli, gli erano solo d’impaccio e se ne liberava subito, senza pensarci. Era affilato, tagliente, non si preoccupava di poterti ferire, gli interessava solo di centrare il problema, buttartelo addosso, costringerti a una soluzione, qualsiasi prezzo avesse avuto. Non conoscevo nessuno tanto sfacciato da rimproverarti che le tue disgrazie pesassero ancora come macigni, che stentavi a risollevarti e che era ormai tempo di guardare altrove. All’inizio non lo capivo, o meglio facevo fatica ad accettare che qualcuno mi trattasse così, lo trovavo arrogante, presuntuoso, nessuno glielo chiedeva; poi però col tempo cominciai a intuire che dietro quell’apparente ruvidezza c’era un grande desiderio di generosità.
Mario ha sempre avuto un temperamento dialettico, amava la sfida, il confronto, il duello leale, ma senza risparmio di colpi. Era il suo modo di offrirsi, persino di venirti in soccorso, e a dispetto delle apparenze, quando sembrava di averti messo sotto scacco, ti aveva invece reso un servizio. Si donava così, Mario, detestava commiserare, ignorava la compassione, adorava al contrario provocare, toccando anche tasti dolenti, ma solo per farti uscire dalla tana e costringerti a una scelta. La sua era una sorta di maieutica agonistica, dove le parole avevano il peso delle pietre e la posta in gioco non erano opinioni ma scelte di vita. Ebbi bisogno di tempo per capirlo, ma quando ci arrivai non seppi più resistergli, ero io che lo cercavo, gli offrivo spunti per affondi, lo spingevo su terreni accidentati, mi divertivo a rovesciare il gioco, diventando così una sua interlocutrice prediletta.
Sapendo che non potevo correre Mario mi aveva concesso l’esonero dai campi da tennis. Passavano tutti di lì i suoi più cari amici, non gli bastava parlarci, voleva sfidarli su un vero campo da gioco, anche quello era uno scambio, un modo di stabilire tensione e complicità, antagonismo e affiatamento. Torto collo aveva accettato che con me questo non se lo poteva permettere, ma me lo aveva fatto pagare, a suo modo, spostando la partita su un tavolo da ristorante. Negli ultimi anni aveva preso la consuetudine di invitarmi a cena. Era l’unico modo per avermi dal vivo, per trovarsi faccia a faccia, senza contentarsi delle sole voci al telefono che pure erano sempre molto eloquenti. Preferiva guardarmi dritto negli occhi, studiare le mie reazioni, arrivare subito al punto, stringere all’osso i discorsi. Il resto non aveva alcun senso, non ci badava nemmeno, consultava il menù con svogliatezza e ordinava sempre la solita pizza. Poi la lasciava freddare nel piatto, quasi se ne fosse dimenticato, infine la divorava in pochi minuti, tanto per togliersela di mezzo. Mangiare insieme era un fastidioso accidente, non gliene importava nulla della tavola, si dimenticava di ordinare il vino e non mi chiedeva se volevo il dessert. Eppure era un ottimo cuoco, un grande amante della cucina, a casa sua faceva ottime cene e non si risparmiava mai coi suoi ospiti. Ma in quelle occasioni il cibo era solo un pretesto, contava soltanto quello di cui parlavamo, che alla fine erano sempre questioni filosofiche che ci spingevano su territori anche molto complessi, oppure commenti sulle storie che stavo scrivendo e che a Mario divertivano tanto.
Chi scrive sa che è sempre molto difficile parlare di ciò che si sta elaborando, a volte può essere utile far leggere qualche pagina, ma in genere è un viaggio oscuro e solitario che semmai solo alla fine può trovare uno sbocco. Mario invece voleva sapere tutto, era curioso come un bambino, mi interrogava su vicende, sviluppi, finali, dava consigli, suggeriva idee. Gli aspetti creativi lo stimolavano, diventava un vulcano, si appassionava a intrecci, tensioni, rovesci, parlava dei miei personaggi come fossero persone reali, era un giudice attento e un arguto consigliere. Apprezzava molto che inventassi storie e non si dispensava dall’elogiarmi. Quando mi invitava a cena e mi dichiaravo onorata, lui mi rispondeva che l’onore era tutto suo ad andare a cena con una scrittrice. Io lo invitavo a farla finita, mi imbarazzavano i suoi complimenti, ma lui insisteva, dicendo che quando sarei stata famosa avrebbe potuto dire di avermi conosciuto che ero solo una ragazzina. Non lo sopportavo, eppure capivo che lo diceva con sincero trasporto; come non aveva misura nel fare le critiche, altrettanto non l’aveva nel tessere elogi.
Non finiva mai col sorprendermi, Mario, a volte lo chiamavo per raccontargli alcune cose, immaginando già le sue reazioni, invece mi spiazzava sempre, con il bisturi della sua intelligenza coglieva tratti insospettati, ribaltava punti di vista, proponeva soluzioni inattese. Anche quando me ne uscivo con frasi apodittiche come: “mi annoia tutto, fuorché scrivere e studiare”, lui rispondeva fulmineo: “perché, che altro c’è?”, ribaltando in un soffio la prospettiva del mio estremismo. Era difficile portarlo sul proprio terreno, piuttosto era lui che ti conduceva sul suo. Aveva vissuto diversi anni a Brescia, trasferitosi per lavoro, ed era riuscito ad amare persino quella brumosa città, ad apprezzarne lo spirito refrattario, l’atmosfera asfittica, trovando spunti di interesse anche negli aspetti più remoti. Quando vi andai la prima volta per presentare un mio libro, Mario mi impartì una serie di precetti per visitare al meglio la città. Tornai dopo una visita sommaria che mi aveva lasciato indifferente e lui mi disse che non avevo capito niente, non ero stata capace di cogliere la vera anima della città, i suoi tesori nascosti, i suoi profondi segreti, e che dovevo assolutamente tornarvi. Vi tornai, stavolta per intervistare Emanuele Severino, e non osai andarmene prima di aver visitato a fondo il museo di Santa Giulia, la pinacoteca Tosio Martinengo, il duomo vecchio e il duomo nuovo, gli scorci più curiosi, gli angoli meno consueti. Al rientro gli riferii ogni cosa con la trepidazione di una scolaretta sottoposta al suo ultimo esame e lui bofonchiò che sì, va bene, ma potevo ancora capirla meglio. Tacqui per timore di una terza missione.
Mario era innamorato dell’intelligenza delle persone. Lì trovava il suo terreno da gioco preferito, gli piaceva analizzare, stimolare, interagire, il resto contava ben poco, detestava frivolezze e smancerie, tendeva a stabilire rapporti virili con tutti, rifuggiva come la peste affettazioni femminee e svenevoli approcci. Forse il complimento più imbarazzante che mi abbia mai fatto fu quando mi disse che avevo un’intelligenza maschile. “Sei essenziale e impudente, non ti perdi in inutili psicologismi, ti sottrai a ogni stupido intimismo, ricerchi nella pura astrazione forme di creatività, affili la tua ironia con buona dose di cinismo, insomma ragioni proprio come un uomo”. Credo di incarnare profondamente la mia femminilità e di non potermi immaginare altrimenti che come donna, ma non mi sono mai sentita tanto commossa come in quel momento. Nella sua ricerca del paradosso come intima verità Mario centrava sempre nel segno.
Ma quello che amo di più ricordare di lui non è tanto la persona ruvida, severa, rigorosa, quanto quella ilare, leggera, evasiva in cui si raccoglieva la sua natura più autentica. A dispetto della sua scientifica serietà Mario aveva una passione sfrenata per l’astrologia. Lo intrigavano i segni zodiacali, sapeva tutto di case e pianeti, influenze e ascendenti, per ognuno dispensava i propri consigli e le indicazioni di compatibilità con gli altri segni. Mi aveva assicurato che il leone poteva andare d’accordo con tutti, fuorché il gemelli, che invece gli avrebbe creato seri problemi. Quando lo misi in croce perché avevo conosciuto un gemelli che mi aveva fatto impazzire, lui accomodante mi disse, che, certo, non c’era letteratura, ma si potevano sempre contemplare eccezioni. Aveva una risposta pronta su tutto, Mario, teneva ferme le sue convinzioni, ma poi trovava il modo di essere conciliante, comunque mai ostile. A un certo punto si era fissato che dovessi accompagnarmi con uomini più giovani. A me non interessavano, ma lui insisteva, dicendo che erano molto più stimolanti delle persone mature. Era appassionato dei giovani, li frequentava molto, ne ammirava entusiasmi e potenzialità, e alla fine si comportava come loro, dimenticava i suoi anni, al ritorno dalle cene mi teneva le ore in macchina, come si fa quando si è adolescenti, continuando a parlare entusiasta, mentre io lo ascoltavo intirizzita sentendomi sempre più vecchia.
In Mario c’era un’affascinante commistione tra approccio razionale e istinto passionale, rigore dell’analisi e slancio delle emozioni, non si curava che potessero creare incongruità, viveva a fondo entrambe le cose, seguendo sempre una propria linea a dispetto di tutte le convenienze. Era capace di assillarmi allo stremo perché richiedessi tutta l’assistenza necessaria per il mio stato di invalidità, ossessionandomi anche con richieste impensate che la legge non contemplava. Poi quando capitava che camminando per strada con il mio passo incerto trovassi un inciampo che mi facesse cadere, lui non perdeva il filo del discorso, mi aiutava distratto a rialzarmi da terra e riprendeva imperterrito, assai infastidito che l’avessi interrotto. A me faceva impazzire questo suo modo di essere così incostante e mutevole. A volte me lo sentivo troppo addosso, altre volte non riuscivo a stargli al passo, invadeva e insieme volava, dovevi stare attento a tenerlo a freno e poi scapicollarti a corrergli appresso. Non c’erano misure, e questa forse era la sua maggiore risorsa. Aveva la statura di un vero personaggio, Mario, con tutte le sue euforie e contraddizioni, le sue intemperanze e zone d’ombra. Chissà se un giorno riuscirò a farlo vivere in qualche mia storia.




Gli Orti delle Arti – Percorsi d’Autore


Quattro incontri sulle sperimentazioni artistiche dei linguaggi contemporanei tenutesi a novembre e dicembre 2015 presso gli Orti di Trastevere, per approfondire dei percorsi individuali nell’ambito della musica, del disegno, del teatro e della narrativa, nell’intento di creare possibili dialoghi tra le diverse forme espressive.

Locandina Orti delle Arti

Daniela Tordi, illustratrice – Dentro e fuori l’albo illustrato. Viaggio tra creatività e comunicazione – Mercoledì 18 novembre

Alessandro Murzi, compositore – I treni inerti. Indagine palindroma sul pensiero musicale – Martedì 24 novembre

Vittorio Pavoncello, drammaturgo – Una donna virtuale. Nuovi personaggi per le scene del futuro – Mercoledì 2 dicembre

Alessandra Fagioli, scrittrice – I bambini di Dio. Abissi e visioni del racconto civile nell’era del terrore – Giovedì 10 dicembre

In Via Orti di Trastevere 59, ore 18.00

 

DENTRO E FUORI L’ALBO ILLUSTRATO. VIAGGIO TRA CREATIVITA’ E COMUNICAZIONE

Daniela Tordi, illustratrice

L'albo illustratoOgni libro illustrato è un piccolo mondo a se stante, un racconto per immagini e testo chiamato ad evocare suggestioni profonde. Nel migliore dei casi, il risultato soddisfa tanto il pubblico infantile quanto quello adulto, toccando vette d’ironia o di poeticità sorprendenti. A chi vuole conoscerlo, si disvela allora un universo vario e raffinato, un ambito della creatività umana dove bravura e senso del gioco si conciliano e si combinano all’infinito. La sfida, per chi si misura con questo genere, è avere un tratto originale e riconoscibile, una cifra stilistica propria. Non è poco. E’ come acchiappare un gatto per la coda…

 

I TRENI INERTI. INDAGINE PALINDROMA SUL PENSIERO MUSICALE

Alessandro Murzi, compositore

I treni inertiLa ricerca del pensiero musicale nei labirinti della mente tra insidie e sorprese: motivazioni e necessità estetiche del gesto compositivo di ieri e di oggi. Il difficile percorso del compositore classico contemporaneo tra scelte poetiche, gabbie formali e costante confronto con linguaggi passati e presenti. Un’indagine intorno al ruolo di chi compone a fronte dell’indebolimento della sua funzione sociale e del sempre più arduo rapporto con il pubblico. Un viaggio tortuoso che illumina l’infaticabile ricerca di un linguaggio autonomo e originale in cui possano convivere passato, presente e futuro.

 

UNA DONNA VIRTUALE.  NUOVI PERSONAGGI PER LE SCENE DEL FUTURO

Vittorio Pavoncello, drammaturgo

Una donna virtualeUna voce, un file, una voce di sintesi, un personaggio virtuale chissà?! In un epoca dove i generi a volte sono solo un nickname le avventure e disavventure di una donna che decide di sposarsi su internet e che vive un matrimonio virtuale molto simile a quelli reali sia nel bene sia nel male. Il matrimonio, i regali, il viaggio di nozze e l’amara scoperta che c’era un’altra donna non virtuale ma fatta di quella putrescenza di carne ed ossa. L’unica cosa che resta è la solitudine e un senso teatrale dell’esistenza.

 

I BAMBINI DI DIO. ABISSI E VISIONI DEL RACCONTO CIVILE NELL’ERA DEL TERRORE

Alessandra Fagioli, scrittrice

I bambini di DioUna ballata pop per narrare mafia capitale e i tempi della crisi, un carteggio tra due profughi ucraini (un ribelle filorusso e una Femen anti-Putin) per raccontare le contraddizioni della Russia odierna, un montaggio parallelo di storie di bambini (un boia, una kamikaze, un’altra scampata al gas sarin e un altro alle stragi di Boko Haram) per declinare i molteplici volti della Jihad. I diversi modi di narrare la crisi, la guerra, il terrore inventando storie che possano farsi metafora della realtà.