L’utopia di Moebius

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Alessandra FagioliL’utopia di Moebius – Commenti

 

Silvia Negrini Molinari, psicoanalista

“Ho trovato profondo e affascinante il libro di Alessandra Fagioli, che mette in scena la realizzazione concreta di un’utopia. E anche coraggioso, perché, scegliendo la forma del romanzo filosofico, l’Autrice si mette in gioco nelle diverse espressioni del Sé; nell’immaginazione, nel pensiero critico, nel modo di rapportarsi con le emozioni, nella capacità di provare sgomento o di sentire il dolore; nella tensione etica e nelle capacità di percezione e identificazione: in definitiva, nella sua sostanza umana.
Eh già: perché, per raffigurare l’orrida utopia di Moebius, ha dovuto costruirsela mentalmente, partendo dal suo mondo interno: ha dovuto a sua volta fare il sogno di Moebius, che poi è l’eterno, universale sogno dell’infante di uscire dall’impotenza, dall’angoscia e dal dolore; di trovare un modo o un luogo in cui tutto sia padroneggiato, armonizzato, composto in un equilibrio perenne. E quindi l’Autrice ha dovuto percorrere mentalmente quelle vicissitudini per potersi raffigurare e descrivere quella grandiosa architettura che ci viene mostrata nel libro come già realizzata.
(…) L’utopia di Moebius come costruzione di pensiero somiglia a un grandioso castello di carte in precario equilibrio, esposto a ogni soffio di vento. Altrettanto fragile e vulnerabile sarà la struttura concreta che vediamo realizzata nel libro. Il vento che farà crollare il castello di carte o la miccia che lo farà esplodere è un aspetto che le operazioni mistificatorie di Moebius ha totalmente eluso e sacrificato: l’umano imprescindibile bisogno di individuazione e identità.
È davvero straordinario il modo in cui Alessandra Fagioli, stavolta identificata col Dottor Gemini, che è stato inviato come osservatore, ci introduce progressivamente alla scoperta di Egiziaca, la Città Ideale: gli stati d’animo e le percezioni oscillano continuamente tra l’ammirazione e la meraviglia per la grandiosità, complessità, sorprendente immaginazione e ingegnosità tecnica dell’allestimento ambientale e la povertà e rigidità della categorizzazione dei suoi abitanti.
(…) Il confronto finale tra i due protagonisti, Moebius e il Dottor Gemini, raggiunge livelli di altissima tensione di pensiero: il dialogo filosofico in cui si scontrano inconciliabili concezioni sull’umanità e i suoi destini vede alla fine sconfitto, dalla paranoica e megalomane visionarietà dell’Utopista, il pensiero che procede osservando e apprendendo dall’esperienza.”

Gabriella Izzi Benedetti, critico letterario

 “Il romanzo L’utopia di Moebius, è un racconto-metafora scritto con stile elegante; una scrittura colta, con frequenti rimandi a contenuti d’arte visiva, letteraria, filosofica. D’altra parte in queste sottigliezze di riferimento, di analogie intellettuali, è racchiuso gran parte del significato intrinseco alla cifra narrativa. Un’astrazione immessa in una dimensione di quasi ossessiva decodificazione formale.
L’utopia di Moebius è un luogo. Un romanzo come luogo. Anche se Utopia, nome che Thomas More diede per primo al suo saggio, indica un non luogo, dal greco ou tópos, realtà immaginaria. E’ tentazione ricorrente nella storia letteraria, politica, filosofica l’idea di una città utopica. Il riferimento, l’archetipo rimane Platone, con la sua Repubblica. Ma, in tempi più recenti, oltre a Thomas More, nel cui obiettivo di annullare squilibri sociali, creando una società di amici e usanze collettive, qualcuno ha visto una sorta di comunismo ante litteram,  l’utopia è insita ne la Città del sole di Tommaso Campanella, l’isola beata, la repubblica ideale, teocratica, naturalistica. Non dimentichiamo poi la Nova Atlantis di Francis Bacon, l’Oceana di James Harrington (dedicato a Cronwell), Les aventures de Télémaque di François Fénelon de Salignac. Una nutrita serie di potenzialità. Il sogno dell’uomo di oltrepassare i limiti naturali della propria imperfezione.
Il disegno di Moebius sembra rientrare nel filone con, alla base, la finalità di bypassare l’handicap attraverso soluzioni che tendono ad annullarlo. Di conseguenza l’idea è quella di una città in cui lo spazio si articola in un concreto e complesso snodarsi di ambienti legati a questo ambizioso progetto. L’inserimento dell’immaginario in un contesto minuziosamente pragmatico.
Il tessuto narrativo, che realizza un percorso correlato a un riscontro fattuale più che allo svilupparsi di una storia, poggia su intrecci connessi a soluzioni architettoniche, fughe prospettiche, agglomerati, pieni e vuoti. Un insieme che ha una sua anticipazione nella copertina del volume in cui domina un particolare del famoso film di Frizt Lang, Metropolis. Immagine un po’ sfuocata che finisce per regalare alla figura un che di remoto e umbratile, in sintonia con il fascino un po’ indecifrabile del racconto. Ma le realtà di Metropolis e di Egiziaca, questo è il nome che Moebius ha dato alla sua creazione, sono dissimili, salvo la configurazione in più piani, che però nel disegno di Lang servono a sottolineare diversità, definire i “privilegiati” inseriti in ambientazioni ariose e fantasmagoriche e gli “sfruttati” relegati in strutture medievali, mentre Moebius parte da un obiettivo generoso, perlomeno in apparenza: il superamento di diversità e di barriere.”

Gabriele Corsani, architetto

“Il romanzo di Alessandra Fagioli è incardinato nel doppio volto di un filone basilare della nostra cultura, quello della città ideale e della città utopica. Ne è protagonista Egiziaca, città reale, sintesi delle tre celebri vedute di scuola italiana della fine del ‘400, articolata dunque in tre poli, con inserti ispirati alle principali utopie classiche, come è lieto di spiegare il suo inventore, l’eccentrico signor Moebius: dalla Città del Sole di Tommaso Campanella è mutuata la Rotonda centrale; dalla Nuova Atlantide di Francis Bacon la Casa di Salomone; dall’Utopia di Thomas More l’elemento liquido, il lago-mare. Gli edifici sono avveniristici ma non caratterizzati da mirabilia tecnologiche; alcuni sono anzi capaci di conservare all’interno frammenti di spazi abbandonati e all’esterno tracce di assetti sopravvissuti a trasformazioni radicali.
(…) Gli intrecci fra suoni e colori sono una delle meraviglie di Egiziaca e danno vita a pagine di intensa e appassionata tensione intellettuale (come ad esempio il registro del superamento continuo dei limiti sopportabili per le luci e i rumori), in cui l’Autrice mostra di possedere l’antica arte della dichiarata inadeguatezza del linguaggio a esprimere ciò che si vorrebbe.
(…) Credo che un cardine del romanzo consista nella ambivalenza di Egiziaca fra città reale e città utopica, una vera e propria ambiguità che Alessandra Fagioli costruisce pazientemente. Oltre la prefigurazione spaziale, coglie un aspetto fondamentale della città cui Egiziaca non può sfuggire, seppure «città di uguali sul piano della prestazione fisica, anziché su quello dell’integrazione sociale»: è impossibile esorcizzare i lati oscuri e le contraddizioni insanabili che si agitano al suo interno e che possono solo essere subite.
Proprio Moebius fa l’elogio della diversità, ma questa diversità tanto è assunta come letterale nell’accoglimento del diverso-malato, quanto è di fatto negata dalla finzione della vita che ivi si svolge. L’Autrice supera così il carattere ossessivamente suadente e positivo nelle utopie classiche e pone una sfida al suo riproporsi nelle cattive utopie moderne.”

Gilberta Golinelli, anglista

“Urbino, Baltimora e Berlino sono le prime parole con cui si apre il romanzo ed i primi riferimenti diretti che il lettore ha per figurarsi lo spazio in cui viene realizzata l’utopia di Moebius e in cui egli può entrare attraverso la figura del dottor Gemini, guida in veste di clinico incaricato di verificare la validità del progetto. Ma non sono solo queste tre città che devono essere evocate dal lettore per visualizzare lo spazio in cui si attua il superamento delle diversità, perché la descrizione degli spazi e delle proporzioni, dell’uso delle luci e delle ombre, della presenza disarmante dei vuoti e dei silenzi, alternata, a seconda delle varie ore del giorno, al caos e ai ritmi esasperati degli esercizi cui sono sottoposti i pazienti, passa attraverso una percezione dello spazio che si dilata e si restringe come in un sogno, rendendo l’aspirazione estetica ricercata da Moebius perturbante e talvolta grottesca. E’ questa l’idea che evocano i dipinti chiamati in causa dagli stessi personaggi del romanzo quando sono lasciati liberi di esprimere il loro rapporto con l’ambiente e la loro individualità.
Estremamente particolare è la capacità di Alessandra Fagioli nel rendere visivamente gli spazi attraverso una evidente intertestualità con le planimetrie delle utopie tradizionali rinascimentali e con alcune realizzazioni di città avveniristiche di portata eccezionale, evocate fin dalla copertina del volume. Mi riferisco alla fusione che l’Autrice effettua tra le città rinascimentali e la città creata da Fritz Lang nel film Metropolis che non può non condizionare e al tempo stesso guidare il lettore nella percezione dello spazio e nel significato che questo assume all’interno del romanzo per quei pazienti che sono costretti a occuparlo e a subirlo, essendo stato trasformato l’ambiente in modo da renderlo adeguato ai deficit dei vari personaggi.
Il richiamo a Metropolis infatti non solo diventa funzionale per comprendere il modo in cui Moebius, paragonato al cinico e avido Joh Fredersen, concepisce la stretta interdipendenza tra lo spazio e l’uomo, ma anche come a Egiziaca, l’occupazione dello spazio sia soffocante, infinita, senza via d’uscita, paradossalmente aperta da prospettive che danno l’idea di infinite possibilità, come quella di abbattere le diversità causate dai vari deficit, ma che al tempo stesso sono chiuse e soffocanti, limitanti e a senso unico, oppure a più direzioni e prive di una reale via di fuga.”

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