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Ho visto tempeste, allorché i venti infuriati hanno sradicato le nodose querce; ho visto l’orgoglioso oceano gonfiare e infuriare e spumeggiare per innalzarsi fino alle minacciose nubi: ma mai fino a stanotte, mai fino ad ora sono passato per una tempesta grondante gocce infocate.
Shakespeare, Giulio Cesare
Le prime tre passioni
La mia prima passione è il mare. Prima ancora di navigarlo e di nuotarvi l’ho contemplato a perdita d’occhio da una terrazza a picco sul mare che tanto assomigliava al ponte di una nave. Si dice l’imprinting. Fin dalla nascita non ho fatto altro che perdermi nell’infinito di cielo e di mare che mi si apriva davanti, ipnotizzata dalla linea dell’orizzonte oltre cui immaginavo più profonde estensioni. Ho ammirato i contrasti di vento espandere arabeschi fulminei sulla superficie dell’acqua, onde cicloniche squassarsi sopra le rocce in un manto di schiuma, trombe marine vorticare gonfie di furia verso coste atterrite, finché la forza della natura non si è tramutata in dimensione dell’esistenza dentro cui sono intimamente naufragata.
La mia prima passione è il mare, la seconda è Shakespeare. Più vasto del mare e non meno profondo mi ha risucchiato nelle sue virulente passioni ancora fanciulla quando ne divoravo le opere a brani. Poi ne ho fatto il mio campo di studi e non ne sono più uscita, incapace di immaginare altri mondi possibili che esulassero da quell’universo. Ora soffro, mi indigno, gioisco, mi infurio, bramo come i personaggi di Shakespeare, sono inscritta nelle loro psicologie, vi scopro nuovi scenari, ne indago ulteriori risvolti. Dalla poesia, al teatro, al cinema non me ne sono più liberata, prigioniera felice di una poetica che ha fondato caratteri e passioni, destini e personalità, condizionando persino il nostro modo di pensare all’umano.

La mia prima passione è il mare, la seconda è Shakespeare, la terza è la follia. Anziché farmi paura o suscitarmi diffidenza mi ha sempre sedotto, in tutte le sue forme, storiche, cliniche, artistiche, umane. L’ho studiata, ci ho lavorato, ne ho scritto, quasi a voler capire che cosa ci trovassi di tanto irresistibile. Ho provato a dirlo, più nei racconti che nei saggi, cercando di evidenziarne paradossi, ambiguità, punti di forza. Alla fine ho dovuto ammettere che mi interessava la dimensione dell’alterità e della devianza come territorio di indagine e invenzione, persuasa che proprio in quelle pieghe si potessero cogliere elementi di sagacia e verità. Così ora narro la follia per riflettere sull’arte, racconto la diversità per interrogarmi sul pensiero.

La mia prima passione è il mare, la seconda è Shakespeare, la terza è la follia e la loro sintesi è la tempesta. Sono convinta che se il mare non si agitasse morirebbe di depressione. Quel che ci appare placido e invitante è solo il carattere più sconsolato del mare, solo quando viene ingrossato dalla furia dei venti ritrova tutta la sua creativa gagliardia. L’hanno capito bene i poeti che di procelle e fortunali hanno cantato i prodigi e le rovine, come è accaduto con Shakespeare che ne ha celebrato non solo il fenomeno ma anche la metafora, e se ne La tempesta ha inscenato il prodotto di una magia, nel Giulio Cesare ha evocato il collasso di un impero. Infine cos’è la tempesta se non un delirio della natura? Un disordine, un’inquietudine, un turbamento del mare che tanto riflette l’abisso dell’umana follia. Non a caso da piccola, quando mi incantavo di fronte allo spettacolo di una potente mareggiata, gridavo a tutti: “guardate, il mare matto”.

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