Seconda saga sull’anima

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1. MAOMETTO

1. MaomettoSuonano. Avevo un amante, fino a non troppo tempo fa, che annunciava le sue visite con splendidi mazzi di rose rosse. Quando poi le sue incursioni sono diventate sempre più ingovernabili ho rinunciato al suo amore e anche alle rose rosse. Per cui non poteva essere il fioraio.
Suonano. Ho un portiere filippino che è peggio del Checkpoint Charlie. A chiunque passi di fronte alla guardiola fa il terzo grado, chiede referenze e generalità, solo quando si persuade che è idoneo a salire lo annuncia per citofono. Per cui non poteva essere un venditore porta a porta.
Suonano. A questo punto mi alzo innervosita dalla scrivania chiedendomi chi diavolo possa essere. Arrivata alla porta guardo attraverso lo spioncino ma non vedo nessuno. Chiedo chi è ma non mi viene data alcuna risposta. Allora torno ancora più indispettita al computer chiedendomi come gente cretina che fa certi scherzi possa essere sfuggita alle maglie rigorose del portiere.
Suonano. Esasperata mi dirigo di nuovo alla porta e stavolta la spalanco di botto, ma non vedo nessuno davanti a me, sento solo una voce dal basso terribilmente familiare che mi fa, certo che se la montagna non va a Maometto Maometto va alla montagna! Che tra l’altro di questi tempi c’è proprio da dirlo! E mi vedo niente di meno che l’anima, con uno zuccotto in testa e lo zainetto sulle spalle, intrufolarsi nel soggiorno e guardandosi intorno dire, e la mia stanza dov’è?
Rimango impietrita davanti alla porta spalancata con la mano sulla maniglia, incapace di qualsiasi reazione tale è l’enormità dell’evento.
Allora, che fai lì impalata? Non mi offri nemmeno da bere? Mi fa lei stizzita per la mia scarsa accoglienza. Guarda che se sono venuta qui è solo per te. Non ti dico nemmeno quello che ho lasciato sull’isola, roba da essere pazzi ad andarsene, per venire poi a intossicarsi in una città come questa! Solo per arrivare dalla stazione fin qui mi sono venute le bolle!
Poi si volta e la vedo tirare fuori dallo zainetto una serie di oggetti che posa sul tavolo, nell’ordine: una foto ritratto incorniciata dell’infinito, un caschetto per il motorino, una mascherina antismog e una carta plastificata di Roma antica. Poi voltandosi di nuovo mi fa, cerchiamo però di mettere subito in chiaro una cosa. Io non sono venuta qui solo per fare turismo, ma soprattutto per fare shopping! Come vedi devo ricomprarmi uno zainetto nuovo, ché questo ormai fa pietà, e anche qualche souvenir della città, almeno per dire che ci sono stata, ok?
Rimango inchiodata alla porta sempre spalancata senza riuscire a muovere un dito, poi alzo lo sguardo verso la finestra e lo lascio andare nel vuoto, consapevole che la cosa più terribile è che siamo solo all’inizio.

2. PONTE ROTTO

2. Ponte RottoAhhh!!! Aiutooo!!! Frenaaa!!! Sta’ attentaaa!!! Vai pianooo!!! Che ti corri cosììì!!!! Non ne posso più. Mi stringe da dietro con una forza disumana, non pensavo che gli spiriti avessero tutta questa energia. Si agita al punto da rischiare di farmi perdere il controllo, continuando a urlare come una pazza. Giraaa!!! Cambia stradaaa!!! Qui c’è troppo casinooo!!!
A quel punto inchiodo, scendo dalla sella e la fulmino con uno sguardo che deve averla atterrita tanto diventa piccola piccola. La devi smettere di fare l’ossessa, sono decenni che guido in questo traffico e ormai sono esperta, bisogna essere prudenti ma anche decisi, non ci si può permettere incertezze, per cui datti una calmata! E poi mi dici di che hai paura? Ma ti sei vista? Col casco in testa e la maschera antismog? Ma a cosa ti servono, non sei immortale?
Per la verità non lo so più, mi risponde lei mortificata, sono confusa… Quando ero di fronte all’infinito avevo delle certezze, ma ora in mezzo a questo casino non ce l’ho più, ecco. E allora stiamo fresche, le rispondo risalendo sul motorino, se non ce l’hai tu le certezze figuriamoci io. Ma almeno cerca di distrarti con tutte le bellezze che hai sotto gli occhi! E riprendo la marcia cercando di essere il più cauta possibile, evitando buche, sorpassi azzardati, brusche frenate.
Finché non imbocco un ponte per cambiare sponda e sento che la sua presa si allenta, dagli specchietti vedo che si sporge da una parte e dall’altra per osservare meglio, smette di fare urletti e comincia a sospirare. Allora accosto, forse ha visto qualcosa che le interessa, ma voltandomi scorgo che non sta osservando alcunché, ha solo lo sguardo perso nel vuoto.
Ti prego, mi dice, fammi scendere un attimo. Poi si avvicina al parapetto e continua a guardare per aria. La raggiungo e le chiedo, che c’è? Non mi risponde, sembra ipnotizzata da qualcosa di invisibile. Poi abbassa lo sguardo e lo pianta nel fiume. Cavolo, faccio io, con tutto questo ben di Dio da ammirare ti imbamboli davanti al nulla o fissi il Tevere come fosse il Danubio? Ma lei non mi sente, gli occhi sempre sprofondati nell’acqua. Allora capisco.
Vieni con me, le dico, so io dove portarti. Riprendo il lungotevere e lo percorro fino all’isola tiberina, parcheggio e scendo con lei lungo la passeggiata a fior d’acqua che cinge l’isola. Ci giriamo intorno e lei si trasforma, sembra quasi rigenerata, persino cresciuta d’altezza. La riconosce l’isola perché l’ho immortalata in un romanzo in cui c’era pure lei… E le piace anche molto perché è a forma di nave.
La porto fino a quell’estremità che considero la poppa e ci sediamo proprio sull’orlo del fiume. Ai lati ci sono le rapide che rendono spumose le acque come se si frangessero contro gli scogli, sopra le nostre teste planano gabbiani reali che stridono come se il mare si fosse appena agitato e davanti a noi non c’è l’infinito ma un pezzo di ponte rotto costruito più di ventidue secoli fa.
Lei a poco a poco si stringe a me come faceva durante i tramonti quando un sole infuocato svaniva sotto la linea dell’orizzonte, e con un filo di voce mi sussurra, grazie per avermi portato qui. Poi si mette in adorazione di quella reliquia romana con lo stesso rapimento con cui contempla l’infinito. E sono proprio questi i momenti in cui per lei mi ammazzerei.

3. PORTA PORTESE

10Avevo già il mio piano domenicale. Mi sarei giocata uno dei pezzi forti della città. Quando di colpo vedo accorrere l’anima. Cosa sono tutte queste tende bianche qua sotto? Mah, un mercato rionale, nulla più, le rispondo con oculata vaghezza. Mercato? Allora andiamo! Devo fare un sacco di spese! Non ti ci porto nemmeno se m’ammazzi, le replico con assoluto candore. Ma come? Hai appena detto che per me saresti pronta a morire! Ma non a questo prezzo! Tengo duro. Ti scongiuro, mi implora mettendosi in ginocchio a mani giunte, contentami solo questa volta, poi facciamo quello che vuoi tu! Ma oggi volevo portarti a vedere l’eroe dei due mondi! Le dico piccata. L’eroe di che? No, non ce la posso fare, è durissimo accettare di avere un’anima tanto ignorante. E dai su! Nei prossimi giorni andiamo a vedere tutti gli eroi che vuoi! E senza aspettare risposta in due salti è già fuori di casa.09
Rassegnata scendo con lei dandole una serie di precetti che naturalmente non ascolta. Poi ci inoltriamo nel mercato e l’acchiappo per la collottola, nella folla potrebbe diventare pericolosissima.
Tirando peggio di un pitbull mi trascina in una gincana infernale tra bancarelle cariche di tutte le cianfrusaglie più inverosimili, timoni, mandolini, calumet, telefoni anteguerra, totem, pifferi, pupazzi, medaglioni medievali, ciotole, reliquie, clacson, pistole da pirata e un’infinita teoria di cornici, sacche, collane, ciabatte, sveglie, orologi di tutte le epoche e per tutti i gusti, senza fermarsi un attimo, ma toccando ogni cosa e facendo i commenti più stralunati.
Bello quel mappamondo peccato che è storto! Che dici, un timone tondo per Olimpia, no? Hai la chitarra scordata ti prendo un mandolino? Ma con tutti ‘sti cellulari che ci fanno coi telefoni vecchi? Però le sveglie con le rotelle sono carine, prendiamo quella liberty?
Senti diamoci una mossa, le dico, non sopporto la confusione, spicciati a prendere quello che ti serve e togliamoci da questa calca! Perché? È così allegra, fa lei tutta divertita. Ma tu non stavi bene solo davanti a una distesa di cielo e di mare? Ma che c’entra ci si evolve! Mi risponde con un’aria così civettuola e sbarazzina che non la riconosco più. Poi scorge un banco con gli zaini e ci si fionda sopra. Inizia a smucinare frenetica e io la placco prima che metta tutto sottosopra. Dimmi quello che vuoi e te lo prendo io! Ne voglio uno tutto colorato, quello di prima era nero, adatto giusto a un funerale! Va bene questo? Le chiedo pescandone uno a scacchi. Ci sarebbe qualcosa con una fantasia più astratta? Mi fa lei sbattendo le ciglia. Sospiro e ne tiro fuori un altro con dei cerchi blu e delle onde gialle. Senti ma uno con gli strass non c’è proprio? Basta ora, sbotto, davvero non ne posso più! Ecco, ecco, l’ho trovato, questo con le paillettes è bellissimo! E ne acchiappa uno tutto sbrilluccicante verde e bordò. Sfinita pago e ce ne andiamo.
Mentre trotterella davanti a me col suo zainetto nuovo mi chiedo dove ho sbagliato. Da giovane ero quasi una moralista. A scuola militavo nei collettivi politici ed ero impegnata in attività sociali. Le persone che frequentavo al massimo erano figli dei fiori oppure borchiati e metallari. Allora perché adesso mi dovevo ritrovare con un’anima tutta Dolce & Gabbana?

4. – MARCIANA MARINA
1Stavolta la prendo di contropiede. Prima che si faccia venire qualche fantasia le dico che non può vivere solo di panorami e di paillettes, per cui dobbiamo almeno andare a vedere una mostra. Nooo… le anime non possono andare alle mostre, sentenzia. Perché mai, le mostre sono piene di anime, ribatto. Di anime morte, non di anime vive! Davvero? Pensavo che voi foste tutte eterne… E invece no, come ci insegna bene Gogol’… Ah, adesso conosci pure Gogol’? Conosco tutti gli scrittori che parlano di anime! Vabbé, comunque ora andiamo a vedere Balthus. Nooo… con tutte le mostre che ci sono proprio Balthus dobbiamo vedere? Certamente, hai tre minuti per uscire di casa.3
Riluttante non mi abbraccia nemmeno sul motorino, lascia caschetto e mascherina a casa e tiene il broncio per tutto il tragitto. Entra nelle Scuderie del Quirinale con lo stesso umore che aveva Maria Antonietta salendo sul patibolo. Poi durante la visita invece di soffermarsi sui quadri si distrae in continuazione guardando la gente intorno. Non riesco a distoglierla nemmeno infilandole l’audiocuffia. Ora che ha scoperto l’umanità sembra interessarle solo quella.
Hai visto quella come è vestita? Sembra un uovo di Pasqua. E quell’altro ciccione laggiù? Sembra Poldo, l’amico di Braccio di Ferro. Hai finito di dire cavolate? Le urlo in un orecchio. Questo non è un mercato rionale ma un tempio dell’arte! Purtroppo… mi fa lei sconsolata. Non sospetta però che il mio piano vada molto oltre la mostra. Ce ne erano assai di migliori in giro, ma io la volevo portare proprio là. E alla fine del percorso sentenzio, ora arriva il quadro più bello di tutta l’esposizione. E appare una vetrata immensa che si affaccia proprio nel cuore della città. Al punto che per la prima volta la vedo stupefatta.
Ecco, le dico, questo è uno dei tanti infiniti romani. Diciamo che se tu al posto della cupola di Michelangelo, delle fontane del Bernini, delle statue del Borromini, degli arazzi di Raffaello, dei campanili romanici, dei frontoni barocchi, delle terrazze signorili, dei palazzi rinascimentali, dei giardini borghesi e dei ruderi antichi immaginassi solo mare, avresti il tuo solito infinito. Lei non batte ciglio. Non capisco se ha colto l’ironia oppure se sta valutando un paragone. Poi con aria di sufficienza mi fa, sì, sì, va bene, è tutto molto bello, ma è meglio Marciana Marina. E se ne va.
Io rimango impietrita di fronte alla vetrata. Ma come si permette? Confrontare la più bella città del mondo con un paesucolo di duemila anime sperduto su un isola! Ma stiamo scherzando? Non c’è la minima base per un confronto! Adesso che la raggiungo mi sente! Poi rifletto un attimo e mi assale un terribile dubbio. Che cos’è in fondo questo affollarsi di cupole e campanili di fronte a quella mezza luna di casette incastonate tra uno specchio d’acqua cristallino e un vellutato manto di colline? Quale piazza romana possiede l’armonia perfetta e l’intimo equilibrio di quel salotto naturale che è la piazza della Chiesa? Quale scorcio può dare il Tevere da essere più bello di quella curva che scopre d’un sol colpo il golfo luminoso del paese? Quale borgo della città può competere con quel miracolo di casette digradanti sugli scogli impreziosite da fioriere colorate che è il Cotone? E quale tramonto sul Gianicolo o sul Pincio regge il confronto con quello sconvolgente sul mare che sprigiona un’infinita teoria di sfumature imporporando tutte le facciate delle case?
Resto per un po’ attonita di fronte a quello che ho sempre ritenuto uno dei più grandi spettacoli del mondo. Poi mi riprendo come da un sogno. Ha ragione la mia anima, è più bella Marciana Marina.

5. SASSI VECCHI

3No, guarda, proprio non ci siamo. Se ne esce lei tutta china sul computer. A quest’ora nell’altra serie avevamo già un seguito di almeno una ventina di persone che apprezzavano e commentavano tutte le puntate, uno zoccolo duro che non perdeva un colpo. Invece adesso… sì la serie è decollata bene, grazie alla mia entrata, ma poi con tutto quello che c’era da mostrare hai tirato fuori il ponte rotto, che nessuno lo conosce, addirittura il mercato, che fa solo folklore, per non parlare poi di Balthus! Ma come ti è venuto in mente? Beh che centra, faccio io, era solo un pretesto per arrivare alla vetrata panoramica e creare l’effetto di contrasto col paesino sul mare! Ma quale effetto di contrasto? Sbotta lei tutta irritata, roba da romantici e nostalgici! Qui la gente vuole cose più intriganti, misteriose, che diano emozioni, turbamenti! Insomma bisogna immaginare qualcosa che smuova un po’ le acque… anche se qui purtroppo non ci sono!1
Appunto, incalzo, non puoi fare confronti con l’altra serie, eravamo all’Elba, in piena estate, c’erano tanti spunti stimolanti… E perché nella Capitale sotto le feste non può succedere nulla di eclatante? Di eclatante può succedere solo un attentato, per cui è meglio che non accada nulla. Ma che dici! Qui ci vuole solo un po’ di fantasia! Bisogna trovare qualcosa che tiri un po’ di più! Che so, magari inventare un delitto, sviluppare un’indagine, creare un po’ di suspense… Senti tu nella solitudine isolana mi sa che d’inverno leggi troppi gialli! Ma figurati se ne ho il tempo! Credi che contemplare l’infinito non mi occupi abbastanza? Mentre quello che ci frega è che qui di un vero infinito non ce n’è nemmeno l’ombra!
Già, infatti noi non abbiamo l’infinito ma solo l’eterno… le ribatto io con aria di sussiego. E perché non me lo hai fatto ancora vedere questo eterno? Mi fa lei tutta incuriosita. Perché non è un signore che ti posso presentare! È un’atmosfera, una dimensione, un’aura… Senti a casa mia si chiamano sassi vecchi, per cui andiamo a vedere almeno quelli, chissà che non ci ispirino qualcosa! Se continui a esprimerti così i sassi vecchi te li tiro in testa! Le urlo addosso.
Ma lei ha già preso il suo zainetto sbrilluccicoso e in un balzo mi aspetta in sella al motorino. Ormai mi tocca legarla al bauletto con l’elastico da portapacchi per non farla volar via. Ha preso una tale confidenza che non si aggrappa più a nulla e pensa solo a fare le foto col mio cellulare. Ma quando arriviamo ai Fori imperiali le cade di mano. Resta impietrita a bocca spalancata e per qualche istante va pure in apnea, tanto che mi tocca scuoterla per farla tornare a respirare.
Ecco brutta zozza, questi sono i tuoi sassi vecchi, vacci pure a fare un giro! Le dico con disprezzo. Ma lei nemmeno mi sente, si avvia in uno stato di trance tra le rovine e sembra che cammini addirittura sollevata da terra. Per la prima volta mi appare davvero come uno spirito e mi fa quasi paura. La seguo un po’ a distanza per non turbarle il rapimento, ma non la perdo un attimo d’occhio, mi appare così rarefatta che temo si possa volatilizzare nell’aria.
Poi a un tratto scompare dalla vista e mi prende un colpo. Se la perdo nell’eterno come faccio a restituirla all’infinito? Ma subito riappare in un altro posto distante da dove l’avevo persa. E poco dopo scompare di nuovo per poi riapparire in un altro posto ancora più distante. E così più volte, ovunque giro lo sguardo la trovo in un posto diverso. Sembra che in quell’abisso di Storia sia tornata alla sua natura primigenia. Stavolta la percepisco davvero come un’anima, inconsistente e ubiqua, ermetica e ineffabile. E l’unica cosa che riesco a pensare è che le ore di luce sono troppo poche perché riesca a farla tornare in sé e a riportarla a casa prima che sia notte.

6. – SANTA SEDE

1E basta, falla finita, per così poco! E ti pare poco essere trattata così? Vabbé, ma ormai era quasi buio, faceva freddo e si era messo pure a piovere! Ho capito, ma non c’era bisogno di chiamare l’accalappiacani! Ma era l’unico modo per prenderti, svanivi qua e là come un fantasma, se non usavamo la rete col cavolo che tornavi a casa! Ma ci sarei tornata pure da sola, che ci vuole? Ci vuole conoscere la città che per una come te, che ha visto solo mare e cielo per tutta la vita, sarebbe stato peggio di un labirinto! Ma figurati, le anime ne sanno una più del diavolo!
E con questo assunto la discussione finisce. Dopo qualche minuto di silenzio però lei torna alla carica. Adesso per riparare allo scorno che mi hai trattata come un cane randagio mi porti da Francesco! E da quando in qua ti interessa mio fratello? Le faccio stupita. Ma quale fratello? Intendo dire il Santo Padre! Ah, nemmeno fosse il tuo di fratello, lo chiami con tutta questa confidenza! Beh, sai com’è, noi anime con i vicari di Cristo abbiamo una certa intimità… E vabbé ti porterò pure là… meno male che ho le conoscenze giuste… le rispondo rassegnata.2
Stavolta chiamo Elŝbieta, la mia fisioterapista polacca, che oltre a me tratta anche vescovi e cardinali e ha il permesso d’accesso al Vaticano. Per fortuna lei capisce il caso e si dispone a farci entrare nella zona interdetta al pubblico, quella che porta diritta ai memorabili giardini. Io acchiappo l’anima e la tengo più stretta di quanto non la tenessi al mercato, ci manca pure che mi sfugga in uno Stato straniero… quella vorrebbe entrare anche nella residenza di Santa Marta dove vive il papa, ma io le dico che c’è un limite a tutto, pure per le anime.
Così ci inoltriamo nei giardini vaticani che sembrano davvero disegnati da un Dio. Un fittissimo bosco di pini e abeti in cui ci si addentra attraverso cammini sterrati, curatissime composizioni di siepi e fontane circondate da prati verde smeraldo, filari di cespugli potati ad arco che incorniciano da diverse prospettive il cupolone, un concerto di colori, figure, profumi, scenari da non intendere più dove si sta… quando poi scorgo la cupola che occupa l’intero arco di una siepe non resisto e vi immortalo Elŝbieta.
Quanto basta per girarmi e non trovare più l’anima accanto a me. Mi sento morire. Il Vaticano non è i Fori imperiali e nemmeno Porta Portese, se quella mi combina qualche danno sono perduta, già mi vedo nelle celle vaticane a finire i miei giorni. Mi metto a chiamarla a gran voce, a cercarla tra alberi e siepi, a implorare che ricompaia, ma quella non si lascia intravedere nemmeno qua e là. Allora chiamo i gendarmi e cerco di spiegare la cosa, ma quelli mi guardano strano e lascio perdere. Aspetto fino a sera, poi ci tocca uscire perché chiudono gli accessi. Elŝbieta mi dice che forse in un luogo così santo ha preferito ascendere al cielo, ma io affranta le rispondo, quale cielo? Finché campo non mi può abbandonare, poi quando sarò morta se ne potrà andare dove vuole, pure all’inferno!
Dopo estenuanti ore di ricerca torno a casa sconvolta. Sono abituata a stare lontana dalla mia anima, ma so bene dove vive e sono sempre certa di ritrovarla davanti all’infinito. Ora invece che non è più là e nemmeno con me non capisco più niente. Passo una notte insonne interrotta a tratti solo da incubi atroci. E stamane mi rialzo in un mondo senza di lei. La mia vita ormai non ha alcun senso. Come potrei vivere da corpo senz’anima? Ma soprattutto mi chiedo, come diavolo faccio ora a continuare la serie?

7. EPIFANIA!

7. EpifaniaPaura eh? Ché se vve mojo io poi voi come ve divertite, ‘tacci vostra! Ma che vve credete che passa’ tre notti a’ addiaccio ner bosco der vaticano sia stata ‘na passeggiata de salute? Me so’ puro tutta incimurrita pe’ fa’ l’effetto epifanico! Propio ne’ ggiorno de ‘a Befana poi! E che cavolo! Cosa me tocca fa’ pe’ divertivve! E me so puro ‘mparata er romanesco pe’ fa’ ‘a gajarda! Ché qui se’n c’ero io eran du’ palle che’n finivano più! Artro che Roma eterna! Eterna era la noja de vedesse solo cartoline! E li ponti, e er mercato, e li panorami, e ‘e rovine, e puro li ggiardiniii! Ma cche semo diventati tutti matti? ‘N ze ne poteva proprio più!
Pecché, credete che a me potesse frega’ quarcosa de tutto questo? Ma ancora date retta a quella pazza? Ma vve pare che a ‘na anima je possa enteressa’ anna’ pe’ ponti? O prennesse ‘a borza co’ ‘e paiette? Peggio ancora encantasse davanti a ‘na marea de tetti? Ma ve rennete conto? Pe’ non parla’ poi de’ sassacci de più de dumila anni fa! Ma cche v’ha dato de vorta er cervello? Poi quanno m’ha portato ‘n mezzo a ‘e frasche vaticane è stato er cormo! Io volevo anna’ dar papa, a vedello da vicino, a scambiacce quattro chiacchiere, ché è così simpaticone! No, ‘n mezzo a’ ajole de fiori semo ite! Pe questo me so’ data! Nun ne potevo più! E ppoi volevo crea’ ‘n po’ de movimento! Sinno’ ‘ndo finivamo? A conta’ ‘e margherite? Ma cche vve possino!
‘Ntanto armeno ho creato un po’ de saspens! Fosse pe’ mme me sarebbe ‘nventata puro ‘n omicidio co’ tanto d’indaggine, ma ppoi a quella chi la teneva? Che solo pecché so’ sparita du ggiorni m’ha fatto er requiemme! Ma li mortacci sua! Roba da tocasse se avessi ‘i attribbuti! E puro ce lo sa che so’ immortale! Ha montato tutta ‘sta scena de cordojo cor fiocco nero… ma che jella! E vvoi che je sete annati puro appresso! Ma fateme er piacere! Io in realtà la volevo tirà più lunga, mettece ‘n mezzo quarcun artro, tanto pe’ fa ‘n po’ de caciara, che sso, ‘na spia der vatilikse, che diceva ‘n giro ‘n po’ de storie, magara puro quarche servizio segreto pe’ confonne l’acque! Così ce veniva fori paro paro un ber giallo papalino! Macché, figurate se se poteva montà ‘na cosa der ggenere!
Tanto ce lo so che su feisbuk ‘n ze ponno fa’ ‘ste cose! Ve state sempre a prenne tutti sur serio e poi succedono le cose più ‘nverosimili. Come quello che more, poraccio, tanti je esprimono er cordojo sur diario e poi dopo ‘n mese compie l’anni e tanti artri je fanno l’auguri de cento de questi ggiorni! Ma robba da famija Addams! Pe’ non di’ poi de quelli che ogni minuto dicono ‘ndo stanno, ‘ndo vanno, come ponno esse raggiunti, danno ‘e coordinate de latitudine e de longitudine come fossero piroscafi! Poi se je se rompe er cellulare, apriti cielo! Chiedono pe’ quarsiasi cosa de mandaje li messaggi pe’ feisbuk, come se da loro dipennesse tutto er monno! Pe’ non parla’ poi di quelli che ar contrario se fanno er serfi dapperttutto e nun dicono mai ‘ndo stanno! Tanto che je frega? L’importante è fasse vede’ no? Poi se all’altri ‘nteressa sape’ quarcosa de più se fanno puro strani, come se contasse solo la facciaccia loro!
E qui me fermo, pecché si mme metto a parla’ de li animali nun la finisco più! Pecché a mme i leoncini che giocano co’ ‘e gazzelle me fanno paura! È contro ogni principio de realtà! Pecché i felini vegani nun ponno esiste! Ché se nun magnano carne quelli morono! Per cui davero, tutto st’ecumenismo zoologgico ‘n ze po’ regge!
Ecco mo’ m’azzitto pecché sinno’ ‘n zo dove andrei a fini’! Io ‘na storiellina de la serie l’ho fatta, che me tocca comunque pe’ contratto! Ve l’ho fatta puro ‘n dialetto che pe’ ‘na anima è tutt’artro che facile! E ve l’ho fatta puro politicamente scoretta che su feisbuk nun ze usa! Mo’ vorrei solo spari’ de novo pecché ‘n vojo sape’ le conseguenze… ma almeno nun potete di’ che pe’ vvoi nun me so’ sacrificata!

8. PATRIOTI A MEMORIA
01L’ho massacrata di botte. Letteralmente. Perché non si può. Troppo facile. Sparire così. Gettarmi nello sconforto. Poi ricomparire. Fare la piaciona. Usare persino il dialetto. Abbindolarsi il pubblico. E alla fine fare pure l’eroina. Quella che si sacrifica per divertire gli altri. No, questo è un gioco sporco. Non si possono rompere i patti. Ogni cosa l’abbiamo sempre pianificata insieme. Tanto da essere un duetto perfetto. Quasi fossimo la stessa persona. C’era sintonia su tutto, idee, sviluppi, soluzioni. Mai un malinteso, un contrasto, una lite. Tutto il nostro antagonismo faceva parte della finzione, per l’intrattenimento del pubblico, ma nella vita vera siamo sempre state in simbiosi. Difficile capire dove finiva l’una e dove iniziava l’altra. Fino a domenica scorsa. Quando ha pensato bene di fare di testa sua. Rifacendosi sulla mia pelle. Davvero un colpo basso. Peggio di un tradimento. Da lei non me lo sarei mai aspettato. Le ho sempre dato fiducia su tutto. E ho sempre assecondato i suoi capricci.09
E questo è il prezzo con cui mi ripaga? Un colpo di testa che a me ha fatto perdere dieci anni di vita e a lei guadagnare il boom dei consensi? Io che sono quasi morta dal dolore credendo di averla persa e lei che è piaciuta un sacco per aver fatto la rugantina? Non pensavo potesse arrivare fino a questo punto. Mollarmi nel bel mezzo di una serie e fare come voleva. E tutto questo perché si annoiava! Come se io non avessi fatto abbastanza per lei. O peggio ancora per prendere in giro facebook! Quando nessuno le aveva chiesto niente.
Ma stavolta non la scampa come le altre. Non solo ha smentito tutto quello che ho detto su di lei, che poteva pure far parte di un copione, ma non ha rispettato il gioco delle parti, prima mi ha scaricato e poi è tornata alla ribalta. E questa è una zozzata, comunque la pensiate. Per questo la punizione ora deve essere esemplare, in modo che se ne possa ricordare per sempre. Solo che qui non ho alcuna arma potente come l’infinito. Nell’altra serie è bastato negarglielo per qualche giorno per annichilirla. Ma qui che le posso togliere? Non c’è nulla da cui realmente dipenda.
Poi però mi viene in mente che invece di toglierle qualcosa gliela potrei imporre. E mi sovviene di nuovo l’eroe dei due mondi. Solo che stavolta non la porto da lui, lasciandole godere la vista a tutto campo da uno dei più fascinosi colli della città. No. La prendo per la collottola e la porto sotto ogni statua di patriota disseminata nell’area e le faccio imparare a memoria ogni singolo nome. Poi la riporto a casa e le faccio cercare le biografie di ognuno al computer e dopo avergliele fatte studiare sempre a memoria gliele chiedo a salti. Ecco, ben le sta!
Ora è ancora china sul tavolo con gli occhi tutti arrossati a ripassarsi le vite di coloro che hanno fatto grande l’Italia. Non l’ho fatto con nessuna velleità dottrinale ma solo punitiva. Sapendo che per lei non c’è nulla di più insostenibile che apprendere qualcosa di nozionistico. Eppure mi perdo di coraggio quando avvicinandomi per chiederle a bruciapelo una data, un evento, un personaggio… scorgo nel lampo dei suoi occhi, nella piega della sua bocca… quella stessa irriducibile fierezza, quello stesso orgoglioso cipiglio dei garibaldini che sta mandando a memoria.

9. IL MARE D’INVERNO

Ostia_mareggiata_001Stavolta non era per colpa mia. E nemmeno per la punizione risorgimentale. Stamattina l’ho trovata così, seduta al tavolo del soggiorno con la foto incorniciata dell’infinito che si era portata appresso stretta tra le mani e vicinissima al volto. La fissava con struggente intensità e un’aria di infinita sconsolatezza, mentre due lacrimoni le sgorgavano dagli occhi. Mi sono avvicinata con cautela e ho avvertito che emetteva più un rantolo che un sospiro. Era andata in debito di infinito. D’altra parte erano ormai venti giorni che era qui e se non le facevo subito respirare dell’ossigeno marino quella mi moriva davvero.
L’ho presa al volo così com’era e col motorino l’ho portata alla stazione di Ostia Lido. Intanto era diventata cianotica, boccheggiava, non si reggeva più in piedi. Ho infilato subito la prima metro che passava e mi sono spinta fino all’ultima fermata. La stavo quasi perdendo, era semisvenuta e non si avvertivano nemmeno più i battiti. Mi sono gettata fuori a perdifiato e l’ho trascinata fino alla spiaggia, poi le ho tenuto su la testa aprendole gli occhi perché potesse scorgere l’orizzonte. Sono stati secondi tremendi, era come se avessi tra le mani il nulla. Poi ho avvertito un primo singulto, un secondo e tra le dita l’ho sentita via via rianimarsi. In pochi minuti ha recuperato la regolarità del respiro, il colorito del volto e, ahimé, anche la favella. Fico! Perché non mi ci avevi portata prima? Era tornata lei.
Ringrazia il cielo che non vivo ad Aosta, sennò a quest’ora chissà che fine avevi fatto… le ho risposto tirando un sospiro di sollievo. Beh, certo, non è l’infinito che conosco io, ma è pur sempre un modesto orizzonte, mi ha rimbeccato lei, recuperando il suo piglio polemico. Il mare d’inverno è ovunque bellissimo, le ho ribattuto tutta ispirata. Allora perché non ci vieni mai? E senza attendere replica ha preso a danzare su e giù per la spiaggia, quasi a voler abbracciare col suo volo leggero tutto il paesaggio.
E mentre la guardavo volteggiarsi sulla sabbia col sole che le scendeva davanti mi sono chiesta come si possa fare a meno del mare anche per poco tempo, come si possa dimenticare che sia così vicino a dove si vive, e come non lo si vada a vedere soprattutto d’inverno, quando un litorale irrilevante come quello romano si trasforma in un luogo remoto, struggente, pieno di mistero e di fascino. Così sono rimasta a guardarla nel suo ritrovato connubio con la natura, ormai sempre più sfuggente, distante, imprendibile.
Forse era arrivato il momento di lasciarla andare, quale paesaggio migliore per separarsi, non volevo nemmeno chiamarla, stavolta niente abbracci né lacrime, desideravo lasciarla volare libera nell’aria in modo che potesse trovare la giusta corrente per risalire fino all’isola avita. Con un groppo alla gola ho arrancato sulla sabbia fino a raggiungere la stazione della metro, lasciandomela alle spalle come se avessi appena riportato una fiera selvatica dentro la sua foresta.
Ma non ho fatto in tempo a salire sul vagone che me la sono trovata davanti. Beh, se volevi tornare a casa da sola me lo potevi dire, tanto il treno lo trovavo lo stesso. Mi ha fatto con un broncio appena accennato. Ma… veramente… pensavo volessi tornare al tuo infinito… ho balbettato imbarazzata. Figurati, che fretta c’è! Ora che ho scoperto che il mare è così vicino posso rimanere a oltranza, appena mi sento mancare vengo qui e mi respiro un po’ di iodio! Mi ha risposto disinvolta. Ma non senti nostalgia dell’isola? Ho provato a insinuare. Quale nostalgia? Tanto quella non scappa! Invece qui c’è ancora un sacco di cose da fare! Ha incalzato tutta eccitata. Ho capito, ma io ho una mia vita… non posso stare sempre appresso a te! Ho farfugliato disorientata. E vabbé, che vuoi che sia, solo ancora per un po’… Per un po’ quanto? Ho fiatato io con un filo di voce. Mah, pensavo… qualche tempo… non molto, diciamo… che vuoi, fino a Pasqua, non di più. Ok? Fino a Pasquaaaaa???

10. MARGHERITA

10. Maestro e MargheritaBasta, con questa abbiamo finito! Ma che scherzi? Mancano due mesi e mezzo a Pasqua! Non se ne parla proprio, la serie è di dieci novelle. Ma dove sta scritto? Chi ci impedisce di farne di più? Il mio lavoro, la mia salute mentale e l’audience del pubblico che scema. Scema sei tu a interrompere adesso! Invece bisogna darci un taglio netto! E io che faccio allora? Te ne torni a casa! Vuol dire che mi cacci? No, ti invito solo a togliere il disturbo. Ah, ecco, diciamola tutta!
E con uno scatto d’ira acchiappa lo zainetto e ci schiaffa dentro tutta la sua roba, smoccolando che lei non mi aveva mai cacciato, né fatto sentire indesiderata, mi aveva sempre accolto con tante feste e seguito ovunque andassi, in più si era sorbita tutti gli ospiti che erano capitati per casa, senza mai battere ciglio, e aveva vegliato sull’infinito sempre in attesa che vi tornassi, mentre ora doveva subire l’affronto di essere sbattuta fuori, dopo tutto quello che aveva fatto per me, che se non era per lei io chissà dove stavo, a mendicare da qualche parte senza nemmeno un’anima che si prendesse cura di me!
Hai finito di dire cazzate? Le faccio, sbrigati che ho da fare! Sì, sì, ma te ne pentirai e io non avrò alcuna pietà! Te la farò pagare, puoi star sicura, così non mi aveva mai trattato nessuno, figuriamoci se mi faccio mettere i piedi in testa da te! D’accordo, ma ora vai, eh, buon viaggio e stammi bene! Taglio corto mettendola alla porta. Lo so, è atroce, ma se non faccio così lei mi potrebbe risucchiare anche tutta la vita. Poi torno al mio lavoro un po’ triste ma almeno di nuovo libera.
Suonano. Torno indietro e apro la porta, cercando di controllarmi. Scusa ma mi sono dimenticata i biglietti del treno e del traghetto, mi fa lei con aria vaga. Quali biglietti? Perché tu vai in treno e in traghetto? No, era solo così tanto per dire, non mi hai nemmeno salutata! Sospiro, mi chino e le do un bacio, poi richiudo la porta. E’ vero, l’addio all’anima dall’Elba è un’altra storia, ma qui siamo a Roma e non posso concedermi tante smancerie, dunque mi rimetto al computer.
Suonano. Mi faccio forza e torno ad aprire. Scusa, ma non è giusto, c’è ancora un sacco di cose da vedere a Roma, ti giuro che mi metto in un angolo, sto buona buona, non sporco, ogni tanto facciamo qualche gita e scriviamo qualche novella, che ti costa? Mi costa che non sono in vacanza, devo lavorare e non ho tempo di scrivere novelle un giorno sì e un giorno no! Le dico con fermezza. E un giorno sì e tre no? Non le rispondo neppure, richiudo con garbo la porta, poi mi riavvio alla scrivania.
Suonano. Torno indietro quasi come un automa e le riapro. Guarda, è davvero un peccato lasciarci così a metà gennaio, non ha proprio senso… e se arrivassimo almeno fino alle Ceneri? Ti incenerisco io ora se non te ne vai! Le intimo, poi chiudo con fermezza la porta e mi allontano.
Suonano. Vorrei non andare ad aprire, ma non ce la faccio, torno e riapro. Vabbè, se non vuoi arrivare alla quaresima almeno facciamo il carnevale insieme! Riesco solo a dire, basta! Poi le sbatto la porta in faccia e me ne vado a passo veloce.
Suonano. Non ce la faccio più. Potrei ignorarla ma non mi darebbe scampo, per cui le apro di nuovo. Potrei prendere una stanza qui accanto e venirti a trovare ogni tanto, magari per una partita a carte, oppure una tombola, seppure non è più il tempo, ti faccio anche la spesa se vuoi, qualcosa so cucinare, magari ti spiccio pure la casa, poi quando vuoi invitare qualcuno mi metto in dispar… L’acciuffo per il collo, vado alla finestra, la apro e la fiondo fuori con tutta la forza che ho, poi richiudo e torno alle mie carte. Non sento più niente, piomba un silenzio assoluto e il campanello non suona più. Non so che fine abbia fatto, né lo voglio sapere. Mi piace solo pensarla come la Margherita di Bulgakov che plana sui tetti di Mosca a cavallo di una scopa in una notte di luna piena, alla ricerca del suo amato Maestro.

LA RIVINCITA DELL’ANIMA

20160403_130948Sei mesi, ventuno giorni e cinque ore. Un tempo inenarrabile, disumano, senza precedenti nella storia. Mai stata tanto a lungo senza rivedere il mare. E alla mia età non me lo posso più permettere. Arranco sulla salita del Cotone, a passi incerti e con lo sguardo basso, attanagliata dal senso di colpa di non essere tornata prima. Tiro dritto come una ladra appena evasa, sperando di non incontrare nessuno a cui dover giustificare una tale enormità. Salgo le scalette aggrappandomi alla ringhiera e arrivata all’uscio infilo la chiave nella toppa con mano tremolante. Tale è l’emozione che mi sbaglio, allora provo con un’altra chiave, ma sbaglio ancora.
Tiro un sospiro profondo, l’astinenza da infinito fa brutti scherzi. Provo con le altre due chiavi dell’entrata accanto, la prima non gira, la seconda nemmeno entra. Eppure il mazzo è quello e non ne ho uno di riserva. Riprovo con l’altro ingresso tutte le chiavi, sia quelle delle persiane che quelle delle porte a vetri, ma non c’è verso. Solo allora mi assale un terribile presentimento. Busso con tutta la forza alla persiana. Apriii!!! Ma da dentro nessuna risposta. Allora mi attacco al campanello. A quel punto sento all’interno una voce chioccia che mi fa, chi è? Come chi è, sono io! Io chi? Senti se non apri immediatamente spacco tutto! Ah, non ci penso proprio. Ma stai scherzando? Nient’affatto, mi hai fiondato fuori dalla finestra tre mesi fa e ora sono io a lasciarti fuori dalla porta, mi fa lei tutta stizzita. Ma tu sei completamente pazza, fammi subito entrare a casa mia! Urlo furibonda. Solo se ti penti e chiedi perdono, mi rintuzza risoluta.
Capisco allora che se non gliela do vinta l’infinito me lo scordo. Va bene, chiedo scusa, non volevo, mi dispiace tanto, ma ora apri, sussurro a denti stretti. Passa qualche istante di silenzio, poi finalmente mi viene concesso di entrare. Ok, ora dammi le chiavi nuove per cortesia. Questo proprio te lo scordi. Ma come faccio ogni volta a entrare? Suona e ti sarà aperto, se sono in giro aspetterai. Mi trattengo solo perché potrebbe andare davvero a finir male, poi mi dirigo spedita verso la mia stanza sul mare. No guarda accomodati nella stanza degli ospiti che dà sul giardino, questa l’ho presa io. Come l’hai presa te? Le faccio esterrefatta. Beh, era il minimo che potessi fare e ora non mi va certo di spostarmi, sentenzia lei senza uno sbafo nella voce. Mi guardo intorno e vedo il letto sfatto, i cuscini per aria, l’armadio pieno di chincaglierie, il suo zainetto sbrilluccicoso buttato sul comò.
Tiro di nuovo un sospiro profondo e trascino le mie cose nell’altra stanza da dove naturalmente non si vede l’infinito e tanto meno si sente il rumore del mare. D’altra parte so bene che la sua forza è la mia immaginazione. Come faccio a chiamare i carabinieri per espropriare la mia casa da un fantasma?

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