I bambini di Dio

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      I BAMBINI DI DIO

Indù, mussulmani, ebrei, cristiani, tutti a uccidersi l’un l’altro
perché Dio aveva detto che era una buona idea.
George Carlin

    Tutti i bambini che sparano per gioco sono felici. Terribilmente infelici sono quelli che lo fanno sul serio. Chi ha giocato con pistole e fucili sa quanto è appagante far finta di uccidere. Dà un senso di onnipotenza e allo stesso tempo di irresistibile divertimento. Chi invece le armi da fuoco le ha usate per forza non si è mai divertito ad ammazzare davvero. Lo ha fatto invece con tragico impegno violando per sempre la propria innocenza.

    Ma quale innocenza? Quella Ghassan non l’aveva mai conosciuta. Nei suoi dieci anni di vita non aveva mai visto un giocattolo. Nemmeno una palla, tantomeno una bicicletta. Non aveva mai giocato per strada con altri bambini, per non dire in casa dove non c’era nemmeno lo spazio per muoversi. Mai posseduto una macchinina o un soldatino, nemmeno un fucile ad acqua o una pistola a pallini. Ma soprattutto non era mai andato a scuola. A cosa sarebbe servito poi? Non occorreva saper leggere o scrivere o far di conto. Bastava pregare, mandando tutto a memoria, e soprattutto esser bravi a sparare. Sul serio però, mica per finta. Per cui le armi eccome se le aveva provate, ma quelle vere, fossero coltelli o pistole, pugnali o fucili. Per la verità aveva maneggiato anche le bambole. Ma non per vestirle o spogliarle, piuttosto per esercitarsi a mozzargli la testa allo scopo di affinare il gesto secco e il polso fermo.

    E se la cavava proprio bene Ghassan. Fin da piccolo aveva dimostrato una particolare attitudine alla precisione e alla velocità. Puntava, sparava, colpiva. Ed era agile come un furetto. Saltava, schizzava, correva. Poi sembrava non aver paura di nulla, né dell’oscurità, né della violenza, tanto meno del dolore. Affrontava ogni cosa con disinvoltura e coraggio, non solo aveva talento ma anche entusiasmo, quasi che nel suo nome ci fosse già racchiusa la sua personalità. Impeto, ardore, significava. Il padre, già guerrigliero, glielo aveva attributo come segno augurale. Il figlio, già soldato bambino, lo aveva assunto come tratto distintivo. E quando sei predestinato anche dal nome che porti è difficile fare altrimenti.

    Seppure a Ghassan non piacesse combattere. Per farsi le ossa andava bene, ma non tanto da rischiare di morire. Lui voleva vivere per uccidere, e non anonimi sul campo di battaglia, ma infedeli condannati dalla Legge di Dio. Il suo impeto e il suo ardore erano rivolti solo alle esecuzioni capitali, quello era il suo vero anelito, diventare un boia, non un soldato e nemmeno un kamikaze. Aveva visto tanti ragazzini, poco più grandi di lui, dichiarare solennemente la loro missione davanti alla telecamera come fosse una promessa da scout e poi lanciarsi invasati con il loro carico di esplosivo facendosi esplodere in mille pezzi. Ma non era roba per lui. Non che non credesse al premio impagabile della gloria di Allah, ma se sacrificava la sua vita in un solo attentato non poteva continuare a stroncarne delle altre. E non avrebbe potuto farlo nemmeno se gli sparavano. Ne aveva visti tanti di ragazzini come lui stramazzare al suolo sotto le raffiche di mitra, oppure saltare per aria sotto una pioggia di bombe. Per non parlare poi di quelli che sopravvivevano mutilati o scempiati, con lo scorno di non servire più a nulla e allo stesso tempo di non essersi guadagnati il paradiso di Allah.

    E Ghassan ce la stava mettendo proprio tutta per raggiungere l’obiettivo. Oltre a sottoporsi a durissimi addestramenti che ne tempravano il corpo e ne manipolavano la mente senza concedere spazio ad alcuna evasione, era anche diventato un campione nei videogame di guerra, o nelle simulazioni di attacco, o ancora nelle distruzioni con armi da fuoco. Passava le ore a giocarci senza mai avvertire la minima differenza tra finzione e realtà, quello che viveva nel video era la stessa cosa di quello che viveva per strada, dopo tutto la playstation era il suo poligono di addestramento, il libro sacro della violenza armata, la guida spirituale del soldato sunnita, se si riusciva a ottenere buoni risultati nel punteggio virtuale, metterlo in pratica era un gioco da ragazzi.

    Eppure non era ancora abbastanza. Poteva essere sufficiente per diventare un buon combattente ma non un vero boia. Per quello ci voleva talento. E lui ce l’aveva, se ne erano accorti anche i suoi addestratori. Ma la strada era lunga, un conto era sparare nel mucchio, un altro era uccidere a sangue freddo con precisione e fermezza. Per quello ci voleva cinismo, brutalità, doti che andavano alimentate attraverso graduali passaggi. E uno di questi era ad esempio distribuire i coltelli ai boia durante un’esecuzione di gruppo. Così Ghassan aveva sfilato colmo di fierezza davanti ai giustizieri allungando a ciascuno di loro l’arma per sgozzare il relativo infedele. Era lui che aveva dispensato lo strumento della morte ed era sempre lui che aveva permesso alla condanna di essere eseguita. Un vero maestro di cerimonia, cui mancava soltanto la licenza di tagliare la gola. Ma sapeva che quella non gliela avrebbero concessa alla sua età, oltre al coraggio ci voleva forza per staccare la testa a un uomo, più facile sparargli alla nuca oppure in fronte, a quello poteva aspirare come massima promozione, se solo avesse dimostrato di esserne all’altezza.

    Nascere femmine vuol dire essere condannate in partenza. Le femmine non sono umane quanto i maschi, sono poco più che oggetti da utilizzare, sfruttare, manipolare, quando non addirittura violare a spregio della loro inferiorità. Non hanno possibilità di emanciparsi, nemmeno nel male. Se sono mandate a combattere è per morire non per diventare eroine, se sono destinate a farsi saltare per aria è per imposizione non per scelta. E soprattutto a nessuna è permesso di eseguire condanne.

    Kubra questo l’aveva sempre saputo. I suoi tredici anni erano sufficienti per averle dato almeno un’idea di quello che le poteva riservare la vita. E tutto sommato si sentiva anche fortunata. Era mussulmana e apparteneva agli Hausa, mentre alle bambine cristiane appartenenti ad altre etnie era andata peggio. Soprattutto se si erano messe in testa di frequentare la scuola. Perché il prezzo al diritto allo studio lo avevano pagato con il rapimento, la prigionia, la violenza, la schiavitù e la morte. Forse un po’ troppo per aspirare a imparare qualcosa. Seppure a Kubra piacesse molto conoscere cose nuove, era curiosa, attenta, intuitiva, ricordava tutto a memoria e apprendeva con grande facilità, ma la legge imposta attraverso il terrore che si stava sempre più diffondendo nel suo territorio non solo le proibiva di studiare, ma le imponeva anche di servire la famiglia e ancor più la comunità con qualsiasi mezzo fosse stato necessario, anche quello più estremo.

    Dunque il suo era un corpo da mettere a servizio, la mente non contava nulla, anzi era di danno, ma Kubra sapeva ragionare e comprendere anche troppo, non a caso la madre, anche lei votata soltanto a riprodurre e ad allevare, sapendo che sarebbe stata solo la prima figlia di una lunga serie, aveva voluto darle un nome che significasse grande, la più anziana, quasi a investirla di un’aura di saggezza fin dalla nascita, nell’intento augurale di proteggerla da possibili abusi cui l’avrebbe destinata il suo sesso. E infatti fin da piccola Kubra aveva mostrato una spiccata personalità, tanto diversa da quella lagnosa e succube delle sue coetanee, e nondimeno tanto appetibile da quelle milizie di guerriglieri che cercavano proprio nella sua stoffa la materia prima da sacrificare.

    Molte bambine erano già state fatte saltare per aria senza che nemmeno se ne rendessero conto. Le spedivano nei mercati con tutto il carico della loro innocenza accompagnato a quello dei candelotti di tritolo nascosti sotto la tunica. Troppo piccole per capire che quelle cinture non erano ornamentali ma esplosive. In questo modo i miliziani si risparmiavano i pianti e le resistenze di quelle bambine che invece conoscevano il loro atroce destino. Con loro il lavoro era più duro, bisognava forzarle, persuaderle, minacciarle, anche perché, diversamente dai maschi, la loro non era una missione ma un compito, non facevano un atto di eroismo ma rendevano un servizio, e soprattutto non potevano fare alcuna dichiarazione alla telecamera, dovevano solo andare al macello con la stessa passività degli animali che venivano usati per l’addestramento. Visto che per le prove la dinamite veniva legata ai polli e per i mercati affollati alle bambine.

    D’altra parte solo loro potevano infilarsi in certi luoghi senza destare sospetti, seppure dopo diversi attentati i controlli erano stati rinforzati e molte bambine erano rimaste inesplose. Ormai infiltrarsi in un mercato era quasi diventato più arduo che espugnare una fortezza, per questo servivano bambine non solo consapevoli e consenzienti, ma anche abili, furbe e soprattutto plagiabili. E una creatura come Kubra era davvero rara, aveva carattere, intelligenza, originalità, insomma tutte le doti per emanciparsi come donna se l’avessero lasciata studiare, e per diventare una perfetta kamikaze se l’avessero addestrata a dovere.

    Di solito erano i genitori che spingevano le figlie al martirio, vedevano in quello un affrancamento alla loro subalternità, meglio sacrificate che abusate. C’era pure chi credeva nella causa religiosa e immolava le proprie figlie alla pulizia etnica. Ma non era il caso dei genitori di Kubra. A loro fu tolta a forza come altre bambine mussulmane destinate allo sterminio delle etnie cristiane. Non bastavano le creature sottratte alle tribù avversarie e mandate a far saltare i loro villaggi, veniva utilizzata anche la propria gente, sangue del proprio sangue, più indottrinabile e nondimeno incline al lavaggio del cervello.

    Così Kubra, durante una cerimonia religiosa cui partecipavano tutti i suoi familiari, era stata brutalmente rapita insieme alle sue sorelline e portata in un bunker isolato dove si addestravano i combattenti. Da lì non era più uscita, non aveva più visto genitori o fratelli, né la propria casa o il proprio villaggio. In compenso era sprofondata in un mondo d’orrore. Era stata sottoposta a sevizie, abusi, violenze, anche da più miliziani insieme, le avevano insegnato a sparare, a tirare le bombe, a osservare gli altri morire. Non c’erano più segreti per lei, nell’arte della guerra come in quella dell’odio, avevano modellato la sua personalità con sapienza e lungimiranza, sfruttando le sue doti per farne un’arma umana esemplare, capace di essere da sprone anche alle altre.

    Kubra era sopravvissuta grazie alla sua intelligenza che le aveva permesso di affrontare tutto quello che le capitava senza soccombervi. Viveva la realtà come un incubo e pensava che proprio sacrificandosi si sarebbe potuta destare. Vedeva la morte come una liberazione, un premio tanto agognato che l’avrebbe riscattata dall’abominio in cui era precipitata. Libertà personale e salvezza eterna, fuga dalla prigionia e slancio ultraterreno convivevano per lei sullo stesso piano, mescolando abnegazione e rifiuto, esaltazione e difesa, dubbio e rivalsa.

    Il Sarin è un gas che aggredisce direttamente il sistema nervoso centrale. Inizialmente provoca difficoltà respiratorie e contrazione delle pupille con graduale perdita della vista. Da lì a poco si manifestano nausea, vomito e perdita di feci e urina. Successivamente sopraggiungono convulsioni diffuse a tutta la muscolatura con spasmi improvvisi e tremori incontrollati. In ultimo subentra uno stato comatoso con paralisi diffusa, seguita da una morte atroce per soffocamento.

    Lo spettacolo era insostenibile. Tutte persone riverse per terra che vomitavano, tremavano, asfissiavano senza riuscire più a controllare funzioni e movimenti. Si cercava di lavarli da schiuma e diarrea con potenti getti d’acqua e di aiutarli a respirare con maschere d’ossigeno, ma per molti di loro non c’era più nulla da fare. Alcuni urlavano e si agitavano terrorizzati, coprendosi la faccia con le mani in preda al panico, senza capire cosa stesse accadendo. Quelli che non avevano inalato troppo gas da morirne sopravvivevano con forti danni neurologici. Ma soprattutto erano i bambini ad essere più spaventati e anche più vulnerabili, i loro corpicini soccombevano uno dopo l’altro senza che li si potesse più richiamare in vita. Intanto i cadaveri giacevano allineati dentro stanze spoglie in cui ci si poteva aggirare solo scavalcando corpi piccoli e grandi, nudi e coperti, dai volti lividi e gonfi, mostruosamente deformati dall’asfissia. Decine e decine di morti integri che in superficie non riportavano nemmeno un graffio, ma dentro avevano gli organi devastati dai micidiali effetti chimici. E tutto intorno regnava paura, sgomento, disperazione.

     A Maisa però era sempre piaciuto correre. Appena poteva lo faceva, anche se non aveva modo di muoversi molto, non le era concesso andare in giro da sola, veniva sempre accompagnata da qualcuno e guardata a vista, ma a volte riusciva a divincolarsi e a fuggire via come una lepre, era difficile riacchiapparla e quando ci si riusciva si era troppo esausti per punirla. Per giunta la sua vivacità era così contagiosa che finiva col mettere tutti di buon umore, a dispetto del mondo in cui viveva era allegra, spensierata, persino sicura di sé. I suoi genitori erano persuasi che non avrebbe avuto grandi problemi nella vita, in ogni caso se la sarebbe cavata anche nelle difficoltà, d’altra parte era scritto nel significato del nome che le avevano dato, colei che cammina con fierezza, e già lo dimostrava nel carattere, nella vitalità, erano certi che avrebbe fatto tanta strada e non la fine di molte bambine destinate a soccombere a una vita di stenti e di sacrifici.

    Infatti quella notte Maisa di strada ne aveva fatta tanta e pure di corsa, inciampando, cadendo a terra e rialzandosi a fatica per l’aria che sentiva mancarle, strozzata da affilati colpi di tosse che le facevano sputare bava, afflitta da un accecante bruciore agli occhi da cui lacrimava acido, si aggrappava a quello che poteva e arrancava verso uno spazio altro, non sapeva nemmeno lei dove ma lontano da quegli umori pestilenziali che si respiravano ovunque, non poteva morire così senza capire, sentiva solo crescere dentro di sé l’energia che la strappava alla morte.

    E non era morta Maisa sotto l’attacco chimico, aveva trovato scampo grazie all’agilità delle sue gambe e alla tempra del suo carattere, non si era lasciata prendere dal panico, aveva trovato altrove l’aria da respirare e la luce per rivedere. Era sfinita, scioccata, intossicata ma viva, viva come però non lo erano più i suoi fratellini, più deboli di lei, come non lo erano più i suoi genitori, più lenti di lei, come non lo erano più i suoi zii, i suoi cugini, i suoi vicini di casa che avevano avuto il pudore di arrendersi a una morte tossica piuttosto che l’insolenza di preferire un altro destino.

    Perché quello che attendeva Maisa era forse peggiore della morte stessa. Neanche dodici anni, orfana, apolide, nemica alla sua terra, perseguitata da gente del suo stesso credo ma di un altro orientamento, vittima tanto dei ribelli quanto dei terroristi, “gasata” dagli uni come dagli altri in una reciproca accusa di responsabilità, ignara sciita sotto un fuoco incrociato, cui rimaneva solo l’esilio come unica salvezza. Così si era trovata tra centinaia di profughi che migravano verso la costa, nel tentativo di raggiungere il mare e prendere il largo verso terre meno tribali. Ma molti erano stati uccisi in scontri lungo il cammino, altri erano stati respinti alle frontiere dei paesi vicini, altri ancora avevano trovato rifugio in sconfinate tendopoli dove era facile ammalarsi e morire.

    In verità Maisa non aveva avuto nemmeno il tempo di capire cosa le era accaduto, quanti familiari aveva perso e come se la sarebbe cavata, era stata solo raccolta da alcune persone che l’avevano vista vagare come un fantasma e condotta con loro in qualche posto lontano da lì. E così invece di correre libera si era ritrovata a vagare raminga, invece di fare salti spericolati si era ritrovata a calpestare la polvere, coprendo infinite distanze a piedi o con mezzi di fortuna, attraverso il deserto, in mezzo a colline, lungo i fiumi, dentro i villaggi. Ma non si era mai sentiva davvero sola. Aveva incontrato lungo il cammino altri bambini che come lei avevano perso tutto e altri grandi che con le poche forze rimaste li avevano presi in custodia, tanto da sentirsi in una sorta di famiglia allargata in cui non c’erano legami di parentela ma di solidarietà, non c’erano regole o divieti ma strategie di sopravvivenza, nell’unico intento di affermare il diritto alla vita.

     Cosa vuol dire essere cristiano in uno Stato a stragrande maggioranza mussulmana. Cosa vuol dire credere in Cristo in un’etnia in cui quasi tutti credono in Maometto. Cosa vuol dire istruirsi e andare a scuola in un luogo dove farlo è un abominio. Cosa vuol dire rimanere fedeli al proprio credo quando ti incendiano le case e ti mitragliano addosso. Cosa vuol dire essere messi a morte per adulterio, per omosessualità, per omicidio di un mussulmano o per aver bestemmiato Allah.

     Chi era riuscito a sopravvivere a bombardamenti, incendi, saccheggi, rapimenti, violenze e uccisioni di massa ne sapeva qualcosa. Ma soprattutto sapeva che c’erano poche alternative. Spesso i contrattacchi dell’esercito erano persino più efferati e comunque non risolvevano il problema. Anche la fuga non dava salvezza perché i terroristi erano capaci di inseguire chiunque in mezzo al deserto, dentro una foresta, in cima a una montagna, sulle isole di un lago, per trucidarlo poi senza pietà. In un miscuglio diabolico di crudeltà e ferocia in grado di fare più danni di un’arma chimica.

    Uzochi apparteneva all’etnia degli Igbo e credeva nella Santissima Trinità. Tuttavia aveva avuto la sfortuna di non risiedere presso il delta del Niger ma nei pressi del lago Ciad dove un’atroce pulizia etnica stava spazzando via tutti i cristiani. I suoi dodici anni e mezzo non lo aiutavano molto a farsi un’idea di cosa stesse accadendo, era un ragazzino schivo, ombroso, taciturno, non si lasciava avvicinare da nessuno e tendeva a stare ore per conto suo a fissare qualcosa nel vuoto senza tradire alcuna emozione. All’inizio i genitori avevano cercato di capire cosa avesse ma poi avevano lasciato perdere, troppo presi dal lavoro nei campi e dal tirar su altri figlioli. In realtà non si erano accorti che Uzochi viveva in un suo mondo di fantasia, immaginava cose che non esistevano, animava oggetti di vario genere e parlava da solo senza lasciar intendere cosa dicesse. Inoltre non sembrava interessato ad altro che a quello che inventava, non amava correre, né giocare, né tanto mano stare in compagnia, non aveva doti particolari e nemmeno curiosità, anzi si distraeva facilmente e non ricordava quasi mai niente.

     Ma sembrava che anche per lui il destino fosse già scritto nel suo nome, che significava appunto la strada di Dio, ovvero quella che avrebbe percorso per ritrovarsi nella beatitudine eterna. Invece senza nemmeno muoversi dal suo posto in breve tempo si era ritrovato all’inferno. Quello vero però, dove si è avvolti dalle fiamme e torturati dai demoni.

    Si dice il sonno dei giusti. Quello che dormono i bambini nei loro letti ancora ignari del male del mondo. Quel sonno era stato distolto dalle urla forsennate di chi scappava via e dalle fiamme abbaglianti che avvampavano ovunque. Uzochi era passato in un istante dalla fantasia del suo sogno all’incubo della veglia senza avere il tempo di cogliere il passaggio, ma non aveva modo di fermarsi a riflettere, il calore del fuoco e la mancanza d’aria lo spingevano a trovare una via di fuga, giù per le scale, in mezzo alla strada. Solo che sotto non c’era un villaggio ma l’apocalisse. Le lingue di fuoco serpeggiavano attraverso porte, finestre, ovunque potessero infiltrarsi, rinfocolandosi a contatto col legno, con i tessuti e quanto mai con i corpi che in un soffio si trasformavano in torce umane. Ma il supplizio non finiva nel rogo collettivo, qualcuno riusciva pure a scappare, ma non appena usciva allo scoperto veniva falciato da una mitraglia. Chi non soccombeva arso vivo veniva abbattuto come un birillo oppure, in una variante del tutto estemporanea, sgozzato sul posto se capitava alla portata di qualche arma bianca.

    Ci sono casi in cui ti salvi perché scappi, altri perché non lo fai. Uzochi era goffo, maldestro, di fronte all’inferno si era paralizzato. Nemmeno tutta la sua fantasia lo avrebbe aiutato a immaginare qualcosa da fare. Quello che aveva davanti trascendeva la sua capacità di reazione e l’unico modo di cancellarlo era quello di ricacciarsi nel sonno. Solo che non l’avrebbe mai recuperato tra le fiamme e le urla, poteva però tentare di recuperare il buio e il silenzio. Sapeva che nel retro del suo edificio c’era un passaggio che portava a un vecchio magazzino di ferro contenente arnesi per il lavoro. Quasi per istinto invece di farsi stanare come una preda impazzita, vi si era cacciato dentro spingendosi fino a un angolo dove il fumo non arrivava nemmeno a bruciare l’aria. Vi si era accucciato strizzando gli occhi, tappandosi le orecchie e intonando una litania che come un mantra lo aveva accompagnato dentro una fantasia in cui era sparito tutto quello che c’era intorno.

    Quanto era tornato alla realtà non c’era più nulla che la rendesse riconoscibile, ma solo case distrutte, corpi bruciati, strade deserte. Solo allora Uzochi si era messo in cammino, con lo sguardo sbarrato nel vuoto come in uno stato di ipnosi, senza che distruzione, miseria, disperazione riuscissero minimamente a turbarlo. Era andato avanti così per qualche tempo finché non aveva raggiunto altri profughi scampati alle stragi che stavano per attraversare l’immenso bacino del lago Ciad nell’intento di raggiungere il deserto e intraprendere una traversata che li potesse sottrarre all’ombra lunga dei terroristi. Sempre muovendosi come un automa si era unito a loro senza rendersi conto che il vero orrore doveva ancora incominciare.

    Quattro uomini sistemati dentro un’automobile in mezzo a una radura con le mani legate dietro la schiena. Alcuni colpi sparati a distanza che fanno esplodere la vettura trasformandola in un rogo chiuso tra le lamiere. Urla atroci dei passeggeri che vengono ripresi da vicino mentre si dibattono sui loro posti, carbonizzandosi nell’abitacolo. Altri quattro uomini rinchiusi in piedi dentro una gabbia che viene calata lentamente dentro un bacino d’acqua. Riprese subacquee del loro contorcersi tra le sbarre con grida soffocate dal liquido che entra nei polmoni finché non annegano. Di nuovo la gabbia che sempre lentamente viene sollevata dall’acqua mostrando il suo carico di corpi rigurgitanti schiuma e ancora agonizzanti. Altri sette uomini in ginocchio uno a fianco all’altro legati tra loro da un cavo elettrico che passa intorno al collo di ognuno. Un detonatore a distanza che fa schizzare per aria le teste disanimando in un soffio i corpi. Riprese in primo piano dei volti deformati dall’esplosione che mostrano occhi strabuzzati e lingue fuoriuscite.

    Non erano fumetti horror quelli che leggeva Ghassan, ma video sofisticati che rivedeva a più riprese studiandone tutti i particolari. Il suo corano quotidiano, per immedesimarsi al meglio che poteva nello spirito più idoneo alle esecuzioni capitali. Perché il momento fatidico ormai era arrivato. Finalmente era stato prescelto per giustiziare una spia israeliana a servizio del Mossad, con tanto di ripresa multipla e colonna sonora.

    Una radura desolata, qualche arbusto sullo sfondo, la bandiera nera da una parte, il prigioniero inginocchiato con le mani legate, il soldato in mimetica che pronuncia la sentenza. Concentrato, impassibile, Ghassan attendeva il suo momento accanto al soldato, guardando dritto davanti a sé e stringendo nel pugno la grossa pistola che aveva ricevuto in dotazione. La sua unica ansia era quella di tradire esitazione, insicurezza, deludendo le aspettative dei suoi maestri e vanificando il suo sogno di diventare un valoroso mujaheddin. Invece senza il minimo tremore aveva puntato l’arma proprio in faccia alla vittima e in un solo colpo, preciso, perfetto, gli aveva bucato il cervello. Poi, sempre con assoluto distacco, aveva esploso un altro proiettile nel petto del cadavere come un tocco superfluo a firma dell’impresa. In ultimo aveva puntato lo sguardo in macchina, aveva esultato col braccio alzato e si era messo in posa a testa alta per l’ultima inquadratura.

    Aveva superato così il suo battesimo della morte. Era riuscito a sottrarre la vita con professionalità, come fosse un collaudato esperto piuttosto che un neofita di primo pelo. Tanto che il secondo mandato non aveva tardato a ripresentarsi. Ma stavolta non si trattava di un’esecuzione singola, bensì doppia. Gli infedeli da abbattere erano due, per giunta spie russe, dunque ancora più diaboliche. Con la sua consueta imperturbabilità, lo sguardo fisso sui prigionieri in ginocchio di spalle, al termine della sentenza Ghassan aveva stretto la pistola con entrambe le mani e a braccia tese aveva sparato prima all’uno e poi all’altro dritto alla nuca, osservando con disinvoltura i corpi crollare a terra. Poi si era avvicinato di qualche passo e aveva di nuovo infierito con due inutili colpi di grazia. Infine aveva scavalcato i cadaveri e si era allontanato lasciando il vuoto dietro di sé. Il suo ormai era diventato un mestiere e non si compiaceva nemmeno per l’atto eroico.

    Piuttosto mirava ad arrivare ancora più in alto. È come quando provi una droga e poi, quando ti sei assuefatto, vuoi tentare qualcosa di più forte. Uccidere una o due persone alla volta era un buon esercizio, ma non dava grandi emozioni. Ci volevano più vittime insieme per creare una maggiore tensione e soprattutto un più suggestivo spettacolo. Infatti Ghassan non si stancava mai di rivedere le esecuzioni di massa filmate in riva al mare o in mezzo al deserto, con la doppia fila degli infedeli in tuta arancione e dei giustizieri incappucciati di nero che marciavano ognuno accanto all’altro fino ad arrivare in un punto in cui i prigionieri si inginocchiavano e i soldati sguainavano i loro coltelli, per poi procedere allo sgozzamento seriale in una perfetta sincronia di gesti.

    Far parte di un insieme, desiderava Ghassan, essere iscritto in un disegno più ampio, interpretare un ruolo all’interno di un evento complesso che aveva una propria regia, un movimento concertato, un paesaggio di sfondo e una sofisticata ripresa con tanto di dolly, zoom, primi piani e panoramica. Ma sopra ogni cosa vagheggiava di esibirsi davanti a centinaia di persone in un luogo in cui si erano già celebrate alcune esemplari esecuzioni di massa. Quel solenne anfiteatro romano fronteggiato da un colonnato perfettamente integro nel cuore della città di Palmira.

    C’è nel fondo dell’infanzia qualcosa di inviolabile che è impossibile alterare. Come un mondo parallelo che non si lascia raggiungere da alcuna nefandezza. Un fortilizio nel cuore dell’indole infantile impermeabile a ogni contaminazione. Ci sono bambini che sono riusciti a sopravvivere ai campi di sterminio senza perdere se stessi. Come se il confronto tra la massima espressione dell’innocenza e il massimo crimine contro l’umanità potesse creare una sorta di cortocircuito. Così indurre un bambino a fare qualcosa contro natura come togliersi la vita lo può spingere su un piano diverso dalla realtà, in una dimensione tutta sua in cui fantastica di essere uno spirito, un fantasma, un super eroe, capace di rigenerarsi in qualcos’altro e vanificare tutto quello che sta vivendo.

    Tanto che Kubra era diventata bravissima a immaginarsi altrove. A credersi qualcos’altro di quello che era. E soprattutto a proiettarsi verso quell’oltre cui era destinata e che pure non arrivava mai. In omaggio al suo nome faceva la “grande” del gruppo, cercava di confortare altre bambine più piccole, di rincuorarle dal loro sconforto, di motivarle nella loro missione, sempre però con la testa da un’altra parte, come fosse divisa. Perché la sua integrità era riuscita a conservarla solo dissociandosi. Quel corpo abusato non era il suo, quella mente manipolata non era la sua, si sentiva estranea a se stessa, seppure un esempio per le altre, tutta tesa ad assolvere quel compito che avvertiva ormai come imminente, si trattava solo di aspettare il momento.

     E quello era arrivato. Aveva indossato la sua cintura esplosiva come fosse un gioiello prezioso e lo aveva nascosto con cura sotto la tunica senza lasciar intravedere ingombri sospetti. Era stata agile nelle mosse, leggera nel passo, tanto che all’ingresso del mercato dove si sarebbe disintegrata non aveva destato dubbi ed era riuscita a passare. Ma quel suo girovagare ispirato e distratto non era da mortale bensì già da morta e prima che si potesse liberare dal proprio peso le erano piombati addosso strappandole dalla vita il suo lasciapassare per la salvezza. Affranta, interdetta, umiliata se n’era andata con la coda tra le gambe come se l’avesse fatta davvero grossa, indegna non solo del proprio ruolo ma anche del proprio riscatto.

    Se è difficile elaborare la possibilità di uccidersi, figuriamoci il fallimento. Kubra non si sentiva nemmeno più in quell’altrove che non era stata capace di guadagnarsi, semplicemente non era più, seppure ancora esisteva, non era lei né qualcos’altro, seppure aveva ancora un corpo che le dava solo dolore. Ma le bambine inesplose dovevano essere riciclate subito oppure soppresse. Kubra era un pezzo troppo pregiato per essere soppresso senza un’utilità, per cui le assegnarono un nuovo obiettivo. Sempre un mercato dove più ampia poteva esser la strage, ma meno piantonato da soldati nemici. Difatti Kubra vi era entrata senza grandi difficoltà e aveva anche rischiato di morirci davvero, ma non per il tritolo, piuttosto per la scarica di violenza che le si era abbattuta addosso non appena avevano neutralizzato il suo carico. Perché stavolta i controllori erano dentro, non fuori, erano mercenari, non miliziani governativi, ed erano armati di mazze, non di pistole per minacciare.

    Se l’avessero lasciata morire lì per terra le avrebbero fatto senz’altro un gran regalo, ma Kubra aveva la stoffa della suicida non della vittima, per cui fu di nuovo recuperata per un altro sacrificio. Stavolta però era stata decisa una destinazione diversa e l’operazione doveva essere addirittura multipla. Fosse stato per Kubra si sarebbe lasciata morire senza altra finalità, ormai era incapace di immaginarsi in alcun posto, non capiva perché doveva morire se poi non ci riusciva, pensava davvero di non essere all’altezza. Ma i suoi addestratori non intendevano sprecarla e furono così abili da spingerla a capo di altre quattro bambine con le quali doveva mescolarsi tra i fedeli in una moschea durante la preghiera della sera e lì liberarsi, in un solo momento, del fardello di un corpo e dell’illusone di un’anima.

    Ci aveva impiegato qualche settimana ma l’idea di dirigere un gruppo l’aveva di nuovo motivata anche a morire. Notte e giorno faceva le prove con le altre bambine per sembrare una vera credente raccolta in preghiera, nella moschea era più facile confondersi tra altri fedeli e non essere raggiunta dai soldati come al mercato, inoltre questa volta non era sola, c’erano altre vite oltre la sua ad essere immolate alla causa e l’idea di fare il capo del gruppo le dava un senso di responsabilità, come se dovesse rispondere non solo della propria morte, ma anche di quella altrui. Dopo tutto poco importava se le vittime dell’attentato erano mussulmani come lei o se la strage la si faceva in nome dello stesso Dio, lei era una guerriera al servizio dei terroristi, una creatura venuta al mondo per togliere altri dal mondo, un’arma vivente programmata per neutralizzarsi insieme al proprio obiettivo. Tutto stava nel coordinare al meglio le bombe umane.

    Quando i raggi del sole non riescono a penetrare i tortuosi vicoli di una baraccopoli, quando lo stato pietoso delle fognature rende i cunicoli untuosi e mefitici, quando dal groviglio di cavi elettrici che sovrasta il campo pendono fasce pericolose, quando l’unico mobilio delle catapecchie è un mucchio di materassi umidi coperti di muffa, quando le epidemie dilagano come un cancro senza che ci siano antidoti per fermarle, quando su miseria, trauma, desolazione non piovono medicinali o alimenti ma bombe.

     Un tetto di fili scoperti su vicoli fetidi era diventata la nuova casa di Maisa. Un labirinto oscuro di pianti, vomiti, rifiuti, dove la solidarietà aveva lasciato il posto allo squallore, la speranza era stata sopraffatta dalla rovina e la dignità si era spenta nelle pieghe dell’indigenza. Una tale densità di dolore da rendere desiderabile persino l’evasione da quel rifugio, ridotto a costrizione miasmatica, tomba per i più deboli e tortura per i più forti, che isolava anziché proteggere, costringeva all’immobilismo anziché agevolare l’inserimento.

    Rifugiati, profughi, sfollati erano tutti uguali in questi grandi campi di diseredati, non c’era alcuna differenza tra chi poteva essere accolto e chi doveva essere respinto, nessuno aveva più diritti di altri ma solo limiti e paure, con il mare da una parte che inghiottiva solo cadaveri e le montagne dall’altra che disperdevano i perseguitati. Eppure la speranza di salvezza era fuori da quelle immense prigioni a cielo aperto, era nel mare, era tra i monti, era lungo le strade e le ferrovie, che portavano altrove, distante da là, in luoghi non ancora raggiunti da guerra e terrore.

      Per questo dopo estenuanti settimane di degrado e squallore Maisa, con la sua famiglia allargata e altri migranti, aveva abbandonato il campo in cui era finita e aveva intrapreso una vera e propria transumanza, attraversando territori depredati e villaggi fantasma, sfuggendo ad attacchi proditorii e a blocchi di frontiera, spingendosi attraverso la penisola turca fino a sconfinare in Grecia e poi in Macedonia, con l’infaticabile energia dei suoi anni, la leggera fierezza del suo passo e l’incredulità tutta infantile del perché fosse così tanto difficile trovare un varco per salvarsi quando si era riusciti a non morire sotto l’attacco del gas.

     Maisa era una sopravvissuta, ma nel suo immaginario non si sentiva una vittima bensì un’eroina, era sfuggita alla morte perché era riuscita ad essere più veloce della sua diffusione, aveva battuto sul tempo l’onda letale del gas, guadagnando sul campo il suo diritto alla vita, per cui doveva essere premiata, non penalizzata, il gioco è così, chi vince merita il plauso non una punizione, dunque perché non l’accoglievano con tutti gli onori? Perché la confinavano dentro tuguri puzzolenti o la respingevano con i fucili puntati? Aveva visto uomini malmenati appena avevano cercato di forzare i blocchi, donne incinte ignorate appena avevano chiesto un po’ d’acqua e di cibo, bambini ricacciati indietro appena si erano avvicinati alle file dei soldati. Insomma un fronteggiarsi grottesco tra militari e miserabili, baionette e stracci, durezza e disperazione, in cui ogni cosa perdeva senso, soprattutto agli occhi di Maisa incapace di intendere un mondo tanto ostile fuori dalla guerra, che invece di stenderle un bel tappeto sotto i piedi le sbarrava il passo con la forza.

    Così si era lasciata condurre dal flusso della massa lungo percorsi che cercavano di trovare sponde per passare oltre, attraverso Paesi non più in guerra ma ancora instabili, risalendo lunga la Serbia, la Bosnia, fino alla Slovenia, per poi arretrare di fronte ai margini del mondo evoluto, democratico, benestante, che iniziava ad alzare le sue cortine per saturazione, per autotutela, per paura, oltre le quali era impossibile trovare asilo, si poteva solo ripiegare verso sud, lungo la Croazia e poi ancora l’Albania, per ritrovarsi ancora una volta in Grecia di fronte al mare.

    Maisa non pensava che una volta uscita da casa sua non si sarebbe più fermata. Quando la portavano a spasso non sarebbe mai più voluta rientrare, detestava stare chiusa dentro le quattro mura e non vedeva l’ora di tornare all’aria aperta. Ora però quel peregrinare forzato aveva reso stentoreo anche il suo cammino, non correva più, ancor meno saltava, si trascinava solo lungo una strada che non portava da nessuna parte. Era allora che aveva pensato di aver sbagliato a scappare, se fosse restata in casa con genitori e fratelli a quest’ora sarebbe in qualche posto con loro e non a stremarsi per trovare un rifugio. E invece le toccava andare avanti, anche in senso contrario rispetto alla meta, solo per trovare uno sbocco che nessuno le apriva.

     E ora aveva davanti il mare. Quel mare che le faceva tanta paura perché così poco conosceva. Quel mare che aveva evitato di affrontare a costo di stare dentro orribili tuguri. Quel mare che aveva rigettato sulle spiagge i corpicini esanimi di tanti bambini come lei. Quel mare che ora appariva l’unica via d’uscita per approdare su qualche isola che potesse fare da ponte per altre terre. Un sogno pieno di timori, una speranza colma di pericoli, una possibilità senza alternativa.

     Se un rifugio diventa una prigione, se l’acqua non salva ma isola, se il blu si tinge di rosso, se si scampa alle fiamme ma non alle mitraglie, se ci si trova accerchiati anziché liberi, se le fronde non coprono ma ostacolano, se tutto si riduce a dove morire, nel lago o nella foresta, annegati o dissanguati, allora rimane poco margine anche alla fantasia, a quel mondo parallelo che si potrebbe vagheggiare se solo si intuisse uno spiraglio di salvezza. Ma quando si finisce dentro un labirinto in cui a ogni svolta c’è la morte allora non rimane che fermarsi e attendere quale fine tocca in sorte.

    Eppure Uzochi era destinato a percorrere una strada, quella scritta nel suo nome, che portava altrove, non poteva rimanere intrappolato su qualche isolotto in mezzo al lago, né poteva essere raggiunto dalle scariche di proiettili o dalle lame dei pugnali, non poteva nemmeno affogare nell’acqua dopo essersi salvato dal fuoco, né poteva soccombere dentro la foresta sotto altri colpi nemici. Perché ai miliziani non bastava cacciare i cristiani dalle loro terre, volevano raggiungerli ovunque fuggissero, sterminandoli lunghe le coste del lago, stanandoli nelle isole disseminate nell’acqua, inseguendoli persino dentro le foreste vicine, dove difficilmente avrebbero trovato uno sbocco, per falciarli con altre raffiche e lasciarli morire nella loro pozza di sangue.

     E Uzochi aveva visto i cadaveri lungo le coste, sopra gli isolotti, a galla nell’acqua, la traversata del lago si era tradotta in una carneficina, alcuni erano riusciti a raggiungere le rive che confinavano con i boschi ma poi da lì dentro non erano più usciti. Altri invece si erano spinti verso le sponde che portavano al deserto, dove non c’era vegetazione per nascondersi ma almeno la speranza di essere accolti in qualche campo per rifugiati. E a Uzochi era toccata questa sorte, non certo perché l’avesse scelta, forse in cuor suo avrebbe preferito affogare nel lago o essere ucciso nel bosco, senza casa né famiglia non aveva senso andare in nessun luogo, nemmeno in uno dettato dalla fantasia, a che sarebbe servito poi? Per salvarsi da cosa? Se tanto ovunque andava si sentiva addosso la morte.

    Cosicché, sopravvissuto all’incendio del villaggio, all’assedio nel lago, con un manipolo di fuggiaschi si era ritrovato a vagare in un mare di sabbia avendo come orientamento solo le stelle. Quelle stesse stelle che amava tanto osservare dalla finestra della sua stanza e che gli suggerivano nuove idee per le sue fantasie, quelle stesse stelle che ora gli sembravano estranee, se non ostili, da cui percepiva non più ispirazione ma solo inquietudine.

      A bordo di camion stracolmi Uzochi aveva attraversato distese sconfinate prima di raggiungere gli accampamenti in cui si raccoglievano varie etnie di profughi. Spesso non riuscivano a comunicare perché parlavano lingue diverse, anche i culti che professavano non erano mai gli stessi, l’eterogeneità di dialetti e di religioni rendevano ancora più difficile una convivenza già minata dalla scarsezza dei viveri e dalla carenza di igiene.

     Ma le soste nei campi di accoglienza non duravano molto. Erano tappe di passaggio per andare oltre. Si risaliva il deserto con lo stesso afflato di un naufrago che cerca di guadagnarsi la terraferma, perché il Sahara poteva essere anche peggio di un oceano, le tempeste di sabbia erano ancora più devastanti di quelle marine, persino le alluvioni in quelle latitudini non lasciavano più traccia di quello che travolgevano. Scampato alla ferocia dei terroristi Uzochi si era ritrovato a combattere con forze della natura che non aveva mai visto prima di allora, nell’unico intento di raggiungere un altro mare, ma fatto d’acqua, oltre il quale gli avevano raccontato che ci sarebbe stato un mondo diverso ad accoglierlo, senza più fucili, né pugnali, né bombe.

     Ma Uzochi non riusciva a immaginarlo nemmeno con tutta la sua fantasia un mondo così. Andava avanti solo perché lo spingeva il gruppo, quasi per inerzia, come tutti quei bambini soli che seguono altri adulti senza sentire di appartenere a nessuno, alla stregua di animali sperduti che vanno appresso a chi gli dà da mangiare senza mai affezionarsi. E dopo interminabili traversate a piedi o su camion stipati fino a scoppiare, dopo essersi lasciato alle spalle i cadaveri di tutti quelli che non ce l’avevano fatta, Uzochi era sconfinato in un altro Paese ancora più devastato dalla caduta del regime e dall’anarchia dilagante, che non accoglieva gli stranieri provenienti dal deserto, ma vi mandava a morire i propri connazionali.

     Toccava allora rifugiarsi in nuovi campi per quelli che anelavano a passare il mare, disposti a fare ogni tipo di lavoro pur di racimolare altri soldi e pagare gli scafisti, spietati caronti pronti a prendersi anche l’anima senza neanche garantire la salvezza del corpo. Uzochi ormai non contava più i giorni e nemmeno le notti, aveva perso il senso del tempo, si sentiva dentro un mondo che non gli apparteneva più, estraneo anche a se stesso, fino ad allora aveva visto solo morte e deserto, non credeva ci potesse essere qualcosa di diverso, non gli importava neanche di immaginarlo.

    Ma quando arrivò il momento di imbarcarsi rimase impietrito di fronte al mare. Non lo aveva mai visto prima. Vivendo a nord del suo Paese non si era mai affacciato nemmeno all’oceano. E seppure era sopravvissuto alla traversata del deserto quell’elemento incognito gli faceva ancor più paura. Soprattutto lo spaventavano le onde gonfie che si frangevano contro gli scogli e i barconi stracolmi che cercavano di prendere il largo. In fondo a essere schiacciato da tante persone era abituato, ma sui camion che viaggiavano sopra la sabbia, non su zattere malferme che dovevano solcare superfici agitate. Solo che ormai era quasi buio, bisognava partire, quella era la loro occasione. In una cordata di braccia i ragazzini venivano passati come borsoni per essere calati dentro le stive. Uzochi era salito a bordo tra gli ultimi e per un pelo, invece di finire sottocoperta, si era ritrovato incastrato tra più adulti sul ponte di prua.

    Al centro della scena campeggia un’enorme bandiera nera con una scritta bianca. Dai due varchi laterali escono venticinque soldati siriani in uniforme militare che si dispongono su un’unica fila volgendo le spalle al colonnato. Vengono fatti inginocchiare di fronte a un pubblico attonito di uomini, donne e anche bambini che affolla le gradinate della cavea. Nell’area del coro scorrono due file di ragazzini in tuta mimetica e bandana in testa armati di pistola, mentre un canto sacro li accompagna fin sopra la scena. Si schierano dietro i soldati inginocchiati, ognuno ha il proprio condannato, e restano in ascolto della sentenza pronunciata da un miliziano. Tra questi c’è Ghassan. Pazzo di gioia, non sta più nella pelle. Ce l’ha fatta. Proprio nel teatro di Palmira. È il più piccolo dei giustizieri. Sente la pistola scivolargli nella mano sudata. La stringe forte, quasi avesse paura di perderla. Cerca di concentrarsi sulla nuca del suo soldato, ma si sente addosso tutti gli occhi del pubblico. Eppure non è solo, avverte la tensione degli altri ragazzini accanto a lui che devono sparare. Questo gli dà forza, si sente appartenere a un grande spettacolo che viene immortalato da tante cineprese. Una panoramica sul pubblico che scorre lungo tutto l’anfiteatro, un campo lunghissimo sul proscenio che ritrae i soldati e i loro aguzzini, un dolly che sale sopra le teste degli spettatori e riprende l’esecuzione dall’alto. Poi l’esplosione di venticinque colpi, il crollo dei corpi a terra, l’esplosione di altri colpi sui cadaveri, le braccia alzate dei boia che urlano in coro.

      La moschea è gremita di gente in attesa della preghiera della sera nell’ultimo giorno di ramadan. A Maiduguri c’è aria di festa, molte persone sono accorse da tutte le parti e affollano l’intera piazza. L’atmosfera è tranquilla, non ci sono soldati in giro, bambini festosi si rincorrono tra loro gridando di gioia. Tra questi ci sono cinque bambine che tuttavia non ridono, non corrono, non strillano. Stanno in silenzio guardandosi intorno. Indossano lunghe tuniche che rimangono morbide intorno alla vita. Una di loro si apre un varco in mezzo alla folla e conduce le altre fin sotto la moschea. È Kubra che appare a suo agio, ma dentro si sente morire. Non tanto perché teme di fallire, quanto perché sa che può essere la volta buona. E ha paura, una dannatissima paura. Perché non vuole morire, almeno non più. Vorrebbe scappare o mettersi a piangere, ma sa che non può perché la farebbero comunque saltare per aria. Allora per farsi forza pensa a tutto quello che le hanno detto. Al bellissimo posto che l’attende, allo splendido premio che si è meritata, a tutti quelli che potrà incontrare laggiù, alle sorelline uccise che l’aspettano da tempo, ai genitori che la potranno raggiungere in seguito, alla pace infinita che la libererà da ogni forma di violenza e di schiavitù. Così ritorna nella sua parte, spinge le altre compagne a confondersi in mezzo ai fedeli, si trova un angolo tutto suo e attende la fine. Ma piange, non ce la fa. Vorrebbe sparire da quel posto e ritrovarsi altrove. E sparisce, disintegrata in un’infinità di brandelli, ma un altrove non lo trova.

     Salpa da Patrasso un grosso peschereccio rigurgitante corpi umani. È così zeppo che la gente si sente male, soffoca, vomita, sviene, non solo manca acqua e cibo ma anche aria, soprattutto a quelli che sono stipati all’interno. Gli altri in coperta sono talmente ammassati che non riescono a muoversi, rischiano di schiacciarsi a vicenda, quando non di cadere in mare se si trovano troppo a ridosso dei bordi. Il carico raccoglie superstiti di naufragi nel mar Egeo, iracheni, siriani, libanesi che hanno già navigato per giorni e giorni, e altri profughi scesi dai Balcani per trovare nel mare una via di salvezza. Maisa è tra loro. È finita in un angolo del vano di poppa insieme a tanti altri migranti che rendono difficilissime anche le manovre più elementari. Nel marasma dell’imbarco ha perso di vista le persone cui si era legata durante le sue interminabili camminate e si ritrova stretta a gente del tutto estranea. Non ha altri pensieri che sperare di rimettere i piedi sulla terraferma e riprendere a camminare, per spingersi il più lontano possibile da quell’abisso che inghiotte tutto. Ma durante la notte il vento si alza e agita le acque sulle quali stanno scivolando centinaia di persone aggrappate a un natante che non si riesce più a governare. Il panico è grande, sotto la gente si schiaccia per il movimento delle onde, sopra perde la presa e precipita in mezzo ai flutti, solo chi si trova incastrato tra una panca e un timone, o tra un pulpito e un tirante resta a bordo e continua a respirare, ma sono pochi e terrorizzati, non vedono nulla, sentono solo le urla di quelli caduti in mare e di altri che gemono sotto. Maisa si avvinghia con tutta la forza che può a una gru per issare le reti e non la molla finché un’ondata non la strappa via e se la porta con sé.

     Il porto di Sirte è ormai lontano e non si vedono più nemmeno le luci della costa. Su un mare nero senza riflessi si distingue solo il biancore delle onde increspate. Un cielo buio privo di stelle incombe con tutto il suo carico di nubi che minacciano pioggia. Intorno è un silenzio assoluto, sembra di essere sospesi in uno spazio irreale fuori dal tempo. Di alcuni gommoni partiti poco prima non c’è più traccia. Non hanno retto il peso e si sono capovolti. Ogni tanto si intravede a galla una scarpa, uno scialle, un giubbotto. I corpi andati a fondo vegliano le chiglie di altre barche che solcano il mare. Quella di Uzochi sembra tenere, è più robusta di altri natanti, ma anche più carica. A bordo è salito di tutto, mussulmani, ebrei, cristiani, tutti mischiati insieme, perseguitati e mercenari, sfollati e traditori, un precipitato di umanità reietta che condivide lo stesso destino. Ma non la stessa morale. Tanto che nel pieno della navigazione scoppia una rivolta. Alcuni vogliono buttare a mare degli islamici che sospettano essere dei terroristi, altri vogliono far fuori gli ebrei nemici da sempre degli arabi, i cristiani poi non li vogliono nemmeno vedere, chi non sa mandare a memoria il Corano lo soffocano con le proprie mani. Nello scompiglio generale alcuni finiscono in acqua, altri lottano sottocoperta, non c’è nessuno che possa mettere pace e nemmeno un pilota che possa garantire una rotta. Gli scafisti li hanno lasciati soli e il barcone prosegue in balìa delle correnti senza più orientamento. Allora Uzochi si rannicchia addosso alla cima dell’ancora, sprofonda dentro di sé e intona la stessa litania che lo aveva protetto nel magazzino in cui si era rifugiato durante l’incendio del suo villaggio. Così, a oltranza, perdendo il senso del tempo.

     Ghassan si sente un eroe. Torna da Palmira come un guerriero che si è distinto per le sue gesta. Ha sparato in sincrono con tutti gli altri facendo secco in un sol colpo il proprio soldato. Ormai è stato promosso alle esecuzioni di massa e farà sempre parte di uno grande spettacolo che poi farà il giro del mondo. Ma la sua massima ambizione è diventare il capo delle esecuzioni, colui che pronuncia le sentenze finali e dà l’ordine di fare fuoco. Ma c’è ancora molta strada da fare, per ora deve tenersi in esercizio e continuare a sparare nel suo campo di addestramento. Che però è anche un obiettivo militare, bersaglio privilegiato dei bombardamenti nemici. Così quasi non si accorge quando un missile russo centra in pieno la sua base. E il suo corpo salta per aria insieme a tutto il resto, all’ardore, all’orgoglio, ai sogni, alle ambizioni. Svanisce ogni cosa, in un nulla assoluto che ha già risucchiato Kubra. Quella è già trapassata ma non ha trovato né il paradiso, né il premio. E nemmeno le sorelline o altri familiari. E non trova nemmeno Ghassan, che avrebbe potuto incontrare in quello stesso oltretomba, di carnefici e di suicidi per la medesima causa. Invece non resta che il campo bombardato e la moschea devastata, in un mondo di sopravvissuti che sperano ci sia qualcosa oltre la loro esistenza. Ma Kubra e Ghassan stanno ancora cercando.

     Come cerca Maisa di stare a galla sbattuta dalle onde e Uzochi di non cadere in acqua stretto alla sua corda. Ma in questa terra accadono più cose di quante non ne possano accadere di là. Ed è un cargo quello che si avvicina al peschereccio ormai capovolto dalla tempesta, sono braccia robuste quelle che issano i naufraghi a bordo delle scialuppe, è una coperta termica quella che buttano addosso al corpo tremante di Maisa, ed è un’alba limpida quella che illumina l’isola verso cui i superstiti sono diretti. La stessa alba che fa luce sul barcone alla deriva su cui si è consumata la lotta tra culti diversi, alleggerendo il suo carico di vari infedeli. A quello si avvicina un mercantile dirottato dal suo tragitto per andare in soccorso ad altri gommoni. Abborda il natante senza pilota e pesca come fossero stracci il suo carico umano. Da una parte raduna i sopravvissuti, dall’altra i cadaveri, sullo stesso unico ponte. Uzochi rischia di finire nel secondo gruppo per quanto rimane inerte, ma qualcuno si accorge che respira e cerca di rianimarlo. Poi la nave punta la sua prua verso quella stessa isola dove il sole si è levato.

    È un girone del purgatorio il centro di accoglienza in cui gli ultimi clandestini sono finiti. Ma non vi piovono bombe, né si appiccano incendi. Ci si prepara piuttosto a ripartire per andare in luoghi ancora più distanti, non solo dal mare, ma anche dall’orrore. Si sta solo per poco, ma quanto basta perché due sguardi si possano incrociare, quello di Maisa e quello di Uzochi, carichi di sfinimento e incredulità, esausti e stupefatti allo stesso tempo, testimoni di scempi e di stragi, ma anche di quell’esserci assoluto che sono due bambini vivi, uno di fronte all’altra, a dispetto di Dio.

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