La volta del corpo

image_pdfimage_print

1. STRATEGIE DI SALVEZZA

Più dell’anima il corpo. No, davvero, quando è troppo è troppo. Passi l’anima che è quello che è, ma il corpo non può fare di testa sua, almeno quello mi dev’essere alleato. Invece no, per non essere da meno tira in ballo la gravità, mia peggiore nemica, e a tradimento mi tira giù senza pietà, fracassando due distretti articolari quanto mai delicati. Al massimo l’anima mi scassava la vita ma non si è mai sognata di toccarmi nemmeno con un dito. Mentre il corpo ci va giù duro, si può ben dire, e vabbé sarà il turno suo, sospiro, sacrificherò tutta l’estate a ricompormi le ossa, ma ancora non avevo fatto i conti con la sua pervicacia. Gli faccio mettere una bella spiralina intorno alla rotula e quella la incassa. In fondo è pure caruccia ai raggi x e infatti sembra abbozzare. Poi gli faccio mettere una placchetta sul malleolo peroneale e quella però gli piace assai meno. Certo ai raggi x è un po’ meno estetica e questo proprio non gli va giù. Così in capo a un mese il ginocchio sembra non essere stato nemmeno operato, mentre la caviglia rimane aperta a fare da colonia a festanti batteri. Non sa, lo sciagurato, che giocandosi la placca l’alternativa è il gesso che nel mio caso è da scongiurare come la peste. Ma con lui non si ragiona, il corpo è corpo e reagisce a capriccio. Allora capisco che devo mettere in atto una strategia per fregarlo in una corsa contro il tempo. Scopro che in medicina esiste la specialità della vulnologia atta a sanare ferite, ulcere, decubiti e quant’altro. Un’amica mi mette in contatto con una vulnologa di Monza, la quale individua un collega di Roma che è però già andato in ferie. So che lavora al Celio per cui metto a soqquadro l’ospedale finché non stano un altro vulnologo in procinto di andare in ferie. Dico che è urgente e per puro equivoco – aveva capito che venivo da Monza – mi fissa una consulenza in extremis. Ma me la dà presso l’Istituto Estetico Italiano sito in un palazzo umbertino di Prati con tanto di scaloni in marmo elicoidali senza ascensore. Roba da arrendersi sportivamente e tornare con dignità sotto i ferri. Ma vince la mia tigna leonina e a rischio di rompermi l’osso del collo mi faccio ergere su una sediolina abbracciandomi al petto la gamba tesa sopra la testa in gloria agli anni dedicati alla ginnastica artistica. Scopro che il vulnologo è un luminare che al volo capisce tutto e mi propone una strategia avveniristica. Un apparecchio che con uno stantuffo crea periodicamente un vuoto asettico nella ferita, con relative medicazioni spumose che stimolano la rigenerazione dei tessuti. Mi piace la soluzione anche solo dal punto di vista creativo, mi faccio mettere tutto per iscritto e impugno il mio dispaccio di salvezza. Ora non mi rimane che giocarmela a dadi. Lunedì vado al controllo ortopedico a un mese dall’intervento dove potrei trovare un ortopedico tradizionalista che mi risponde “ma vogliamo scherzare, queste diavolerie lasciamole agli stregoni”,  oppure un ortopedico lungimirante che mi risponde “perché no, interessante, proviamo, non sia mai che funzioni”. D’altra parte, come in tutte le cose, il proprio destino può dipendere dal turno di un pronto soccorso.

2. PUR SEMPRE UN’ISOLA

Un genio. Un puro genio, il corpo. Pianta una grana che non finisce più, si fa ricoverare per farsi togliere la placca alla caviglia e ricucire a forza la ferita, non contento si inventa pure un dolore al ginocchio per farsi rimuovere, già che c’è, anche il cerchio alla rotula (che volete, ho un corpo analitico, a lui le sintesi proprio non vanno giù), ma in questo non ci riesce, i medici non se la bevono; intanto però il piede rifiorisce, come se lo avessero tolto da un braciere ardente, la caviglia rimane libera come prima e si guadagna anche un carico parziale, infine, per dovuto merito sul campo, il corpo si conquista una nuova riabilitazione intensiva post-acuta al reparto “elegante” del Don Gnocchi con tanto di doppio trattamento e idroterapia a settembre. Roba che con tutto quello che ho studiato nella vita a me non sarebbe mai venuto in mente un colpo gobbo del genere! Vedi alle volte il corpo… inoltre proprio lui, in queste indolenti giornate ferragostane, mi ha riportato proprio sull’isola capitolina che ho immortalato nel mio primo romanzo e che tanto mi richiama l’isola avita con il suo sciabordio sui sassi affioranti e il suo festoso stridio di gabbiani. Così dopo tante fronde viste dal basso finalmente un po’ d’acqua vista dall’alto… cosa volere di più?
Che un infermiere non si avvicini al tavolo sul terrazzo dove sto meditando e mi allunghi una lettera sinistra. È quella di un avvocato e in un baleno capisco tutto. Quale errore fatale… come poterla dimenticare seppure così presa dal corpo?
In sostanza è un elenco dettagliatissimo di danni fisici (sic!), psichici, morali e materiali con relativo computo economico in voci separate. Da protocollo mi vengono imputati danni all’anima per il mancato varo di Olimpia con relative gite saltate e conseguenti bagni di diverse ore al giorno, a parte sono contabilizzate le ore di sole, di sosta nelle spiagge e di navigazione, con uno specifico calcolo astronomico delle migliaia di pesci che non si sono potuti osservare; altra voce esorbitante è dovuta a tutti i tramonti sul mare persi da varie postazioni panoramiche, un’altra ancora alle gite mancate in motorino (visto che ci aveva preso gusto già a Roma) in spiagge sperdute sull’altra sponda dell’isola. Capitolo a parte hanno i danni per l’intrusione in casa di ignoti, affronto inumano per l’anima che si ritrova ad aleggiare su vite fantomatiche che non le appartengono e violano indecorosamente la sua privacy. Ma la mannaia più grossa arriva dall’ultimo capitolo di imputazione: i diritti d’autore limitati per le mancate presentazioni del “suo” libro Capriccio d’anima che non si è potuto diffondere sull’isola con un’adeguata tournée come si sarebbe dovuto al migliore dei best seller. In fondo all’elenco, in grassetto e corsivo, la cifra totale dei danni: 358.724,69 euro (Iva inclusa).
Rialzo gli occhi dal foglio e li riadagio sull’acqua placida del fiume. Mi sento bene, tra qualche giorno torno in riabilitazione e vagheggio sempre a fine settembre di andare un po’ di giorni all’Elba come un traguardo che non posso mancare, unico vero motore che mi rimette in marcia. Ma poco più sotto scorgo una rampa che dal ponte scende verso il fiume e fantastico che dopo tutto sarebbe assai più allettante scivolarvi sopra con la carrozzina e rompermi allegramente anche l’altra gamba.

3. LETTERA ALL’ANIMA

Anima mia, comprendo i danni che mi attribuisci, ma per risarcirti dovrei vendere la casa dove dimori e a quel punto finiresti anche tu. Mentre io che devo badare al mio corpo, oltre ai tuoi danni che sono anche i miei, devo sopravvivere a ben altre mancanze.
Sopra ogni cosa mi manca il rumore del mare che tutte le notti accompagna il mio sonno, quello sciabordio di risacca contro gli scogli che al risveglio mi fa indovinare il vento che tira ancor prima di spalancare le finestre sull’infinito.
Mi manca quella vista sconfinata di mare e di cielo che ogni volta che la contemplo mi sopraffà tanto è sovrumana la sua persistenza, infondendomi una potente ispirazione e di contro rendendo inane ogni mia attività al suo cospetto.
Mi manca quella casa avita in cui sono cresciuta con i miei affetti più cari e nella quale ormai mi sento un guardiano del faro, unica superstite di una famiglia dissolta e unica testimone di una storia remota.
Mi manca il Cotone come dimensione esistenziale, con la sua strada a sassetti, l’affaccio sulla scogliera, le casette che digradano fin dentro l’acqua, il concerto cromatico delle fioriere, la piazzetta a salotto con la vista sul porto, ma soprattutto l’eterna festosità dei cotonesi, allegri di natura, miracolati dalla sorte, che come in un teatro goldoniano si affacciano da porte e finestre a salutare il tuo passaggio.
Mi manca il paese, l’unico paese in cui ho sempre vissuto diversi mesi l’anno tra le tante città in cui ho abitato, mi manca la gente di quel paese cui mi sono legata come fossi una di loro senza mai essermi sentita una “forestiera”.
Mi mancano i vecchi che ancora mi fermano per strada a ricordare con ammirazione i miei nonni, della cui memoria vivo indegnamente di rendita, ma ancor più mi mancano i bambini, figli dei figli di questi vecchi, cui ho insegnato a comporre qualche racconto e che ora sono loro a salutarmi festosi, ignari di essere quella continuità che rende ancora più irriducibile il mio legame col luogo.
Quanto mai mi manca Olimpia davvero come traguardo “olimpionico”, conquistata sul campo con passione e tenacia, adattata alla navigazione in solitaria a dispetto dei miei limiti fisici, vissuta come una dimensione dello spirito in quell’andare per mare che ti riunisce all’assoluto.
Nondimeno mi manca l’isola, “l’isola perfetta” come la definiva il Foresi, non uno scoglio come il Giglio, non un continente come la Sardegna, ma un’isola armonica, misurata, contenuta nelle sue dimensioni e svariatissima nel suo paesaggio.
Mi manca l’estate nel suo pieno splendore, con la sua stordente insolazione, i grilli, le cicale, l’abbaglio del riverbero, la violenza dei contrasti, e seppure le altre stagioni siano impagabili l’estate rimane quella più bella perché davvero è possibile tutto.
Mi mancano gli amici, le cene, le feste, le serate musicali, gli spettacoli in piazza, le chiacchiere in panchino, le meditazioni sulla murella, il passeggio sul lungomare, per non dire delle nuotate da una cala all’altra, delle immersioni tra gli scogli, del vento sulla pelle mentre ci si scalda al sole.
Mi manca il “mare matto” quando s’infuria di notte e all’alba biancheggia sulla scogliera, lasciandomi inchiodata ad ammirarlo finché non resisto a scappare sull’altra sponda per nuotare in un mare “da dipinto”, spianato dalle raffiche sotto la costa.
Non ultima mi manchi tu, bastarda mia, con le tue indolenze e le tue intemperanze, mi mancano i nostri duetti, tra finzioni e rovesci, ma soprattutto mi mancano i commenti del pubblico che facevano eco a più voci e tessevano anch’essi le trame dei nostri misfatti.
Se pensi che a tutto questo ci possa essere un risarcimento sono pronta a pagare il tuo, altrimenti invoco la tua comprensione a sollevarmi da questa incombenza.
Sempre Tua

4. QUANDO SI È IN TRE

Incredibile la vita. Basta un soffio, un movimento millimetrico, un istante infinitesimo e ti trovi precipitato dal paradiso nell’inferno. Un capovolgimento totale d’esistenza che ti strappa alla fortuna più grande che hai e ti sprofonda in una iattura senza fine. La felicità dell’Elba in estate a fronte dello strazio di una degenza da incubo. Ma solo per la testa. Il corpo invece sembra essersi perfettamente ospedalizzato. Per giunta in una struttura che ricovera deliranti e visionari. Si è fatto anche la sua carriera da boss, in una lotta senza quartiere ha adottato tutte le strategie di sopravvivenza facendosi temere da tutti. Chi lo conosce lo evita e spesso mi tocca implorare il personale perché se ne prenda cura. Inoltre nasconde un asso nella manica che aspetta di giocarsi come suo massimo riscatto… buttarsi in ammollo nella vasca idroterapica. Già col senso di onnipotenza da quando si è rimesso in piedi, immagino come si sentirà quando verrà buttato in acqua… ma sarei già contenta che non si affogasse e si ricordasse ancora come si sta a galla…
D’altra parte mi ci è voluto parecchio a ricordare a un piede di essere un piede… basta fermarsi un po’ e un ginocchio esteso crede di essere un pomello, una caviglia all’aria si immagina d’essere un gancio… e hai voglia a fare programmi, pur di affrontare cambiamenti il corpo si inventa di tutto, dolori, tendiniti, stiramenti, ferite che non rimarginano, sintesi che danno fastidio… così non se ne viene più a capo e non posso nemmeno prendermela perché con quello non ci si parla nemmeno… lo si subisce e basta altro che litigate con l’anima! Roba da rimpiangerla… ma vai a immaginare che proprio stamane scivolando in stanza col girello me la ritrovo accucciata sul letto che mi aspetta! A stento riesco a sorreggermi per non finire di nuovo a piombo per terra.
Certo l’hai proprio buttata giù pesante con questa storia della lettera! Sbotta subito appena mi vede. Sei proprio uscita fuori dal genere, almeno l’elenco dei danni era divertente, ma quello delle mancanze non si poteva proprio reggere! Hai davvero perso la misura delle cose!
Taccio non perché non sappia cosa risponderle ma perché ancora non mi capacito di vedere l’anima in una casa di cura per infartuati ed epilettici. Dai su vieni qua, fammi vedere che ti sei fatta, ché c’ho poco tempo per restare, non so se ti rendi conto che ho lasciato l’isola in piena estate e questo va già aldilà di ogni cosa, poi non ho manco una foto dell’infinito per cui la mia autonomia è ridottissima.
Ancora inebetita trascino il mio corpo impietrito senza riuscire a capacitarmi di cosa stia accadendo e lei si mette subito a perlustrare la gamba tastando le cicatrici e studiandole con l’attenzione di un microchirurgo. E vabbé, hai fatto tutto questo macello per un paio di fratturine! Squittisce stridula. Solo allora ritorno in me stessa e rimpiango di non averla ammazzata prima. Comunque dai su, che mo passa, ti devi dare una mossa però, perché devo ammettere che persino l’infinito è una palla senza di te. Meno male, sospiro, si è salvata in corner, ma rimane sempre una bastarda.
Poi si accoccola sul mio corpo e comincia a sussurrare suoni incomprensibili che però fanno vibrare tendini, tessuti, muscoli, nervi, senza che io possa capire né controllare alcunché. Continua per un bel pezzo questo duetto tra i sussurri dell’anima e i palpiti del corpo, un melenso pucci pucci che mi ignora e mi esclude, quasi fossi un intruso tra due amanti che incuranti continuano a flirtare tra loro dimentichi del mondo intero. Resisto per ore, rimango immobile per non disturbarli, li osservo anche con un velo di invidia nel non poter partecipare al loro connubio, arrivo a notte fonda che quella continua a scivolare come un guanto di velluto tra le gambe e l’altro non smette di vibrare come un’arpa pizzicata a più mani. Li vorrei lasciare soli ma purtroppo non posso andarmene e sfinita solo all’alba con un filo di voce trovo la forza per chiedere il permesso di spegnere la luce.

Share This