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Tre volte tre

Riposare nella perfezione è il sogno di chi tende all’eccelso,
e non è forse il nulla una forma di perfezione?
Thomas Mann, La morte a Venezia

In matematica il numero perfetto è un numero uguale alla somma dei suoi divisori propri, compreso il numero uno ed escluso il numero stesso. Il sei è un numero perfetto perché è la somma dei numeri uno, due e tre, per i quali è anche divisibile. Non lo è però il numero tre, che invece è un numero primo perché è divisibile solo per uno e per se stesso. Allora perché è sempre stato considerato un numero perfetto?
Innanzi tutto perché è la sintesi del pari (due) e del dispari (uno), poi perché raffigura la prima superficie attraverso la forma del triangolo, ancora perché gli sono stati attribuiti significati simbolici in varie epoche e da diverse civiltà. Si va ad esempio dalle trinità divine alle tre dimensioni degli oggetti, dalle tre cantiche (con i relativi multipli) della Divina Commedia, alla triade hegeliana che sintetizza i poli opposti della diade.
E la trilogia a sua volta, in quanto insieme di tre opere distinte di uno stesso autore collegate tra loro da una connessione tematica o stilistica, non rappresenta forse una composizione perfetta? Già, tanto da aver affascinato molti autori a comporre trittici di opere teatrali, letterarie, musicali, cinematografiche… persino di videogiochi. E tre trilogie allora, ovvero una trilogia elevata al quadrato, non potrebbero rappresentare una raccolta ancora più perfetta?
Senz’altro, se si rincorresse solo un’idea di forma, simbolica, metafisica, esponenziale… Tutt’altro, se invece si declinano temi assolutamente imperfetti come l’amore, la guerra, il sogno, la crisi, il contrasto, la rivalità, il mistero, l’inganno. Dunque un trittico di trilogie che nel suo anelare a una perfezione estetica celebra l’imperfezione umana nelle sue infinite varianti e attraverso soluzioni molteplici, dal dramma alla satira, dal carteggio al reportage, dal monologo alla ballata.

La prima trilogia parla di corpi. Corpi di avversari, di amanti, di bambini, in conflitto tra loro oppure con il mondo. Il contrappasso racconta l’incrociarsi di due destini opposti, quello di un naufrago e quello di un fuggiasco, su un’isola carceraria. Il primo è scampato alla morte e vuole a tutti i costi restarvi, il secondo è appena evaso da galera e vuole a tutti i costi abbandonarla. Per poterlo fare hanno bisogno l’uno dell’altro, ma tra complicità e diffidenze si incroceranno anche i loro disegni perversi. Chant d’amour à deux voix è una passione d’amore raccontata a ritroso, di pinteriana memoria, ma a voci alternate che restituiscono due prospettive diverse della medesima storia, in cui ognuno si riflette nella visione dell’altro. Una città d’arte, una costa rocciosa e un’isola seducente fanno da triangolo fatale a due anime destinate a intrecciare i loro corpi in un viluppo di desideri, incognite, slanci, cadute. I bambini di Dio consiste in un montaggio parallelo di quattro storie di bambini – uno che diventa boia, una che si trasforma in kamikaze, una che scampa al gas sarin e uno che sopravvive alle stragi di Boko Haram – attraverso cui si declinano i molteplici orrori della Jihad. Un montaggio che alla fine diventa alternato e tutto declinato al presente nell’inseguire una convergenza possibile e un’altra impossibile.

La seconda trilogia parla di luoghi. Tutte metropoli vissute attraverso viaggi e restituite attraverso intuizioni, metafore, paradossi. New York City, New York Grid è il monologo di un ipotetico visitatore che percorre l’isola di Manhattan da sud verso nord, rimanendo irretito da un sistema reticolare che trascende la specificità dei luoghi e assume una valenza universale in cui si riflettono interrogativi, dubbi, ossessioni, paure. Un itinerario labirintico tra gigantismo architettonico e senso del vuoto, magnificenza e irreparabilità. L’altra Istanbul è una sorta di reportage in otto quadri decisamente anticonformista e anticonvenzionale. Come grani di una collana si inanellano sguardi incrociati e gatti divini, tornelli all’aperto e richiami strazianti, isole di inabilità e tram spericolati, clacson orchestrali e giardini impeccabili. Il tutto secondo una perfetta interazione tra ordine e caos, delirio e armonia, evidenza e mistero. Fuga dall’Ucraina si snoda attraverso un carteggio tra due profughi ucraini, che si ritrovano su sponde opposte della Storia. Un ribelle filorusso e una Femen anti-Putin si rifugiano l’uno a Mosca e l’altra a San Pietroburgo per confrontarsi attraverso lettere appassionate sul loro modo di concepire il mondo e di avvertire le due città, lasciando intravedere tutte le contraddizioni della Russia odierna.

La terza trilogia parla di eventi. Eventi futuribili, onirici, reali, tutti legati da un senso di destino inalienabile. La fine della storia narra la sorte dell’Italia, all’epoca del suo 150° anniversario, interpretata da un professore americano di crittologia protoclassica vivente cinque secoli e mezzo dopo. Nella sua ultima lectio magistralis egli narra le inquietanti scoperte che lo portarono a ricostruire la sorte italica come nessuno mai l’avrebbe immaginata, senza tuttavia riuscire a svelare l’ultimo arcano. Gravitazione è un metaracconto. I personaggi di un romanzo si rivoltano contro l’autrice incapace di concludere la propria storia e di liberarli da un viluppo che è diventato sempre più ossessivo. La perseguitano nel sogno fino a farle rivedere non solo la sua fiction ma anche la sua vita, che ripercorre a grandi passi nell’intento di trovare un senso autentico da traghettare fin dentro l’invenzione. Ballata pop ai tempi della crisi prende le mosse dalla mafia più nobile de Il Padrino, giunge a quella più degenerata di Roma Capitale, si insinua nei risvolti contorti della crisi, tesse un caustico apologo del Bel Paese, attraversa la memoria della Shoah, fa richiamo alla fantasia per risollevarsi dallo squallore, ricorre all’ingegno per vedere nel tracollo una rinascita e sprofonda nella bellezza dei bagliori riflessi da un fiume.

Infine l’epilogo, che farebbe da pendant a questo prologo, non è altro che un omaggio a una grandiosa parola, celebrata anche da Victor Hugo ne I miserabili, attribuita a Cambronne nel finale della battaglia di Waterloo. In un crescendo solenne si rievoca il giuramento che questi dovette fare alla sua integerrima moglie scozzese, lo scorno che subì nel vedere attribuita la celebre frase al generale Michel, l’epica battaglia combattuta contro tutte le avversità, la resistenza finale elevata fino al motto sublime. Un’ultima parola così memorabile da essere stata contesa tra storia, letteratura e leggenda.

 

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